TRA RIGORE E SVILUPPO. I NODI DI G8 E G20

di Emanuela Melchiorre
pubblicato su www.ragionpolitica.it il 26 giugno 2010
 
I«Grandi» della Terra riuniti per il G8 e per il G20 a Toronto, in Canada, cercheranno durante tutto il week end di formulare soluzioni concordate ed efficaci alla crisi economica, tuttora in agguato. Le posizioni dei partecipanti sembrano, tuttavia, molto distanti le une dalle altre, anche perché estremamente variegata si presenta la situazione economica dei diversi Stati. Infatti, a fronte di una perdurante forte crescita dei paesi emergenti, che da un lato tira la ripresa economica mondiale (con tassi superiori al 6%) ma dall’altro genera crescenti e preoccupanti disordini sociali interni, il gruppo dei paesi industrializzati ad economia e mercato maturi lotta contro la crisi, segnando tassi di crescita lenti ed estremamente contenuti. Diverse sono, quindi, le esigenze da contemperare e gli interventi e le misure da preordinare.

L’America di Obama chiede stimoli all’economia e all’occupazione, che comporterebbero solo in seconda battuta la riduzione del vasto debito pubblico, mentre l’Europa della Merkel e di Sarkozy reclama innanzitutto un risanamento dei bilanci pubblici con politiche di austerity. Sono visioni politiche ed economiche esattamente opposte, difficili da conciliare. Ciò nonostante la via da perseguire, l’imperativo inevitabile è l’armonia nella politiche economiche dei diversi paesi, poiché l’esperienza storica ha dolorosamente insegnato che l’autarchia, ossia la logica dell’«ognuno per sé», è causa di un avvitamento verso il protezionismo, con conseguenze imprevedibili ma comunque devastanti. Se si considera l’escalation di misure protezionistiche adottate negli ultimi due anni soprattutto tra i paesi industrializzati, si comprende che si tratta di rischi effettivi e di drammatica attualità.

Fu anche la via dell’autarchia e del protezionismo seguita dagli Stati industrializzati dopo la Grande Crisi economica degli anni Trenta a indebolire ulteriormente il più grande apparato produttivo del mondo di allora, quello degli Stati Uniti, con riflessi disastrosi sull’economia di tutti gli altri paesi. L’inadeguatezza della legislazione e l’assenza di una politica economica concorde ed efficace di risanamento comportò allora la contrazione dell’economia e il riflusso di enormi capitali verso la speculazione finanziaria. Si moltiplicarono gli accordi per limitare il gioco della concorrenza, sia all’interno degli Stati sia e soprattutto a livello internazionale, con la creazione di una fitta rete di misure protezionistiche che imbrigliò la ripresa economica mondiale, e con l’inasprimento dei dazi commerciali e quindi della pressione fiscale nel suo complesso. Ne conseguì un aumento esponenziale della disoccupazione, con circa 30 milioni di disoccupati in tutto il mondo. La denuncia del Fondo Monetario internazionale presentata oggi in occasione del vertice canadese è che il rischio di una vastissima disoccupazione mondiale possa riproporsi con gli stessi numeri di allora: 30 milioni di disoccupati.

I temi che saranno affrontati durante questi incontri canadesi sono gli stessi degli ultimi quattro G20: il rafforzamento del capitale delle banche e della liquidità per garantire il credito; la riforma dei mercati dei derivati e la riforma delle le istituzioni finanziarie internazionali. Tuttavia, a più di tre anni dall’inizio della crisi economica, le regole per arginare la ventata della speculazione sono estremamente lontane dall’essere compiutamente formulate, mentre la stessa crisi finanziaria si trasforma, minacciando una seconda e più devastante fase evolutiva, che passa per la speculazione sui debiti pubblici sovrani e rischia di far fallire non più le sole imprese produttive, ma interi Stati.

Tra le proposte finora avanzate, quella dell’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie, fortemente contestata da Silvio Berlusconi in sede europea, non sembra a prima vista sufficientemente meditata. Non si comprende, infatti, come sia possibile sostenere che appesantendo con nuovi balzelli la libera circolazione dei capitali si possa incentivare la ripresa produttiva, che necessita di investimenti in tecnologia, know how e incrementi di efficienza produttiva. Addossare il peso della crisi anche al settore finanziario non risolve di per sé i problemi di fondo, legati innanzitutto alle eccessive spese pubbliche, al pesante disavanzo e al debito degli Stati, all’eccessiva pressione fiscale, alla scarsa produttività del lavoro e delle imprese nei paesi occidentali.

Ciò non significa che il settore creditizio e finanziario non vada riformato. Anche dalla Grande Crisi del 1929 si uscì, in Italia, attraverso una nuova regolamentazione dell’intero sistema, che con la riforma bancaria del 1936 trasformò la «banca mista» (che finanziava sia a breve che a lungo termine) in «banca ordinaria» (con la separazione del credito a breve da quello destinato al finanziamento dell’industria e del mercato immobiliare), ponendo fine ad una lunga serie di fallimenti e di azzardate speculazioni.

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