Il futuro della Fiat

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 24 aprile 2010

Mercoledì scorso è stato nominato presidente della Fiat il 34enne Jaki Elkann, il giovane rampollo della dinastia Agnelli che ha già maturato esperienze in altre aziende italiane. È stato accolto con favore non solo dall’azienda, ma anche da Confindustria, e in lui sembrano concentrarsi grandi aspettative da parte di molti. Il nuovo presidente ha confermato la propria fiducia nell’operato dell’amministratore delegato Sergio Marchionne, che ha presentato il suo piano industriale, definito «temerario» se non «eroico» dalla platea riunitasi per l’evento al Lingotto. Ma Marchionne ci ha abituato a eventi straordinari, a cominciare dall’acquisizione della Chrysler, l’azienda automobilistica americana sull’orlo della bancarotta durante il ciclone della crisi economica mondiale.

Il piano presentato prevede il raddoppio della produzione di auto in Italia in cinque anni, per raggiungere l’obiettivo di vendite in Europa di 2.150.000 auto entro il 2014, ossia un incremento del 64% rispetto al venduto del 2009. Per accrescere la quota di mercato della Fiat, dall’8,7% del 2009 all’11,7% entro il 2014, Marchionne ha intenzione di rilanciare Alfa Romeo e Lancia e di incrementare la produzione di alta gamma (dal segmento D in su e mezzi professionali), mettendosi in diretta concorrenza con BMW e Mercedes. Si è poi impegnato nel lancio di ben 34 nuovi prodotti. Negli obiettivi di Marchionne non vi è solamente il mercato europeo, ma anche quello americano (con l’esportazione di 300 mila unità) e quello cinese, dove sono già radicate la GM, la Volkswagen e la Ford, e che dal 2009 è divenuto il primo mercato mondiale dell’auto.

Prima dell’assunzione di Marchionne, la Fiat ha rappresentato agli occhi di molti un colosso malato, un’azienda energivora di risorse pubbliche, che esternalizzava le perdite, ricorrendo frequentemente alla cassa integrazione e, allo stesso tempo, privatizzava i ricavi e ripartiva gli utili, avvantaggiandosi, seppur indirettamente, degli incentivi al consumo detti alla rottamazione. Con la guida dell’amministratore delegato è divenuta un’azienda internazionale con ambizioni mondiali, anche se non vi sono stati sostanziali cambiamenti nei risvolti occupazionali, poiché il ricorso alla cassa integrazione è rimasto frequente e vasto.

I timori più diffusi riguardo al piano di sviluppo dell’azienda non risiedono tanto nella sua «temerarietà» o nella sua sostenibilità, soprattutto da un punto di vista finanziario, ma si concentrano prevalentemente sulla ricaduta occupazionale negativa in Italia, che il piano potrebbe avere, e sulla volontà dell’amministratore delegato di internazionalità non solo della commercializzazione, ma anche della produzione. In sostanza, si teme che l’azienda possa spostare negli Stati Uniti segmenti significativi della produzione automobilistica, senza mostrare un doveroso riconoscimento per il sostegno pubblico spesso ricevuto durante gli anni di vita dell’azienda.

I timori sono per ora smentiti, poiché il piano di Marchionne prevede investimenti in Italia per circa 20 miliardi di euro in cinque anni. Tale previsione ha raccolto la soddisfazione del ministro dello Sviluppo, Claudio Scajola. 700 milioni di euro sono stati già accantonati per lo stabilimento di Pomigliano d’Arco e il loro utilizzo è subordinato però all’accordo con i sindacati per sciogliere il nodo della flessibilità (in termini di turni e pause pranzo) del lavoro. Il piano prevede il potenziamento dello stabilimento di Mirafiori, soprattutto in vista del rafforzamento della produzione di Alfa Romeo, mentre è confermata la chiusura degli stabilimenti di Termini Imerese entro il 2011.

Non vi è, tuttavia, né vi può essere alcuna garanzia assoluta né vincolo che possa scongiurare l’evento di una delocalizzazione importante della produzione della Fiat, poiché un’azienda con ambizioni di multinazionale deve necessariamente sottomettersi alle regole della globalizzazione e del mercato, ossia deve ridurre e rendere flessibili i costi di produzione quanto più possibile, innovare la produzione e introdurre nuovi prodotti. Questi aspetti sono all’attenzione dell’amministratore delegato, mentre la sfida del giovane neopresidente sarà quella di garantire che almeno la parte di produzione a maggior valore aggiunto (ideazione e nuova tecnologia) rimanga in patria. Così facendo dimostrerà di avere a cuore le sorti del paese.

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