Strategie sindacali e malesseri della tassazione aziendale: lo sciopero CGIL sul Fisco

di Raffaello Lupi ed Emanuela Melchiorre

 

Dialoghi Tributari n.2 – marzo aprile 2010

 

 

Il 12 marzo 2010 la CGIL ha rilanciato, con uno sciopero, alcuni temi strutturali della tassazione aziendale, sia pure «ad usum delphini», cioe` in una strategia di visibilita` sindacale. La mancanza di un’identita` della tassazione aziendale conferma i suoi guasti anche fuori dalla stretta area dei tributaristi col maggior sindacato italiano che e` infatti indotto a credere che il peso sui lavoratori dipendenti corrisponda a un disegno politico intenzionale; il sindacato non si accorge che si tratta di una ricaduta dell’affidamento della tassazione alle aziende, e di meccanismi di «contrasto di interessi» particolarmente efficaci, a favore del Fisco, quando si collegano a categorie per altri versi antagoniste, come impresa e dipendenti. Se si considera quanto espresso in questo stesso numero sulle polemiche sul sostituto d’imposta si comprende quanto sia facile equivocare politicamente sulle disfunzioni di una tassazione appiattita sulle aziende, senza un corrispondente intervento generalizzato del Fisco dove esse non arrivano.

 

 

 

La CGIL, con lo sciopero del 12 marzo 2010, all’insegna di un preteso «partito degli evasori», ha legittimamente perseguito propri spazi politici; in occasione di condoni e soprattutto dello scudo fiscale, settori del sindacato e dell’opposizione hanno alluso a piu` riprese all’esistenza, nel Governo, di un vero e proprio «partito degli evasori»; non sta a noi valutare in quale misura il vecchio sindacato storico della sinistra stia sostituendo al vecchio adagio del «padrone sfruttatore», ormai improponibile, il nuovo stereotipo del «padrone evasore». A noi interessa invece notare che lo sciopero fa leva su alcune disfunzioni della tassazione aziendale, e le rilegge in chiave politica, costruendo su di esse anche dei castelli in aria. Il primo e` un fantomatico «partito degli evasori», idea fuorviante, e che sarebbe politicamente suicida per chi la praticasse; la maggior parte dei contribuenti, e degli elettori, e` composta da dipendenti, pubblici e privati, tutti soggetti a quelle ritenute alla fonte a titolo di acconto che commentiamo su questo numero a proposito delle polemiche sul sostituto d’imposta (1). I dati ISTAT evidenziano che la composizione percentuale dei redditi e` per il 78% riconducibile a redditi da lavoro dipendente e pensione, mentre e` significativamente piu` bassa la quota dei redditi d’impresa (5%) e da lavoro autonomo (4,2%). Ma il partito degli evasori non puo` essere neppure identificato automaticamente con queste due categorie di percettori di redditi, delle quali nessuna forza politica avrebbe convenienza a lasciarsi anche solamente sospettare di essere privilegiata rappresentante, a danno di lavoratori dipendenti incommensurabilmente piu` numerosi. I risultati elettorali delle attuali coalizioni di Governo vanno, d’altra parte, ben al di la` di quelli che su Dialoghi chiamiamo «autonomi». Un partito di evasori, inoltre, ove fosse possibile, dovrebbe essere dotato almeno di una qualsiasi forma di organizzazione e, quindi, di un coordinamento, se non di una rappresentanza sindacale.  

 

 (1) Cfr. F. Galletti, R. Lupi, «Tassazione aziendale e sostituti d’imposta, tra polemiche, riscossioni e segnalazioni», in questo numero della Rivista a pag. 131.

