Ungheria: dalla speculazione finanziaria a quella politica

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 09 giugno 2010

Le dichiarazioni del premier ungherese, che ha paventato per l’Ungheria un rischio default, hanno destato notevole allarme in ogni ambiente politico internazionale, dal Fondo Monetario internazionale al G20 e all’Ue, dalla Bce alla Banca d’Italia, hanno disseminato una ondata di panico, sebbene contenuto entro certi limiti, nell’ambito delle borse europee e hanno causato un ulteriore scivolone dell’euro, sceso al di sotto della soglia di 1,20 nei confronti del dollaro. La moneta ungherese, il Fiorino, ha così perso il 5,5% del suo valore in 24 ore, scendendo a quota 272 contro l’euro; la Borsa di Budapest ha toccato un picco di perdita dell’8,4%, per poi terminare la seduta con un calo del 3,3% (a 21.288,93 punti).

Gli effetti in Europa sono stati tanto più tangibili, quanto ancor recente è la memoria del caso greco. Sebbene l’Ungheria sia al di fuori dell’euro-area, le tensioni sul rischio-debito dell’Eurozona si sono accentuate, con gli indici che sono cresciuti fortemente nell’arco di una giornata (l’indice Markit iTraxx dei Credit default swaps sui 15 paesi dell’Europa occidentale è salito di 21 punti base al massimo storico di 174,4).

Le successive dichiarazioni di Dominique Strauss Khan, direttore del Fondo Monetario Internazionale, tuttavia, che il rischio default è, secondo i dati e le stime del Fondo, del tutto irrealistico, hanno riportato, in certa misura, il sereno nei mercati e nelle borse europee. Il commissario europeo Olli Rehn, presente alla riunione del G-20, dal canto suo, ha ridimensionato notevolmente l’allarme Ungheria ed ha sostenuto che il paese ha fatto in quest’ultimo anno e mezzo «notevoli progressi». Le ultime previsioni della Commissione hanno stimato un deficit pubblico ungherese del 4,1% nel 2010, ossia a un livello superiore rispetto all’obiettivo del 3% concordato con l’Fmi, ma comunque al di sotto dell’attuale media europea. Anche il debito pubblico ungherese, al 79% del Pil, è inferiore alla media dei paesi dell’area euro. Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia, e presidente del Financial Stability Board, da parte sua, si è premurato di rassicurare il sistema bancario e finanziario, nonché l’opinione pubblica italiana, che la crisi economica ungherese non avrebbe sortito effetti rilevanti sul sistema bancario nostrano.

In realtà, sembra che l’intera questione sia frutto di uno stratagemma politico, tutto interno al paese, a sostegno delle dichiarazioni del portavoce del governo, che ha denunciato che i numeri erano stati «manipolati» dal precedente governo, che «mentono» sulla situazione reale dell’economia del paese, il quale «versa in una situazione molto grave». Una simile politica di allarme ingiustificato, secondo tali calcoli politici scellerati, avrebbe potuto comportare due differenti vantaggi all’attuale governo. In primo luogo, dopo l’esperienza greca, sarebbe stato plausibile l’accantonamento di nuovi fondi europei da destinare ad aiuti economici al paese. Aiuti a maggior ragione richiesti dopo che l’Ungheria aveva visto rifiutare la sua proposta avanzata in sede del vertice dei primi ministri a Bruxelles dello scorso marzo 2009 della creazione di un Programma europeo di stabilizzazione e integrazione (Esip) nell’ambito degli strumenti del bilancio europeo. La dotazione del programma avrebbe dovuto aggirarsi inizialmente intorno ai 160-190 miliardi di euro, da destinarsi ai paesi dell’est Europa (Polonia, Ungheria, Bulgaria, Romania, Slovacchia, Repubblica Ceca, Estonia, Lituania e Lettonia). Dall’altro lato, e sul piano interno, sarebbe stato facile gettare discredito sul precedente governo.

La lezione tuttavia che l’esperienza ungherese può impartire ricalca quella derivante dalla crisi greca, non ancora conclusa. Sono i problemi del debito in Europa che affiorano pesantemente e purtroppo sono molte la nazioni che stanno aggiungendosi al club del debito sovrano. Vasti sospetti, infatti, pesano sulle sorti di Spagna e Portogallo. L’allargamento dei debiti pubblici, accompagnato dalla preoccupazione che difficili siano le soluzioni per ripagarli, non potrà che comportare ulteriori effetti depressivi attraverso l’instabile canale della borsa. Questo soprattutto per la totale mancanza di unità politica interna all’Ue. C’è chi avanza previsioni quinquennali prima di poter rivedere ristabilita una sorta di stabilità nei mercati. Di certo quest’ultima non potrà prescindere da un vigoroso cambio di rotta della politica europea ancora fortemente frammentata e asservita agli interessi nazionali dei paesi fondatori.

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