Berlusconi dice no alla tassa sulle transazioni finanziarie

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 23 giugno 2010

Il Consiglio Europeo ha approvato la scorsa settimana una tassa sulle transazioni finanziarie, ossia sull’insieme delle transazioni che abbiano per oggetto ogni tipologia di strumento e di titolo che transiti sui mercati finanziari. Restano fuori dall’imputazione della tassa gli altri trasferimenti, come i pagamenti per beni e servizi, le prestazioni lavorative, le rimesse dei migranti, i prestiti interbancari e ogni operazione delle banche centrali.

La nuova proposta di tassa contro le speculazioni – così è stata presentata – è più ampia della precedente proposta della Tobin Tax, di cui abbiamo discusso a suo tempo. Mentre l’imposta di Tobin si applica esclusivamente alle transazioni che hanno per oggetto gli scambi di valute, la nuova tassa sulle transazioni finanziarie comprende tutto lo spettro delle transazioni finanziarie e, quindi, di fatto include la stessa Tobin Tax. Ciò sta a significare che le critiche ascritte all’imposta di Tobin continuano a valere anche per la Ftt (tassa sulle transazioni finanziarie).

Tanto è vero che il premier, Silvio Berlusconi in un intervento telefonico al convegno del Popolo della Libertà, dove è stata presentata la nuova Fondazione Liberamente, ha comunicato di aver bocciato l’approvazione di questa norma facendo appello a una delle critiche che si ascrivono alla Tobin tax. «Credo di aver reso un buon servizio al mio Paese e anche all’Europa con il veto sulla tassa sulle transazioni finanziarie» ha detto il premier. «Una proposta ridicola. Se fosse stata approntata solo dall’Unione Europea e non dagli altri grandi paesi avrebbe spostato negli Usa e in altri paesi la mole delle transazioni finanziarie internazionali». Indubbiamente imporre una simile tassa con la limitazione geografica dell’Europa significherebbe avere un’immediata diversione dei traffici finanziari, data la caratteristica di elevatissima mobilità dei capitali finanziari.

Altre critiche possono, però, essere qui aggiunte a quelle già esposte relativamente alla Tobin tax. In particolare, a parte l’avversione che si nutre nei confronti di ogni nuova tassa che rischi di aumentare la pressione fiscale, occorre dire che, in via di principio, un’imposta dovrebbe essere introdotta solamente di fronte alla manifestazione di una ricchezza, nuova o precedentemente occulta. Le transazioni finanziarie non sono una manifestazione di ricchezza, né una creazione della stessa, ma solamente una sorta di partita di giro. Il Samuelson sosteneva che si ha creazione di nuova ricchezza solamente in occasione di creazione di nuovo capitale reale (nuovi beni o miglioramento di quelli esistenti); il trasferimento della proprietà di un titolo è appunto solamente un «trasferimento» da un soggetto ad un altro, da uno che investe ad uno che disinveste, che lascia, comunque, inalterata la ricchezza economica del paese. Inoltre, un’imposta tra lo 0,01% e lo 0,1%, da applicare su ogni compravendita di titoli e strumenti finanziari, oltre a non incidere significativamente sulla speculazione, non discriminerebbe neppure tra attività speculative e non, anche perché non è possibile distinguere a priori le due transazioni, quelle speculative e quelle semplicemente transattive. Pertanto non sembra che tale imposta possa perseguire con successo l’obbiettivo per il quale sarebbe introdotta. Per non parlare dell’iniquità dell’introduzione di una imposta proporzionale, che inciderebbe in senso regressivo sui diversi operatori economici, colpendo maggiormente le transazioni a basso rendimento ed in una misura minore quelle ad alto rendimento.

Detto ciò, resta il fatto che occorre trovare un sistema affinché «il settore finanziario possa dare un contributo giusto e sostanziale per pagare per ogni costo associato con gli interventi governativi per riparare il sistema bancario» (secondo le conclusioni del G20 di Pittsburgh dello scorso settembre. L’introduzione di una nuova imposta, per di più non colpirebbe gli intermediari, ossia i professionisti che detengono l’insieme di informazioni essenziali per operare sul mercato, che hanno dimostrato spregiudicatezza nell’allocazione di titoli «spazzatura» ed hanno innescato la crisi finanziaria ed economica, volta ora alla seconda fase evolutiva, quella dei debiti sovrani, ma danneggerebbe i risparmiatori che pagherebbero l’imposta. Ancora una volta l’onere delle operazioni di sicurezza e di emergenza ricadrebbe sull’utilizzatore finale e non colpirebbe gli autori di scelte irresponsabili.

Resta poi non sciolto il nodo sostanziale dell’ente o dell’organizzazione internazionale che dovrebbe essere preposta alla gestione del gettito di tale imposta. Non è, infatti, ancora chiaro se dovrebbero essere gli stati nazionali a imporre l’imposta sulla transazioni e a gestirne il relativo gettito o un organismo internazionale preposto. Nel secondo caso ci si deve chiedere se gli stati sarebbero disposti a delegare una parte tanto importante della propria sovranità ad un organismo sovrannazionale.

Il tema sarà all’ordine del giorno del summit G20 di Toronto (Canada), che si terrà questa settimana. In quell’occasione si incontreranno i ministri delle finanze e i governatori delle banche centrali chiamati a dare una risposta concreta alle soluzioni alla crisi finanziaria ed economica. Le soluzioni alternative alla nuova tassa, ove non sia possibile risolvere in modo soddisfacente i problemi posti relativamente alla diversione dei traffici finanziari, all’aumento complessivo della pressione fiscale, alla iniquità di una imposta proporzionale che gravi su soggetti incolpevoli, alla delega della sovranità nazionale ad un organismo sovrannazionale, potrebbero essere indirizzate più efficacemente alla costituzione di un fondo di garanzia, che possa far fronte alle situazioni di emergenza sistemica simili a quella verificatasi con la crisi in corso.

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