Le bugie della Grecia vengono al pettine

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 28 aprile 2010

Il momento attuale è cruciale per il salvataggio della Grecia, stretta tra l’esigenza di rimborsare il debito pubblico, nazionale e internazionale, in scadenza (il 19 maggio dovranno essere ripagati 9 miliardi di euro), di rifinanziarlo con tassi di interesse divenuti proibitivi e, al tempo stesso, di contrastare i morsi della crisi economica del Paese. Il paracadute che si è prospettato per il Paese ellenico consiste nell’intervento finanziario di 45 miliardi di euro dell’Unione europea e del Fondo Monetario Internazionale. Allo stesso tempo, le maggiori società di rating, hanno dichiarato di aver rivisto fortemente al ribasso le loro valutazioni sull’affidabilità del debito pubblico greco. Questi giudizi hanno provocato un’eco disastrosa nelle borse (nel Vecchio continente sono crollate mediamente del 3,67% con una perdita di 160 miliardi di euro), la perdita di valore dell’euro nei confronti del dollaro (la cui quotazione è scesa sotto la soglia di 1,32), ed effetti del tutto indesiderati per il futuro del Paese. Le future emissioni di titoli pubblici dovranno, infatti, essere emesse a tassi di interesse proibitivi e potrebbero comunque non trovare una sufficiente copertura sul mercato, così come è avvenuto nella seduta odierna di borsa e così come avvenne per l’Argentina. Tuttavia, se l’intervento europeo tarderà ad arrivare, lo stato greco rischia la bancarotta.

Gli scenari delineati sulla stampa specializzata in queste ultime settimane hanno assunto i colori del catastrofismo e prospettato un «effetto domino» su altri paesi dell’area euro (la Spagna, il Portogallo e l’Irlanda) che si trovano in una situazione finanziaria precaria simile a quella della Grecia. L’ipotesi più pessimistica arriva a prevedere una situazione di default dell’intera euro-area, con la conseguenza della fine della moneta unica.

Sta in questi eventuali risvolti della vicenda greca una delle motivazioni di fondo dell’interesse tedesco. La Germania, infatti, è esposta nei confronti del debito pubblico della Grecia (in quanto detiene titoli greci per 43 miliardi di euro), e di gran lunga più esposta nei confronti del debito spagnolo (per 240 miliardi di euro). Il sistema bancario tedesco è esposto direttamente al debito dei PIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna, i paesi a maggior rischio dell’eurozona) per una percentuale stimata tra il 20 e il 23% del Pil tedesco, dunque tra i 500 e i 575 miliardi di euro circa. Un catastrofico contagio del default greco nel paese portoghese e in quello spagnolo sarebbe per essa tutt’altro che auspicabile. Secondo i dati della Banca dei regolamenti internazionali, l’esposizione di molte banche europee nei confronti della Grecia è aumentata notevolmente: nel settembre 2009 la cifra totale era di 272 miliardi di euro, cresciuta di oltre il 26% in due anni.

Un altro aspetto estremamente rischioso e rilevante per la Germania è la possibilità, in seguito al default greco, della fuori uscita dall’euro di paesi ad economia debole e la creazione di nuove monete nazionali, sicuramente molto svalutate e ulteriormente svalutabili, proprio perché divenute estranee alle regole della moneta unica, con produzioni nazionali in competizione con le stesse esportazioni tedesche.

In ultima analisi, quindi, il più grande paese dell’euro-zona difficilmente permetterà che la situazione greca volga al peggio e, nonostante l’atteggiamento schizofrenico legato all’avvicinarsi delle prossime elezioni del 9 maggio, la Merkel farà probabilmente prevalere il buon senso politico e prospettico e finirà per accordare il prestito europeo per salvare Atene. Infatti è risultato dalla riunione diplomatica di questo pomeriggio tra il presidente della Bce Jean-Claude Trichet, il direttore generale del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss-Kahn e i leader del Parlamento tedesco che la Merkel presenterà un piano di aiuti alla Grecia fino a 8,4 miliardi nel 2010 al parlamento tedesco per l’approvazione.

I soldi ci sono e vanno usati tempestivamente e con giudizio. Secondo le stime del presidente della Bundesbank Axel Weber, la Grecia necessiterà di circa 80 miliardi di euro per tutto il periodo dell’aggiustamento. La Grecia avrà bisogno di una copertura finanziaria per almeno due anni, durante i quali dovrebbe applicare tutti i provvedimenti necessari per realizzare l’aggiustamento. Le stime sono per un rapporto fra debito e Pil al 124% nel 2010 e al 131% nel 2011 a fronte di una crescita del Pil reale piatta per almeno altri sei anni, nel periodo 2009-2016.

