L’inasprimento fiscale di Obama

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 2 febbraio 2010

Offre numerosi motivi di riflessione la proposta del presidente americano Barack Hussein Obama di introdurre una imposta «molto significativa» a carico delle banche che hanno ricevuto aiuti di stato per superare la crisi finanziaria seguita alla deflagrazione della bolla speculativa dei subprime. In primo luogo, molte delle banche americane che hanno ricevuto gli aiuti nel momento di massimo bisogno hanno già restituito i capitali pubblici. In secondo luogo, una simile imposta non risolverebbe il problema fondamentale che caratterizza il sistema finanziario americano ed anche quello mondiale, vale a dire l’eccessivo ricorso alla borsa dei titoli a fini puramente speculativi, frustrando in tal modo il fine ultimo delle contrattazioni di borsa, che consiste nel rendere disponibili capitali freschi per il sistema produttivo. In terso luogo, qualsiasi tributo imposto ad un produttore di un bene o di un servizio finirà per gravare in tutto o in parte sul consumatore finale attraverso il noto meccanismo della traslazione dell’imposta. Il sistema bancario e creditizio non fa eccezione. Una imposta che ricada sulle banche si tradurrebbe con elevata probabilità in una stretta sul credito, della quale pagherebbero serie conseguenze le imprese, già fortemente provate dalla crisi stessa e dalla normale lentezza del sistema finanziario a tornare a regimi di concessione del credito pre-crisi. Ne pagherebbero le conseguenze altresì i lavoratori impiegati in imprese in forte difficoltà finanziaria per carenza di liquidità e, in ultima analisi, a causa della contrazione della domanda, ne soffrirebbe l’economia intera.

In sostanza, un inasprimento del sistema fiscale quasi mai rappresenta una soluzione ai problemi, ancor meno in momenti di recessione. Certamente sacrosanta è la richiesta di chi auspica che coloro i quali hanno causato un disastroso default mondiale ne paghino le conseguenze. Noi stessi ne abbiamo sostenuto le ragioni in un precedente articolo. Ma in questa direzione, ben più condivisibile, rispetto all’introduzione di una nuova imposta, sembra l’intenzione dell’attuale presidente americano – purtroppo ancora lontana dall’essere realizzata – di ridurre drasticamente i bonus ai banchieri e ai manager finanziari. Tale misura dovrebbe essere applicata a livello planetario in tutte le banche d’affari che, nonostante le loro trasformazioni in banche ordinarie, persistono caparbiamente in atteggiamenti speculativi. A fronte di ciò, tarda a farsi strada l’idea di organizzare un sistema di auto-salvataggio del sistema bancario attraverso la costituzione di un fondo di garanzia finanziato in via cautelativa dalle stesse banche, che possa tutelare i sistemi economici e soprattutto i contribuenti da future nuove crisi finanziarie. Nessuna proposta plausibile è stata ancora avanzata da quell’organismo internazionale, il Financial Stability Board, chiamato ad elaborare le celebri «exit strategies» finanziarie e una regolamentazione internazionale del sistema finanziario finalizzata ad evitare il ripetersi di altre crisi finanziarie: esso, nonostante abbia cambiato la propria denominazione (il nome precedente era Financial Stability Forum), non ha mutato la vaghezza delle proprie dichiarazioni. Altrettanto generiche sono state le conclusioni dei lavori del Meeting annuale del World Economic Forum di Davos, conclusosi domenica scorsa.

Aldilà delle questioni di natura prettamente finanziaria tuttora irrisolte e che aspettano di essere affrontate con intenti pragmatici e con una regolamentazione globale e armonizzata, le misure anticrisi dovrebbero essere allargate, fino a comprendere l’insieme degli squilibri mondiali, in termini di cambi delle valute, di deficit della bilancia dei pagamenti e dell’entità del debito pubblico degli stati. L’indebitamento degli stati è particolarmente pericoloso per la sua entità e può portare a gravi conseguenze, poiché forte è per alcuni stati la tentazione di perseguire politiche di svalutazioni competitive e forti sono le spinte verso forme più o meno palesi di protezionismo. È quindi comprensibile, anche se non del tutto condivisibile, che, a fronte del continuo fallimento dei forum internazionali, che dovrebbero rappresentare la sede di dialogo, ma anche di decisione delle politiche da intraprendere, alcuni esperti sostengano che sia giunto il momento in cui la politica vera e propria, intesa anche in senso nazionale, si riappropri delle proprie capacità di scelta, in parte delegate a organismi di diritto internazionale.

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