PROSPETTIVE DI RIFORMA DELLA TASSAZIONE AZIENDALE E DOTTORI COMMERCIALISTI

Aspetti strutturali

Prospettive di riforma
della tassazione aziendale
e dottori commercialisti

di Fondazione Studi Tributari (www.fondazionestuditributari.com), Mario Damiani

Qualsiasi riforma fiscale deve mantenersi ancorata alla  tassazione attraverso le aziende, da cui  arrivano insostituibili volumi di gettito; un maggior equilibrio può quindi venire solo da interventi dove le aziende non arrivano o sono inaffidabili. E’ qui che deve portare la riforma, non certo puntando tutto su un solo intervento, ma su una combinazione che sfrutti le potenzialità di diverse misure coordinate tra loro. In questo quadro si inserisce l’azione dei professionisti, la razionalizzazione dei loro compiti ed il riconoscimento di un loro ruolo pubblicistico.

n   Tassazione attraverso le aziende e ruolo dei professionisti

Fondazione Studi Tributari


La tassazione attraverso le aziende, descritta nell’allegato al precedente numero di Dialoghi[1], è la cornice di qualunque riforma che voglia mantenere i livelli di gettito, di gestibilità e di precisione. Si tratta finalmente di avere una tassazione aziendale consapevole, organizzata, frutto di elaborazione e riflessione, anziché di estemporanee emozionalità di breve respiro. In particolare si tratta di ottimizzare l’intervento delle aziende fin dove esse possono giungere; la loro funzione va invece integrata sulle tipologie di ricchezza dove esse non arrivano, o sono esse stesse manipolabili dai loro titolari[2].

I tributaristi non possono certo incidere su questioni generali, come i livelli di spesa pubblica, o sull’organizzazione della convivenza sociale attraverso lo Stato o attraverso il mercato; si tratta di variabili indipendenti per i professionisti, il cui compito è invece quello di indicare i criteri più efficienti per determinare la ricchezza, che rappresenta da sempre ed inevitabilmente il criterio di riferimento della tassazione (ben prima che fosse concepito il criterio di capacità contributiva). Il ruolo dei professionisti, e degli studiosi, non è quello di porsi interrogativi di dettaglio su aspetti applicativi della legislazione fiscale, ma quello di analizzare la sua adeguatezza rispetto ai passaggi in cui la ricchezza viene allo scoperto oppure tende a nascondersi, con innumerevoli sfumature intermedie. Esistono però margini notevoli per rendere più equa ed efficiente una tassazione troppo sbilanciata sul circuito della formazione del reddito per la parte evidenziata dalle aziende, prima di tutto con una loro utilizzazione più razionale. Occorre utilizzare al meglio le aziende che ci sono, in quello che non possono esimersi dal fare, con un saggio principio di proporzionalità, estendendo in modo appropriato la rete di segnalazioni su cui si basa la tassazione aziendale; oggi queste segnalazioni sono effettuate prima di tutto attraverso lo strumento «improprio» della ritenuta alla fonte a titolo di acconto; quest’ultima sconta il vizio di origine di derivare dalla ritenuta d’imposta, cioè uno strumento finale di tassazione, e quindi uno strumento immediato di gettito. La ritenuta è inevitabilmente applicabile solo «sui ricavi», unico elemento conoscibile in modo snello dai clienti. Solo per questo la ritenuta non era praticabile verso le imprese, che hanno un valore aggiunto estremamente diverso. Al posto delle ritenute d’acconto è però possibile la segnalazione delle piccole attività d’impresa, recuperando gli aspetti positivi dell’elenco fornitori, selezionandone i contenuti alle sole informazioni prospetticamente davvero utili all’attività di controllo. Sulla modalità di fornire queste indicazioni abbiamo svolto già alcune riflessioni, e ci torneremo ulteriormente. E’ però un esempio del lavoro necessario, sia sul piano progettuale, sia su quello operativo, che tecnici e tributaristi sono chiamati a svolgere, conciliando le esigenze di precisione, certezza semplicità, cautela fiscale e tutte le altre che indichiamo sempre su Dialoghi. «Tecnica tributaria» vuol dire valutazione di determinate previsioni sull’emersione della ricchezza in termini di efficacia, semplicità, gestibilità, ecc.; tenendo presente le possibilità di intervento amministrativo e la scala su cui possono essere svolte. La tecnica non è certo l’esegesi certosina, e spesso contorta, della legislazione, né un elenco di generici auspici all’onestà fiscale, alle garanzie del contribuente, alla legalità, alla collaborazione, alla trasparenza, al contraddittorio, ecc. Senza una visione d’insieme della tassazione «attraverso le aziende» tutto si riduce a generiche divagazioni di onestà o disonestà, e la conseguente cultura del sospetto paralizza il dialogo, drammatizza la tassazione, spinge qualsiasi conoscitore della società a sentirsi investito dell’onere dell’indagine seppur privo degli strumenti adeguati, nonché induce molti politici a considerare l’eventualità di fare a meno dei tecnici, semplicemente perché questi ultimi non hanno dimostrato la valenza del loro lavoro di teorici e di studiosi (o si sono mostrati dediti solo a «casi limite» e dettagli professionali).

