Pressione fiscale e PIL:due indicatori sopravvalutati?

di Fondazione Studi Tributari 

Parlando di tributi si scivola spesso sulla combinazione tra organizzazione privata e organizzazione pubblica della convivenza sociale, sul rapporto tra «tasse e servizi» e quindi sulla «pressione fiscale», indice convenzionale basato sul PIL. Quest’ultimo e` pero` un indicatore affidabile dell’organizzazione «privata» dell’economia, misurata dal mercato, mentre per quella pubblica e` meno calzante, e costringe a convenzioni forzate, come quella secondo cui l’aumento degli stipendi dei pubblici impiegati fa aumentare il PIL. Man mano che il mercato perde importanza rispetto all’organizzazione statale, basata sulla coercitivita` e i tributi, l’indicatore rappresentato dal PIL perde progressivamente di significativita`.

Osmosi tra organizzazione pubblica e privata della convivenza sociale

La convivenza sociale e` organizzata con gli accordi tra i privati, oppure con l’intervento dei poteri pubblici, finanziato anche dai tributi. La crescita di questi ultimi, a parita` degli altri fattori, indica una maggiore ingerenza della politica nella scelta di dove spendere e perche´. Non ci interessa qui la dialettica tra chi sostiene che le persone sono in grado di soddisfare i propri bisogni meglio di quanto non possa fare lo Stato per loro (1), e la logica solidaristica secondo cui i servizi del welfare, sono una sorta di polizza assicurativa collettiva contro i rischi legati agli infortuni sul lavoro, alla vecchiaia e alla malattia (2). Anche se, come diceva Milton Friedman, nessun pasto e` gratis, bisogna evitare le facili suggestioni secondo cui l’organizzazione pubblica della convivenza sociale mette il conto a carico dei ricchi (3). Tutti convengono, in prima battuta, che lo Stato, anche attraverso il Fisco, deve, come detto, fare quello che non riesce o non conviene al mercato. Anche se e` riduttivo considerare l’intervento pubblico come il rimedio ai fallimenti del mercato,  trascurando che la convivenza sociale dell’economia agricola ha tradizioni organizzative prevalentemente pubblicistiche, in cui si inquadravano gli scambi privati. Sembra, nella lettura degli economisti, che «dapprima sia venuto il mercato», i cui «fallimenti» devono essere risolti da una specie di intervento pubblico illuminato e salvifico. La realta` e` piu` complessa, perche´ mai nella storia organizzazione privata e pubblica sono stati compartimenti stagni, ed e` sempre esistito uno scambio ed una compenetrazione tra essi. Ne e` un esempio la cd. certezza dei rapporti, che e` il motore dell’attivita` economica: se in effetti non ci fosse la sicurezza giuridica dell’incasso dei crediti o della proprieta` non vi sarebbe l’economia come la conosciamo nei Paesi occidentali (4). Il diritto di proprieta` e` riconosciuto dal gruppo, non e` una caratteristica intrinseca delle persone (cfr. art. 41 Cost.). Le forme di appartenenza sono, difatti, pubblicistiche, non a caso la stessa procedura civile appartiene al diritto pubblico, e le spese per la giustizia sono un servizio che l’organizzazione pubblica della convivenza sociale rende a quella privata.

Il PIL come tipico misuratore dell’organizzazione sociale effettuata attraverso il mercato Il PIL e` un misuratore dell’organizzazione sociale, rispetto al quale lo stesso ideatore, Simon Kuznetz (5), era per certi versi scettico, temendo fin da allora che il benessere dei cittadini potesse essere confuso con l’attivita` economica di un Paese.

