I tratti salienti della riforma finanziaria di Obama

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 23 luglio 2010

La riforma finanziaria del Presidente Barack Hussein Obama, che è stata approvata al Senato degli Stati Uniti il 14 luglio scorso con larga maggioranza, ha trovato tra i commentatori opinioni e giudizi discordanti. L’economista Paul Krugman, con forza, ma anche Paul Volcker, uno degli ispiratori della riforma, affermano che con tale legge non si sia fatto abbastanza. La riforma finanziaria, secondo tali economisti, sembra infatti essersi fermata a metà del percorso che ci si aspettava che facesse, rimanendo ancora molto lontana da un vero ridisegno del sistema finanziario americano. L’imperativo che si poneva alla vigilia della sua formulazione era quello di un riequilibrio nel rapporto tra finanza e produzione, che non è avvenuto a sufficienza. Tuttavia, la nuova legge di riforma sembra intervenire con misure importanti a favore della protezione del risparmiatore.

La legge, così come è scritto nel testo di legge di 2300 pagine definitivamente approvato al Senato, impone infatti che i derivati siano quotati ufficialmente e soggetti a compensazioni centralizzate o, se scambiati non ufficialmente, siano sostenuti da capitali e comunque dai soggetti emittenti. Le cartolarizzazioni sono state regolate con più attenzione, l’ente emittente sarà tenuto a mantenerne parte nel proprio portafoglio per garantire una corretta condivisione del rischio.

La riforma ha avuto profonde modificazioni nel suo iter di formulazione e di approvazione. L’originaria versione della riforma prendeva la Volcker Rule, ossia la restrizione della possibilità delle banche di usare i depositi assicurati da fondi federali per la compravendita di asset a loro esclusivo vantaggio. La formula è stata molto mitigata nel tempo e le banche commerciali, secondo l’ultima versione, avranno deroghe al divieto di investire in operazioni speculative, in operazioni hedge o di private equity, per conto del proprio portafoglio oltre una piccola percentuale (3%) del suo valore. Le banche che vorranno investire una quantità superiore di capitali dovranno abbandonare il settore commerciale, che consente la raccolta di capitali dai depositi dei clienti, e dirigersi verso il settore di trading, oppure dovranno creare delle controllate separate. Quest’ultima opzione prevede la «trasmigrazione» delle attività dei derivati in società separate dalle banche tali che gli effetti deleteri del business dei subprime siano «confinati» in newco apposite che, se necessario, potranno essere fatte fallire. Si vuole quindi evitare che si perpetui quel ricatto mal celato delle banche finanziarie «troppo grandi per fallire».

È stata introdotta una nuova autorità di vigilanza, un’agenzia per la protezione dei consumatori, che andrà a sommarsi al già ingente numero di istituti di sorveglianza (115 prima della riforma) esistenti negli Stati Uniti. Vi saranno anche un controllo del rischio e nuovi poteri di supervisione da parte della Federal Reserve. Introduce nuove misure di trasparenza attraverso stanze di compensazione (dette «clearing houses») e veri e propri mercati specializzati per i fondi hedge e per i prodotti derivati.

Il problema del numero eccessivo delle agenzie di vigilanza è comune alla riforma europea della regolazione finanziaria, mentre rimane in sospeso il problema degli ostacoli nazionali alla libera circolazione delle informazioni sulle singole banche, imprese e assicurazioni che gli organi di vigilanza possono eventualmente raccogliere a livello locale, ma che per ragioni di protezionismo nazionale finiscono per non circolare a livello di istituti di vigilanza federali e comunitari.

La riforma finanziaria di Obama  è il primo provvedimento che si concretizza a livello planetario e che si contrappone alle poco edificanti lungaggini e inconcludenti dichiarazioni in termini di principio che hanno caratterizzato il panorama europeo dall’insorgere della crisi da speculazione. Occorrerà probabilmente riempire la riforma americana di contenuti sempre più stringenti, e tale processo impegnerà il presidente americano nei prossimi mesi. Con buona probabilità, tuttavia, gli permetterà di riguadagnare almeno in parte i consensi drammaticamente perduti con la fallimentare gestione dell’emergenza ambientale del golfo del Messico.

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