L’inutilità della contabilità dove non esistono le aziende

I tecnici devono inoltre resistere alla tentazione di difendere alcuni adempimenti inutili solo perché ritenuti collegati a opportunità di ulteriore lavoro, che si presenta pertanto altrettanto inutile. Un esempio calzante è la contabilità degli «autonomi», che agli occhi del legislatore del 1973 avrebbe dovuto essere la bacchetta magica per trasformare artigiani, piccoli commercianti e professionisti, operanti da soli, o quasi, in aziende contabilmente rigide. Alcuni decenni di esperienza confermano che il progetto di trasformare in «aziende» attività «autonome» solo imponendo loro una «contabilità fiscale» era destinato fin dall’inizio al fallimento[3]. Non ha senso illudersi di poter creare un’azienda dove manca, imponendo un’inutile contabilità a milioni di «autonomi» dove un’azienda esiste solo in senso materiale, e non personale ed organizzativo.

Invece di tenere un’inutile contabilità, esistono innumerevoli adempimenti per i quali i professionisti tributari possono affiancare milioni di «autonomi»; non si tratta solo degli adempimenti utili al Fisco, ma anche di quelli relativi agli enti previdenziali, ai Comuni, e simili. Sono necessari professionisti che individuino e certifichino informazioni utili per il Fisco, con un riconoscimento pubblicistico, su snodi di passaggio della ricchezza, dove possano prendersi le relative responsabilità. Qualunque sia l’ammontare dell’evasione, le possibilità di nascondere ricchezza al Fisco, nella misura in cui non si è coinvolti in un circuito aziendale, sono socialmente laceranti e al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica; quest’ultima avverte lo squilibrio tra ricchezza intercettata dalle aziende e ricchezza lontana da esse; tale squilibrio appare come un favore fiscale soggettivo, politicamente incontrollato; si sono in tal modo create franchigie fiscali a macchia di leopardo, legislativamente governabili con scarsi risultati, e sperequate rispetto alla ricchezza che, attraverso le aziende, viene colpita fino all’ultimo centesimo.

Le sofferenze professionali degli adempimenti inutili e della drammatizzazione dell’evasione

La facilità degli autonomi di nascondere la ricchezza al Fisco ha diviso l’opinione pubblica, cui in mancanza di meglio sono state proposte chiavi di lettura criminalizzanti, che i professionisti e i tecnici devono prima di tutto rasserenare, magari spostando la riprovazione sui casi di effettiva pericolosità sociale. In quest’ottica, un ruolo fondamentale potrebbe essere svolto dai dottori commercialisti, i quali non devono temere ripercussioni negative in termini di mole di lavoro dall’abolizione della contabilità per i suddetti «autonomi senza azienda». L’esperienza dei «minimi», commentata nel precedente fascicolo di Dialoghi[4], ha dimostrato che il fiscalista «fai da te» è inesistente e che il lavoro professionale non solo resta, ma assume anche una maggiore qualità rispetto all’inutile registrazione contabile di documenti che possono essere semplicemente conservati.

Ci sarà sempre bisogno del commercialista, nei rapporti con il Fisco, e ne avranno bisogno sia il Fisco sia il cliente. In sostanza, il commercialista non si deve spaventare di perdere lavoro. Al contrario, abbandonare gli adempimenti inutili gli consente di valorizzare quelli che davvero giovano al Fisco, sfatando il mito della «rendita da complessità». Solo pochi fortunati profittano oggi dell’«inferno» della ricchezza palese, dei rilievi fiscali imprevedibili che commentiamo spesso su Dialoghi, indotti dalla mancanza di una visione d’insieme della tassazione aziendale. Per la massa dei professionisti, le parcelle sono sostanzialmente plafonate, il lavoro è stressante e le complessità avvelenano l’esistenza, ma non appesantiscono il portafogli. La drammatizzazione dei rapporti tra Fisco e contribuenti rappresenta solamente un peggioramento della condizione di lavoro, e non certo una fonte di maggior guadagno. In ultima analisi, quindi, sono gli stessi dottori commercialisti che sostengono il costo della complessità.