Su queste riflessioni si sono inseriti noti paradossi secondo i quali se si cena fuori si aumenta il PIL, mentre se si cena a casa lo si aumenta di meno, oppure, secondo una battuta di Winston Churchill, «se sposo la mia cameriera (riduco il PIL e quindi) impoverisco la nazione». Battute a parte il PIL e` imperfetto in quanto trascura, non solo le transazioni a titolo gratuito e i beni pubblici, ma anche la produzione per l’autoconsumo, il lavoro delle casalinghe, il prodotto del tempo libero (hobby e creazioni artistiche), ecc. Non considera, inoltre, i danni al benessere individuale (es. un incidente autostradale) e a quello sociale o ambientale (es. inquinamento). Il PIL per definizione trascura gran parte dell’economia sommersa (6), ossia quella parte di attivita` economica non dichiarata, riguardante, sia le attivita` legali per evadere il Fisco (totalmente o parzialmente), sia illegali (traffico di stupefacenti, gioco d’azzardo, ecc.) e che alimentano la malavita. Nonostante l’ampio dibattito economico e politico sulla insufficienza del PIL ad esprimere le reali condizioni di ricchezza di un Paese, esso e` ancora la misura cui il mondo mediatico e dell’opinione pubblica fanno riferimento, in assenza di indicatori sostitutivi praticabili e soddisfacenti; non che siano mancati i tentativi, a partire da un insieme di indicatori che compongono una sorta di «barometro della crescita» (7); ci si e` anche esposti a facili ironie parlando di «indici della felicita`». Fermo restando che la felicita` dipende da equilibri personali incommensurabili, un indice del benessere, che valorizzi anche il tempo libero, l’ambiente, lo sport, la cultura, la qualita` dei rapporti interpersonali e via dicendo potrebbe essere affiancato a quello grigiamente ragionieristico della contabilita` nazionale.

La difficolta` di inserire il settore pubblico nel PIL

Il PIL e` un indicatore della vitalita` economica essenzialmente basato sui corrispettivi; e` cioe` un misuratore efficace della convivenza sociale di mercato, e quindi dell’organizzazione sociale attraverso il consenso negoziale. L’indice del PIL nasce per misurare il mercato, la vitalita` della convivenza sociale in base agli accordi, agli scambi. Il PIL misura il mercato in base alla corrispettivita`, al consenso negoziale, senza l’intervento coattivo, anche tributario, dell’autorita`. Quest’ultima invece prima preleva tributi, poi eroga servizi e anche qui puo` intravedersi uno scambio. Quest’ultimo pero` e` spostato dal piano consensuale, bilaterale, negoziale, a quello politico. O meglio, nella sfera dell’intervento pubblico, lo scambio e` mediato dall’organizzazione autoritativa della convivenza sociale (8). Il contesto di riferimento e`, quindi, differente: non e` piu` quello dello scambio, bensı` quello dell’autorita`, come conferma la dicotomia, utilizzata ad altri fini, tra «autorita` e consenso». Ai fini della misurazione del PIL il prelievo del tributo risulta irrilevante, perche´ non e` un corrispettivo (9). Il settore pubblico rileva piuttosto, ai fini del PIL, quando spende le entrate tributarie (e le entrate in genere); non a caso l’ente pubblico e` un acquirente consumatore finale, come ricorderanno i cultori dell’IVA. Tutti gli acquisti effettuati dal settore pubblico verso operatori economici fanno aumentare il PIL in veste di consumi pubblici, invece che di consumi privati. Lo scambio qui pero` e` tra fornitore dell’ente pubblico ed ente stesso, mentre i cittadini che pagano le imposte per finanziare l’ente pubblico sono solo spettatori, o meglio hanno solo una possibilita` di «scambio politico», in termini di consenso, non solo elettorale. Quando pero` la spesa e` effettuata direttamente dall’ente pubblico, in proprio, per pagare insegnanti, poliziotti, medici e infermieri, militari, ecc., manca uno scambio di mercato e la soluzione residuale e` inserire i relativi stipendi nel PIL (10), senza che siano stati sottoposti a un giudizio del mercato. Questo significa che il valore che il PIL attribuisce, ad esempio, al servizio dell’ordine pubblico e` pari solamente alla somma dei costi di mantenimento della polizia (benzina per le auto, centralino di emergenza, affitto dei locali ad uso delle persone e delle cose, stipendi). Il risultato e`, quindi, di una possibile sottostima, o sovrastima, del valore della «cosa pubblica». Alcune funzioni pubbliche producono un reddito che non percepiscono, ed altre percepiscono un reddito che non producono. L’equiparazione tra costo del personale e utilita` sociale puo` essere spesso molto forzata, e sotto questo profilo la stessa valutazione del PIL non e` del tutto soddisfacente. Eccoci cosı` al paradosso secondo cui un aumento di stipendio degli insegnanti fa aumentare contabilmente il PIL, senza che vi corrisponda un aumento di qualita` del servizio. Per inserire la sfera pubblica nel calcolo del PIL e` stato, quindi, in una certa misura «forzato l’indicatore ». Al ridursi dell’azione privata nel mercato e all’aumentare della sfera pubblica, fino a esaurire ogni spazio economico, il concetto di PIL perde il contatto con l’idea dello «scambio», del consenso, del mercato, per esprimere la delega dei governati, la trasfigurazione dello scambio da contrattuale a politico (11). Nel caso estremo, mai verificatosi neppure nei Paesi comunisti, di organizzazione sociale esclusivamente pubblica, ognuno lavorerebbe per lo Stato, e verrebbe retribuito, non in denaro, ma attraverso prestazioni di alimentazione, alloggio, assistenza, e altri servizi non «scelti », ma imposti: non ci sarebbe cioe` ne´ mercato ne´ denaro, mentre quest’ultimo nei Paesi comunisti comunque esisteva (12), garantendo una possibilita` di scelta, ma presso un unico fornitore statale. In entrambi questi contesti non ci sarebbe bisogno di imposte, poiche´ la remunerazione dei lavoratori avverrebbe gia` al netto dei tributi, che sarebbero un’inutile e dispendiosa partita di giro. Anche qui la ricchezza, essendo qualcosa che si crea e non qualcosa che preesiste e va solo «distribuita » (13), derivava dall’organizzazione pubblicistica del lavoro. Ma non aveva bisogno del mercato per essere misurata, e quindi la costruzione di un «PIL» sarebbe stata una forzatura. Sarebbero spunti da approfondire, ma che confermano quelli di partenza sulla difficolta`, e la convenzionalita`, di inserire la spesa pubblica e la tassazione nel PIL di un’economia di mercato. In quest’ultima, dove il mercato funge da pietra di paragone, e` pero` del tutto logica la remunerazione «al lordo delle imposte» degli impiegati pubblici e dei titoli pubblici, per un’elementare esigenza di comparabilita` rispetto agli analoghi flussi di ricchezza del libero mercato e dell’impiegato privato. Anche l’intervento pubblico, in un’economia di mercato, utilizza criteri, strutture mentali, categorie concettuali, conformi a quelle del mercato, anche quando deve correggere i suoi fallimenti.

