Il caso Unicredit

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 24 settembre 2010

A ben vedere, la questione delle dimissioni dell’amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, non avrebbe dovuto stupire molti osservatori, dal momento che alla robusta ascesa della banca è seguita una meno onorevole sua caduta dal mondo illusorio della speculazione. L’eccessiva esposizione verso i derivati finanziari (ai tempi dello scoppio della bolla speculativa dei subprime si diceva che Unicredit fosse tra le banche italiane la più esposta al rischio di insolvenza), gli investimenti bancari verso i paesi dell’Est europeo dall’economia traballante e, infine, il crollo dell’utile azionario (vedi grafici) hanno finito col pesare indiscutibilmente sul curriculum del banchiere, che nella notte tra il 21 e il 22 settembre ha subìto la sfiducia del Consiglio di amministrazione. Tecnicamente ha presentato le proprie dimissioni, accettate dal Consiglio, ma poco cambia. La conseguenza immediata è stata la perdita del 4%, in una sola seduta di borsa, del valore del titolo azionario.

Fonte: http://www.unicreditgroup.eu/it/Investors/Shareholder_structure.htm

Fonte: http://www.unicreditgroup.eu/it/Investors/Historical_figures_5_5_5.htm

L’ascesa dei fondi libici al capitale della banca (arrivati a detenere circa il 7,5% del capitale azionario, vedi tabella), che tutto sommato era in linea con il carattere internazionale di cui si era dotata Unicredit con la gestione di Profumo, è stata d’aiuto proprio nel momento di massimo bisogno, in seguito alla perdita di credibilità della banca agli occhi di correntisti e investitori, ed ha permesso a Profumo di rifiutare i fondi pubblici di salvataggio, i cosiddetti «Tremonti Bond». Tuttavia l’autonomia nelle decisioni dell’Ad in questa vicenda ha lasciato una sorta di macchia sulla reputazione di cui l’uomo finanziario godeva presso le fondazioni bancarie italiane. Queste ultime, inoltre, avevano finanziato a più riprese la banca durante il ciclo avverso della crisi dei derivati, senza però vedere incrementare i propri utili azionari. Non stupisce, quindi, che abbiano poi preso una decisione drastica.

C’è chi ha voluto attribuire alla vicenda anche connotati politici, definendo l’ex Ad di Unicredit un uomo di sinistra e papabile capo del futuro centrosinistra (vedi Luca Telese), per colmare la perenne carenza di leadership del Partito Democratico. Francesco Forte si è spinto anche oltre in un’intervista rilasciata al Sussidiario, collegando direttamente la sfiducia subita da Profumo alla perdita di influenza politica di Romano Prodi. Oscar Giannino lo ha invece difeso a spada tratta, con un interessante post sul suo Chicago-blog. Ma proprio le parole di Giannino ricordano che l’Unicredit di Profumo si è offerta di coprire un rimborso pari solo al 50% del capitale ai clienti che avevano sottoscritto prodotti della Lehman, a fronte di rimborsi integrali garantiti dagli altri istituti italiani. Ne consegue che il tentativo di risanamento di Unicredit è stato fatto prevalentemente a spese di propri clienti. Rimane, tuttavia, il fatto che il momento scelto dal Consiglio di amministrazione per dimissionare inelegantemente il proprio Ad non è dei migliori. La faccenda è stata mal gestita in un momento in cui il Paese richiede stabilità, specie se si tratta di stabilità finanziaria. Va riconosciuta comunque l’opera del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che proprio per scongiurare un simile evento destabilizzante aveva tentato di calmare gli animi nell’ambito delle fondazioni azioniste della banca.

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