Una sorveglianza fiscale non poliziesca del professionista dove le aziende non arrivano: le fatture certificate

L’attività di mediazione del consulente fiscale resta insostituibile, e non si perde se viene meno la contabilità; può essere piuttosto concentrata, con riconoscimento pubblicistico, sugli adempimenti davvero utili al Fisco. È sempre necessario rivolgersi ad un esperto, che faccia da filtro – come dice Claudio Siciliotti, presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti e ragionieri – tra l’attività economica e le istituzioni. È essenziale che l’esperto in parola non sia colui che tiene le scritture contabili, ma che svolge gli adempimenti e si assume le responsabilità di fronte al Fisco di ciò per cui è direttamente testimone o redattore. Il piccolo imprenditore/lavoratore autonomo non presenta la garanzia della serialità imprenditoriale, della ripetitività amministrativa della gestione, che nei soggetti di grandi dimensioni assicura che la fattura emessa viene anche registrata. Per tale piccolo operatore economico occorre una figura professionale tutor, che interagisca con il Fisco, ad esempio provvedendo a emettere le fatture e impegnandosi a registrarle, in modo da impedire quelle connivenze che abbiamo indicato nel precedente n. 1 della Rivista, a proposito di quel commercialista a cui il cliente ordinava di non registrare le fatture emesse, che egli stesso conservava. Si potrebbe anche imporre che nelle fatture dei contribuenti di piccole dimensioni debba essere riportata l’indicazione del commercialista che procede alla relativa registrazione.

Il dottore commercialista, in questo ambito, diviene colui al quale la Pubblica amministrazione si deve rivolgere per ottenere le informazioni sulle vicende in cui deve essere coinvolto e delle quali è in qualche misura responsabile. E’ un importante passaggio della riforma fiscale, coordinato con lo sfruttamento del ruolo segnaletico delle aziende e di quello valutativo degli Uffici, dove le aziende non arrivano. Ad esempio, i contribuenti medio-piccoli non potrebbero più redigere fatture per conto proprio, salve magari soglie di importi minimali, ma dovrebbero avvalersi necessariamente dell’intermediario fiscale, il quale ne comunicherebbe la registrazione all’Amministrazione finanziaria a fine esercizio. Si investirebbe cioè il dottore commercialista di un ruolo di pubblico ufficiale simile a quello attualmente svolto dal notaio. Ai fini della detrazione dei costi in sede di determinazione del reddito potrebbero essere considerate, oltre certe soglie (anche globali) dovute a motivi di semplicità, le sole fatture emesse e certificate da un dottore commercialista[5].

Attraverso le capacità progettuali e previsionali della tecnica, lo strumento della fattura certificata non si tradurrebbe certo in una mole di adempimenti burocratici inutili e costosi in termini di tempo, risorse e rigidità della gestione. La fattura attraverso il commercialista potrebbe essere integrata e coordinata con la segnalazione da parte delle (grandi) aziende clienti, attraverso un intelligente e non indiscriminato «elenco fornitori».

Alle segnalazioni è riconducibile anche il ruolo nel «contrasto di interessi» che può portare i suoi frutti solo se le generalità del percettore siano indicate nella dichiarazione dell’erogante, e quindi coinvolgendo professionisti e centri contabili che predispongono le dichiarazioni dei redditi dei consumatori finali. In questo caso, il dottore commercialista potrebbe svolgere il ruolo segnaletico oggi indirettamente effettuato dal sostituto d’imposta.

I dottori commercialisti possono anche svolgere un interessante ruolo di controllo del territorio, in termini di comunicazione delle caratteristiche esteriori dell’azienda, rilevanti ai fini degli studi di settore.

Un altro intervento potrebbe riguardare la certificazione di esistenza e documentazione dei costi, un po’ sul tipo di quella dei Centri di assistenza fiscale per gli oneri deducibili.

I dottori commercialisti non si addosserebbero certo un ruolo poliziesco, del quale si dovrebbe privare persino l’Agenzia delle entrate. Prima di tutto, come indichiamo sempre su Dialoghi, gli evasori sono pur sempre individui che creano reddito, spesso offrono opportunità occupazionali e svolgono servizi utili alla convivenza sociale. Inoltre, dove le aziende non arrivano, occorre prima di tutto che le imposte vengano richieste, senza drammatizzazioni. A porre le premesse per tale richiesta potrebbero contribuire anche i dottori commercialisti, in modo da riservare alle istituzioni fiscali le attività di intelligence per i casi in cui si cerca di vanificare i punti di forza della tassazione aziendale, secondo quanto rileviamo in questo stesso numero di Dialoghi a proposito di sanzioni[6].


