SI PUO’ RIDURRE L’EVASIONE ABBASSANDO LE ALIQUOTE?

 

 

 

D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, artt. 13, comma 1, e 77

Aspetti strutturali

Si può ridurre l’evasione
abbassando le aliquote?

di Fondazione Studi Tributari www.fondazionestuditributari.com

In mancanza di spiegazioni migliori, l’occultamento dei redditi al Fisco viene messo in relazione anche ad una pretesa eccessività delle aliquote. Viene quindi proposto, come se fosse la quadratura del cerchio, di aumentare il gettito diminuendo le aliquote. La riduzione di queste ultime rileva invece, ai fini delle scelte dei contribuenti di adempiere o evadere, solo per le ricchezze fortemente esposte ai controlli fiscali, e in presenza di sanzioni adeguate. Altrimenti, quale che sia l’aliquota, si preferirà attendere il controllo piuttosto che adempiere.


 

La scusa delle aliquote

La società cerca di spiegarsi l’evasione fiscale come può, e in mancanza di meglio utilizza concetti come onestà, disonestà, furbizia, «evasori» e «corretti», ecc. Lei stessa si rende conto che sono spiegazioni semplicistiche, essendo consapevole che le categorie in odor di evasione creano comunque occupazione, reddito, sviluppo, oltre che servizi a beneficio delle controparti.  Si tratta di sensazioni opposte e contraddittorie, che solo riflessioni organiche potrebbero conciliare. In loro assenza la società si dibatte  in una specie di schizofrenia sociale, cui dedichiamo un altro scritto su questo numero[1]. A questo disagio si risponde in tanti modi, tra cui spiegare  la diffusione dell’evasione attraverso  aliquote troppo alte; l’eccessività delle aliquote diventa cioè uno strumento politico-mediatico per recuperare coesione sociale. Vi fa ricorso anche chi nasconde la ricchezza, sostenendo che se pagasse per intero le imposte rischerebbe la chiusura dell’attività economica, il licenziamento dei dipendenti, ecc.

Il discorso sull’eccessivo livello delle aliquote è quindi socialmente utile, strumento gradito per le istituzioni e i media, di fronte alle lacerazioni connesse alla criminalizzazione del problema.

La previsione delle possibilità di controllo
e delle sanzioni come motivo determinante

Spiegare l’evasione con il livello delle aliquote è però pur sempre un palliativo rispetto all’individuazione delle sue cause reali. L’evidenza empirica e il buonsenso confermano, infatti, che il livello delle aliquote è una variabile ordinariamente secondaria rispetto alla visibilità della ricchezza e alla previsione di esposizione ai controlli. Basta leggere le statistiche delle dichiarazioni, avendo presenti le tipologie di occultamento di ricchezza al Fisco, per rendersi conto dell’importanza primaria della percezione della probabilità del controllo fiscale; la variabile rilevante è anche qui la determinabilità e visibilità di quanto  si decide di nascondere, nonché la previsione su quanto potrebbero essere le sanzioni se quanto  nascosto venisse scoperto (quest’ultimo tema merita un intervento a parte). La rilevanza della percezione della possibilità di controllo, anziché di un atteggiamento pregiudiziale degli individui[2], è confermata dal diverso comportamento della stessa persona con riferimento a ricchezze diverse; in questi casi si agisce diversamente in funzione proprio della previsione della difficoltà per il Fisco di rilevare le diverse forme di ricchezza: magari si dichiarano i redditi pagati da un sostituto di imposta e si evadono quelli pagati da privati; si paga l’ICI, ma si percepisce l’affitto in nero, si dichiara il compenso pagato con assegni, e si evade quello percepito in contanti. Il commerciante sa che il negozio «si vede» e apre la partita IVA, il fisioterapista che lavora nelle abitazioni dei clienti sa di non essere altrettanto visibile e magari non la apre.

In questo quadro[3] va inserito il livello delle aliquote e il loro peso in queste decisioni. Il livello delle aliquote può considerarsi secondario non nel senso che è «poco importante», ma nel senso che «viene dopo» la percezione del livello dei controlli, ed è influenzato dalla misura della sanzione. Potremmo fare riferimento ad alcune teorie economiche, della «teoria dei giochi», dell’equilibrio di Nash e del dilemma del prigioniero, con cui gli economisti tentano di misurare e prevedere il comportamento umano[4]. Si tratta di una sorta di partita a carte che il contribuente, a volte del tutto cosciente, altre volte a livello inconscio, gioca con l’Erario. In entrambi i casi le valutazioni del contribuente partono sempre dalla considerazione di quali carte abbia in mano il Fisco[5].

La fase in cui il livello delle aliquote
diventa importante

Secondo uno degli aforismi riportati sul sito della Fondazione Studi Tributari, «le imposte si pagano quando qualcuno le richiede». Questa formula sintetica si riferisce ad ogni forma di richiesta da parte del Fisco, sia effettiva, sia potenziale; il contribuente infatti paga «spontaneamente» quanto più sa che il Fisco è in grado di richiedere il pagamento[6].