 

Restano le lacerazioni sociali che una tassazione aziendale inevitabilmente incapace di valutare la ricchezza che sfugge alle aziende, o passa sopra di esse, provoca nella societa`. Impostare la tematica della ricchezza nascosta come un problema di «scelte politiche» (echeggiando i nostri anni giovanili in cui «tutto era politica» e la pretesa onnipotenza legislativa) finisce per sopravvalutare il potere della legislazione sul punto e ridursi a un novello Don Chisciotte; in effetti, molti degli slogans apparsi sui muri a cura della CGIL sembravano diretti contro qualcosa di evanescente, con il rischio di aberrazioni e generalizzazioni rovinose, indotte dalle stesse lacerazioni sociali che sempre riferiamo, su Dialoghi, alla spiegazione dell’evasione in termini di onesta` e disonesta`. Sostenere che tutti i lavoratori autonomi siano evasori e` come dire che tutti i siciliani sono mafiosi, in un’ottica di caccia all’evasore, simile a quella all’«untore», di manzoniana memoria. Si potrebbe arrivare a sostenere che per combattere l’evasione fiscale occorra nazionalizzare ogni attivita` autonoma e professionale, mettere un finanziere alle costole di ogni industriale; se si vuole debellare l’evasione basta distruggere quelle aziende in cui, al tempo stesso, si crea reddito e si evade. Al di la` di queste colpevolizzazioni, lacerazioni, recriminazioni, l’evasione non e` un problema politico,

 

ma di determinazione della ricchezza e di sperequazione delle sue possibilita` di individuazione. Fino a che le tasse venivano richieste dal Fisco, infatti, la tassazione era piu` governabile politicamente, mentre oggi dipende dalla diversa possibilita` di intercettare la ricchezza attraverso le aziende. La CGIL, pur travisando la teoria della tassazione, e dando ai suoi squilibri una lettura politico-mediatica fuori luogo, di volontaria disattenzione contro i dipendenti, coglie un aspetto reale, messo in risalto gia` in altre sedi (2), ma importante da ricordare. Tra i dipendenti e il datore di lavoro esiste una conflittualita` latente, della quale si avvantaggia il Fisco. Un accordo a danno del Fisco tra un libero professionista e il suo cliente, tra fornitore e consumatore finale (3) e` piu` facile; invece, con i dipendenti, la continuativita` del rapporto, la frequenza di potenziali contrasti, l’antagonismo per cosı` dire istituzionale tra una massa di lavoratori e il datore di lavoro, rendono piu` difficili gli accordi a danno del Fisco; e` la pluralita` dei dipendenti, unita alle potenziali conflittualita`, a rendere poco gestibili accordi di questo tipo. Una posizione personalizzata del rapporto in azienda e` piu` facile per i dirigenti e per i gradi elevati (gli amministratori delegati, i direttori generali), i quali possono beneficiare di fringe benefits, di auto aziendali e di cellulari, per i quali e` prevista una remunerazione ulteriore con l’assegnazione di stock opitions, e per tale via e` possibile attribuire al percettore di reddito anche una certa convenienza fiscale. Una cooperazione a danno del Fisco e` anche possibile dove ci sono pochi dipendenti, e la comunita` umana rappresentata dall’azienda si riduce a una piccola comunita` familiare, con uno-due dipendenti; il rapporto non si spersonalizza e il titolare «si fida», mentre quando dipendenti sono numerosi c’e` sempre il rischio che uno di essi, per ripicca, scopra altarini nei rapporti con il Fisco che riguardano anche tutti i suoi colleghi. Queste situazioni di nicchia sono un’eccezione ad una oggettiva posizione difficile, nella tassazione aziendale, di quei dipendenti la cui gestione si spersonalizza, diventa seriale, ripetitiva, burocratica, e quindi inevitabilmente segnalata al Fisco.

 

Da qui, e non da uno spirito di persecuzione nei confronti dei dipendenti, deriva la loro posizione deteriore nella tassazione aziendale. Il conseguente «Fisco ingiusto» non viene quindi da una scelta politica, contro cui indire scioperi, ma e` una conseguenza delle disfunzioni oggettive della tassazione analitica, sbilanciata sulle aziende e dove l’azione riequilibratrice del Fisco sembra essersi atrofizzata (4).

Contrapporre lavoratori e datori di lavoro, e categorie di lavoratori, provoca lacerazioni sociali artificiose. Crea drammatizzazioni sociali che poi si scaricano sul regime giuridico della ricchezza palese, e su quello che le aziende dichiarano (non su quello che i loro titolari nascondono).