n   Insufficienze della tassazione aziendale e ruolo dei commercialisti

Mario Damiani


La ricchezza non si manifesta con modalità uniformi. Vi è infatti un’ampia gamma di possibili emersioni o nascondimenti riferiti sia alla sua natura (finanziaria, mobiliare, immobiliare) che ai soggetti (imprese produttrici, commercianti grossisti, dettaglianti di varie gradazioni, prestatori di servizi con e senza organizzazione). Tra il nascosto ed il visibile dei redditi e delle transazioni commerciali possono allora celarsi manifestazioni economiche che tendono a degradare fino all’occultamento o evolversi fino al dichiarato, con e senza tentativi di erosione della base imponibile (deduzione di costi non inerenti, ecc.). E’ di sicuro interesse pubblico che questo spettro di situazioni sia ristretto in modo da favorire la compliance del cittadino e dell’imprenditore verso l’emersione; a questi fini è importante l’assegnazione di funzioni intermedie, di natura pubblicistica, a figure professionali, come quella dei dottori commercialisti, che sono in grado di intercettare informazioni sensibili ai fini tributari e garantire che siano utilizzate e documentate ai fini dichiarativi, anche nei confronti delle controparti delle operazioni.

La funzione pubblicistica attribuibile al commercialista può risultare praticabile utilmente se, raccordando opportunamente e senza equivoci le esigenze aziendali del cliente con quelle informative del Fisco, i flussi delle notizie valide fiscalmente sono combinati e indirizzati per controllare l’emersione dei fatti economici.

Alcune aziende posseggono la struttura organizzativa per poter assumere il ruolo di «sentinella» della comunicazione al sistema informatico del Fisco della ripartizione tra i percipienti delle frazioni di ricchezza prodotta; ciò, sia per la collocazione di tali aziende nella filiera economica di formazione della ricchezza (dalla produzione al consumo), sia per l’affidabilità ed efficienza che le connota. Le erogazioni di queste aziende possono essere monitorate imponendo la segnalazione delle operazioni più significative e suscettibili di essere occultate dai percipienti (è il caso dei servizi fatturati non solo dai professionisti, già segnalati mediante il sistema delle ritenute, ma da piccoli imprenditori che di fatto sono lavoratori autonomi e possono essere tentati di eliminare le fatture emesse). E’ una modalità di controllo automatizzato che può essere valorizzato congiuntamente all’opera di professionisti i quali garantiscono che le informazioni sulle operazioni compiute dalle imprese minori siano tutte utilizzate ai fini fiscali.


 


Fondazione Studi Tributari – L’articolo riprende alcune riflessioni formulate da R. Lupi nell’ambito della commissione costituita presso il CNDC per lo studio della riforma fiscale, poi sistematizzate nell’ambito della Fondazione Studi Tributari, tra l’altro con A. Fiorilli e M. Damiani, che ha prodotto alcune considerazioni a seguire, nonché E. Melchiorre.

[1] Cfr. R. Lupi, Tassazione aziendale in cerca di identità, allegato a Dialoghi Tributari n. 2/2010.

[2] Rischio tutt’altro che secondario in un contesto di capitalismo familiare come quello italiano. Il tema degli autonomi, cioè delle attività economiche coincidenti con il loro titolare, va invece risolto, come vedremo, affiancando l’opera dei professionisti all’azione congiunta delle aziende e degli Uffici fiscali.

[3] G. Tremonti e G. Vitaletti rilevarono già dieci anni or sono che nell’espressione «contabilità fiscale» l’aggettivo «fiscale» annulla il sostantivo, cioè la contabilità, nei benefici che essa può dare al Fisco quando esiste un’organizzazione aziendale con le sue rigidità, e la contabilità è una vera esigenza gestionale. Non come la partita doppia del norcino o i risconti del gelataio.

[4] Cfr. R. Lupi e S. Capitani, «Gli autonomi “minimi”: un bilancio del primo anno di regime speciale», in Dialoghi Tributari n. 3/2010, pag. 261.

[5] Si potrebbe ad esempio richiedere che quando le fatture, a fine anno, superano determinati importi, occorra una certificazione del commercialista del fornitore, che le ha debitamente registrate e computate a debito ai fini IVA.

[6] Cfr. Fondazione Studi Tributari, R. Lupi, «Fatture false, ricchezza nascosta e teoria della tassazione», in questa Rivista, pag. ??.

Mario Damiani – Professore straordinario di Diritto tributario presso l’Università LUM J. Monnet – Bari – Titolare modulo J. Monnet della Commissione europea e Dottore commercialista in Pescara

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