La spiegazione dell’evasione in base alle aliquote dipende dalla memoria della vecchia fiscalità a richiesta degli Uffici, rispetto alla quale un’opinione pubblica inevitabilmente frettolosa e senza guida non ha ancora «cambiato la propria testa». Quando c’è il Fisco alla porta, e si sta discutendo sull’ammontare dell’imponibile, allora l’aliquota è importante per decidere di pagare o di litigare. Peccato però che oggi la maggior parte dei contribuenti decida di adempiere o di evadere senza avere affatto «il Fisco alla porta». Vogliamo dire che l’aliquota dell’imposta, anche nella nostra tassazione aziendale, è importante quando c’è una significativa percezione di essere individuabili, e l’entità della sanzione è apprezzabile. Quest’ultima non  può però oltrepassare alcuni limiti politico sociali, per cui sono opportune riflessioni specifiche in altre sedi ([7]). L’abbassamento delle aliquote ha quindi effetto solo sulle valutazioni di convenienza di chi si sente già in qualche modo «nel mirino» del Fisco. L’effetto è ben poco sulla massa dei contribuenti, che vede i controlli come un evento lontano e del tutto ipotetico.

L’autofinanziamento delle diminuzioni
di aliquota: una leggenda metropolitana

Si può quindi dubitare della teoria, a prima vista seducente, secondo cui una riduzione delle aliquote fiscali potrebbe autofinanziarsi, in termini di gettito, mediante una riduzione dell’evasione. L’effetto della riduzione opera infatti solo sulla piccola minoranza che evadeva pur sentendosi esposta a un apprezzabile rischio di controllo; per la ricchezza palese le minori aliquote comporterebbero  invece un’immediata riduzione del gettito fiscale. Il saldo finale di questa pensata, che ricorda molto le diete miracolose secondo cui si potrebbe dimagrire mangiando più di prima, sarebbe una diminuzione immediata delle entrate fiscali totali. Sono ragionamenti molto efficaci in termini di immagine mediatica, ma da valutare realisticamente nei termini appena indicati.

La diminuzione delle aliquote si collega in parte con l’accattivante tematica della diminuzione dell’intervento dello Stato nell’organizzazione sociale, ma è un discorso diverso, che riguarda gli stimoli alla produzione, agli investimenti, ecc. Sono argomentazioni aggiuntive, sempre basate sulla diminuzione delle aliquote, ma riferite all’impulso che ciò darebbe all’attività economica, ed alla diminuzione dell’intervento pubblico nell’economia. In questa sede le aliquote rilevano invece solo come strumento per indurre i contribuenti ad aumentare la percentuale di ricchezza dichiarata. Sotto questo profilo, è credibilmente sostenibile che la riduzione delle aliquote incida molto sui soli meccanismi comportamentali di chi si sente molto esposto ai controlli . Se la loro percezione  è bassa non c’è riduzione di aliquota che possa indurre a far emergere la ricchezza nascosta.


 


 

 


Fondazione Studi Tributari – Anche questo articolo viene dalle conversazioni interne alla Fondazione Studi Tributari, soprattutto tra Raffaello Lupi ed Emanuela Melchiorre

[1] Lupi La «diceria dell’evasore»:le spiegazioni improvvisate e la schizofrenia sociale

[2] Si ricordi che gli evasori, come categoria antropologica, non esistono, come rileviamo in varie sedi (cfr. anche R. Lupi, «Evasori con la coda?», in Dialoghi Tributari n. 5/2009, pag. 489; Id., Tassazione aziendale in cerca di identità, allegato a Dialoghi Tributari n. 2/2010, pag. 56).

[3] Oltre a tutti gli altri fatti che influiscono sull’evasione, come i bisogni personali e familiari, la condizione patrimoniale complessiva, la propensione al rischio, ecc.

[4] In realtà, quest’ultimo non è formalizzabile, e dipende da come si puntualizzano in ciascun individuo bisogni e preoccupazioni che coesistono nell’animo di ciascuno.

[5] Torna alla mente la splendida scena del film “Settimo sigillo” di Ingmar Bergman in cui Antonius Block, il crociato, gioca la sua ultima partita a scacchi con la morte http://www.youtube.com/watch?v=d2S9VVeGNkA.

[6] È un po’ come il biglietto dell’autobus, e gli stratagemmi che si mettono in campo per evitare di pagare il costo del biglietto, ma anche la multa in caso in cui il controllore salga alla prossima fermata. Continuando con il confronto cinematografico, la scena del film «Tre uomini e una gamba» di Aldo, Giovanni e Giacomo, in cui Ajeje Brasorv incontra il controllore è esilarante http://www.youtube.com/watch?v=raE_sMhspgM&feature=fvw.

[7] Sul prossimo numero ci chiederemo in quale misura l’importo della ricchezza tassata condizioni anche le sanzioni; comunque sulla impossibilità di considerare forti sanzioni come un surrogato dei controlli  R. Lupi, Società, diritto e tributi, Milano, 2005, pag. 149, e Id., Evasione fiscale, paradiso e inferno, IPSOA, 2008, pag. 289 ss.

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