 

(2) Sulla conflittualita` potenziale, tra datore di lavoro e lavoratori, come punto di forza del Fisco vedasi R. Lupi, Diritto tributario, Milano, 2009, pag. 97.

(3) Il noto «facciamo in nero lei risparmia l’IVA e io l’IRPEF e i contributi». (4) Cfr. E. Melchiorre, C. Fava, RL, «Tipologie di evasione e controlli fiscali 2009», in questo numero della Rivista a pag. 121.

 

 

 

E ` il risultato delle demonizzazioni di un avversario presunto, in una societa` gia` abbastanza lacerata di suo, senza bisogno di altre conflittualita` artificiose. E ` un’opera politicamente lucrosa, auto rigenerativa e autoreferenziale, che puo` riempire qualche piazza, ma che non giova all’interesse generale e al contrasto all’evasione nel suo complesso. Dove le aziende non arrivano a chiedere le imposte, bisogna semplicemente che ci vada il Fisco. E che ci vada su larga scala, senza spirito punitivo, nella consapevolezza che dove il lavoro non viene fatto dalle aziende deve essere fatto da qualcun altro. Che dovra` farlo ragionando per ordine di grandezza, con la conseguenza che, come scriviamo sempre su Dialoghi, la determinazione del reddito di un «autonomo», parrucchiere o elettrauto, sara` sempre meno precisa di quella di un impiegato di banca. C’e` quindi una riflessione da far presente ai sindacati: cosı` come in diritto penale e` preferibile «assolvere un colpevole che condannare un innocente», in diritto tributario e` preferibile non prendere imposte su un reddito che c’e`, anziche´ prenderle su un reddito fittizio. E un’altra cosa devono sapere i sindacati: il reddito degli autonomi e` stimabile solo per ordini di grandezza, senza tentare di inventare il CUD e la contabilita` del gelataio; quindi la valutativita`, la capacita` di stima, la dialettica con il contribuente, il controllo sociale degli accertamenti con adesione sono strumenti di giustizia fiscale e trasparenza, per le quali occorre prima di tutto serenita`, cui non giova la drammatizzazione indotta da scioperi e spiegazioni moralistiche, che mettono in ombra la vera incongruenza del sistema, cioe` il concetto stesso di autotassazione: non ci sono infatti milioni di contribuenti davanti alla legge, che si regolano diversamente a seconda del loro senso civico; anche oggi le tasse si pagano quando qualcuno le chiede, solo che le chiedono le aziende, e dove le aziende non arrivano, il Fisco non riesce ad effettuare una richiesta abbastanza generalizzata ed equilibrata. Dove le aziende non ci sono o non arrivano, il Fisco deve prima di tutto «chiedere le imposte», non «punire» perche´ non sono state pagate. Il Fisco deve sapere bene che dove le imposte non vengono richieste, ben pochi le pagano. L’equivocita` delle contrapposizioni tra dipendenti e autonomi emerge da un passaggio di un libro interessante, dove si parla di proletarizzazione dei ceti medi, e di operai che perdono il lavoro e fanno gli imbianchini in nero, guadagnando piu` di prima, ma facendo attenzione che se li trovano a lavorare perdono la cassa integrazione (5). Sono situazioni che non meritano anatemi, come non li meritano gli autonomi, e neppure il dottor Scannagatti (6), ne´ i coniugi Sbrasoni di questo numero (7). Ognuno si regola in base alla percezione delle probabilita` di controllo, compresi i dipendenti quando possono. 

 

(5) L. Furini, L’Italia in bolletta, Garzanti, 2008, pag. 39.

(6) Cfr. A. Barbaresi e M. Fedele, «Omessa dichiarazione di operazioni fatturate e teoria della tassazione: lo strano caso del dr. Scannagatti», in Dialoghi Tributari n. 1/2010, pag. 13.

(7) Cfr. A. Barbaresi e M. Fedele, RL, «La ricchezza occultata nella ‘‘terra di mezzo’’: i coniugi Sbrasoni», in questo numero della Rivista a pag. 139.

 

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