Il futuro dell’Unione

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 12 maggio 2010

Quello appena trascorso è stato un week end di passione per l’Unione europea e per tutti i suoi cittadini che hanno atteso con lo stato d’animo della incertezza un segno importante per comprendere quale futuro avrebbero avuto l’Unione e la sua moneta e, con esse, il futuro degli stessi stati membri. Sollecitata e ben guidata dai politici italiani, l’Unione ha saputo porre una prima misura di vaste dimensioni, lo scudo dell’EcoFin, di tutela della moneta unica sul filo di rasoio dell’apertura delle borse asiatiche, che ha rappresentato il primo vero momento di politica unitaria. Ciò che si presenta dietro l’angolo è un periodo denso di difficoltà non solo economiche, ma anche e soprattutto politiche, che vanno affrontate con convinzione e determinazione.

Molte alternative sono state prospettate in questi giorni di dense attese, di proposte e di opinioni. Una fra tutte ha meritato l’attenzione di molti. Quella relativa ad un pericoloso precedente, ossia all’eventualità della Grecia di uscire dalla moneta unica, rimanendo isolata nell’affrontare la propria difficoltà e il proprio default finanziario. Il fallimento dello stato ellenico non è stato affatto scongiurato. Il prestito Ue-Fmi servirà a tamponare le prime necessità finanziarie, ma all’orizzonte ci sono fosche nubi di sollevazione popolare e di enormi difficoltà economiche per la popolazione greca. L’uscita della Grecia dalla moneta unica avrebbe segnato l’inizio di un nuovo percorso, forse anche in qualche modo virtuoso, perché avrebbe comportato conseguenze negative soprattutto a carico dei responsabili del default, ma sicuramente denso di grandissime difficoltà e di vasti costi di gestione della riconversione della valuta. Nel contempo sarebbero stati reali i rischi della corsa dei correntisti agli sportelli bancari, della concreta eventualità del fallimento del sistema bancario nazionale e dell’irrimediabile compromissione dell’economia del paese. Scenari del genere per ora sono stati rimandati e forse, con una buona dose di fortuna, scongiurati.

La fortuna però non entra nel conto dei profitti e delle perdite delle società, né del bilancio di uno stato. Senza dubbio, sulla scia del successo della decisione politica comune assunta in questa occasione, gli stati europei dovranno cominciare a considerare di delegare progressivamente parte della propria sovranità a quegli organi comunitari che sono ancora privi di un ruolo politico, mentre assolvono fin troppo con rigore il loro ruolo burocratico e ragioneristico. Le riforme si approntano in periodi di crisi, perché vivo è il desiderio della soluzione dell’empasse, mentre devono essere completate e gestite in tempi di espansione economica. L’evoluzione politica che l’Europa attende da molto tempo è nella direzione dello stato federale, in cui gli stati mantengono la loro sovranità e il loro governo nazionale, le loro tradizioni, il loro inno e la loro bandiera, ma consegnano parte della loro sovranità ad un governo federale, dotato di un Parlamento eletto direttamente dai cittadini europei e composto da rappresentanti degli stati federali, di un debito federale, così come si è discusso in occasione della riunione dell’Ecofin di domenica scorsa, di un esercito federale e, naturalmente, di una moneta federale. Si colmerebbe quel vuoto politico che esiste dietro la moneta unica europea, che la rende un vessillo privo di influenza economica e politica, fragile nei confronti di attacchi speculativi e incapace di aiutare l’economia europea ad affrontare i cicli economici e a far lavorare le genti.

L’esperienza greca lascia una lezione importante, che occorre cogliere prima che sia troppo tardi. L’assenza di un potere politico centrale europeo e la perdita economica conseguente ai lunghi tempi decisionali che comporta l’attuale configurazione dei poteri europei hanno aggravato una situazione già estremamente difficile per il Paese ellenico, ma che avrebbe potuto avere una conclusione più tempestiva e meno dispendiosa, proporzionata alla scarsa incidenza che l’economia del paese ha rispetto alla più vasta economia europea. Il debito pubblico greco è, infatti, pari ad appena il 2% del Pil dell’euro-zona. Inoltre l’interscambio tra la Grecia e i paesi membri è di scarsa rilevanza, eccezion fatta in parte per l’industria del turismo.

La California, stato della federazione degli Stati Uniti, sta vivendo una situazione in termini di debito pubblico statale analoga a quella greca, ma con risvolti economici, sociali e occupazionali del tutto differenti. Negli Stati Uniti esiste una distinzione netta tra debito pubblico federale e debito pubblico locale. Il default dello stato della California non avrebbe avuto ripercussioni dirette, ossia il cosiddetto effetto contagio, di cui si discute animatamente in Europa. È lo stato federale centrale statunitense che ha facoltà di decidere di volta in volta se intervenire a sostegno del singolo stato con il proprio debito pubblico. Non vi è incentivo pertanto al cosiddetto moral hazard del singolo stato. La California, in altre parole, non ha stimolo a ridurre le proprie misure di contenimento dei conti pubblici, poiché vi è la possibilità che il potere centrale non intervenga, in quanto il fallimento di un singolo stato non avrebbe conseguenze sul mercato dei Treasuries, i titoli del debito pubblico americano.

I mal pensanti potrebbero presumere che nei piani pluriennali della Grecia entrasse in qualche misura l’atteggiamento di moral hazard descritto, in quanto fin dal momento del suo ingresso nell’euro-zona era cosciente della propria situazione finanziaria emergenziale, celata dietro false dichiarazioni, e dell’eventuale effetto domino che il fallimento finanziario avrebbe potuto causare a tutti gli altri paesi dell’euro.

In conclusione, la vera conseguenza della crisi greca è l’evidenza con cui la crisi istituzionale europea si è mostrata al mondo. Una prima soluzione consiste nella necessaria ristrutturazione degli organi europei e nella istituzionalizzazione di organi politici eletti dai cittadini europei e soggetti al controllo del parlamento europeo, e non tecnici e quindi antidemocratici come è attualmente la Bce indipendente, capaci di imporre politiche comuni in campo monetario. Secondariamente, occorre accelerare la formazione di uno stato federale, capace di imporre anche politiche energetiche, industriali, occupazionali e fiscali comuni, che garantiscano all’economia dei vari paesi di progredire e di contrastare gli effetti del ciclo economico, esulando definitivamente dall’imposizione di parametri indeformabili e stabiliti aprioristicamente a tavolino.

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