Il decreto che destina 5,5 miliardi di aiuti dell’Italia alla Grecia è in corso di perfezionamento e sarà presentato presto al Consiglio dei ministri per l’approvazione. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti aveva affermato in questi giorni nel corso di una conferenza stampa che «alcuni Paesi grandi hanno il dovere di dimostrare di essere anche grandi Paesi». Ha sottolineato inoltre che «il principio politico fondamentale … dell’Unione … dovrebbe essere il valore fondante di tutte le decisioni». Dello stesso avviso è anche il ministro degli Esteri Franco Frattini, che si è mostrato preoccupato che il «rischio Grecia possa contaminare altri Paesi … e questo vuol dire che è proprio la casa comune che dobbiamo salvare». Frattini ha insistito, quindi, sul bisogno di mantenere gli impegni assunti con il piano Ue-Fmi già approvato dall’Eurogruppo.

Se la politica e la diplomazia saranno sufficientemente rapide, la Grecia disporrà, in tempo utile, dei fondi necessari per rimborsare il debito in scadenza. Ma quello che più di altro preoccupa non è tanto la mole di finanziamenti di cui necessita il paese ellenico, quanto piuttosto le misure economiche, che per usare un eufemismo sono state definite «restrittive» dal ministro delle Finanze greco George Papaconstantinou e che molto probabilmente prevedranno fra l’altro la riduzione del livello degli stipendi del 20% e un impoverimento di tutta la popolazione, con un probabile sbocco in violente rivolte che potrebbero vanificare i piani di risanamento e le previsioni di aggiustamento.

Quando le acque saranno nuovamente tranquille si dovranno tirare le somme e attribuire le responsabilità e le colpe del disastro greco. In primo luogo, si dovrà addebitare alla Grecia la responsabilità di aver mentito, falsificando i dati relativi al suo disavanzo. Si dovrà poi giudicare il ruolo che ha avuto nella vicenda della «ristrutturazione» del debito greco la Goldman Sachs, la banca d’affari già accusata dalla Sec e sottoposta all’indagine del Senato degli Stati Uniti per il suo ruolo cruciale nella crisi economica mondiale. Si dovrà riflettere, inoltre, sul ruolo delle società di rating che più volte durante l’attuale crisi finanziaria si sono mostrate pro cicliche, ossia incapaci di prevedere l’andamento dell’economia del Paese ed hanno dato una spinta alla Grecia verso il precipizio finanziario nel momento di maggiore fragilità.

Un’alternativa che si pone è un temporaneo ritorno della Grecia alla dracma, che presenterebbe per essa il vantaggio della possibilità della svalutazione della moneta nazionale per abbattere il valore del debito pubblico. Ma la decisione di uscire e rientrare nell’euro dovrebbe essere presa in seno alla Bce e, quindi, a livello centrale. Questa soluzione però non metterebbe al riparo dall’effetto emulativo che si potrebbe verificare per altri paesi in situazione simile a quella greca. Allo stesso tempo, la moneta unica risulterebbe danneggiata nella sua credibilità internazionale e il desiderio del banchiere centrale di fare dell’euro la moneta di riferimento internazionale alternativa, se non sostitutiva del dollaro ne verrebbe definitivamente frustrato.

Intanto, non molto tempo addietro era circolata la notizia che un gruppo di speculatori professionisti ed estremamente finanziati stavano scommettendo proprio sul default generalizzato e sulla fine dell’era dell’euro. Tra questi vi sarebbero alcuni grandi hedge fund americani, in prima fila il Soros Fund Management il cui titolare è George Soros, il finanziere divenuto famoso per aver speculato contro la sterlina nel 1992, guadagnando circa 1 miliardo di dollari e costringendo la Banca d’Inghilterra a far uscire la sterlina dal Sistema Monetario Europeo e causando la fine dello Sme.

Per quanti si chiedano se anche l’economia del nostro paese rischia di soccombere sotto il peso del giudizio negativo di società di rating e di un debito eccessivo, sono di conforto alcuni dati essenziali. In primo luogo, il tasso di disoccupazione italiano è molto lontano dai livelli greci o spagnoli e al di sotto della media europea, l’economia italiana è estremamente diversificata e fortemente manifatturiera, l’indebitamento delle famiglie è molto lontano dai valori di altri paesi border line. Non da ultimo è rilevante il fatto che il debito pubblico italiano non ha un elevato tasso di internazionalizzazione, come quello greco, ma è sottoscritto in gran parte da residenti e, quindi, soggetto in forma minore agli attacchi speculativi dei cosiddetti fondi sovrani.

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