L’incompletezza informativa della pressione fiscale rispetto al PIL

Anche se non sono ancora praticabili strumenti di misurazione alternativi rispetto al PIL, le discussioni suddette indicano l’eccessiva centralita` attribuita al concetto di pressione fiscale (14), misurata appunto rispetto al PIL. L’indicatore non da` infatti alcuna informazione sulla quantita` e qualita` dei servizi erogati a fronte dei tributi. A prescindere dalle discussioni sulla sostituzione del PIL con altri indicatori, e` il concetto stesso di pressione fiscale ad aver bisogno di integrazioni, poiche´ non esprime appieno il contratto sociale «tassazione/servizi pubblici». Potrebbe esserci una

pressione fiscale altissima, ma controbilanciata da servizi di ottima qualita`, con generale soddisfazione dell’opinione pubblica, che non viene rilevata dall’indicatore. Esso non esprime, inoltre, la proporzionalita` nella distribuzione del prelievo: potrebbe esserci una pressione fiscale bassa, ma distribuita su pochissimi contribuenti e quindi individualmente insopportabile e, paradossalmente, in questi casi, i tentativi di portare la tassazione anche su altri soggetti sarebbero contrastati da questi ultimi affermando la necessita` di «non aumentare la pressione fiscale». Bastano questi esempi per capire il rischio di valutare l’intervento dello Stato nell’economia mediante semplificazioni giornalistiche, del tutto prive di valore esplicativo, che si susseguono stancamente in un rituale mediatico bisognoso di essere profondamente rinnovato, quantomeno valutando l’efficienza e la soddisfazione sociale per i servizi pubblici erogati a fronte delle imposte.

Fondazione Studi Tributari – Lo scritto nasce dalle discussioni tra E. Melchiorre e R. Lupi

(1) Un termine a` la page e` l’Ownership society coniato dall’ex presidente USA G.W. Bush: l’idea di fondo e` che il benessere delle

persone fisiche e` direttamente correlato alla loro capacita` di controllare la propria vita e ricchezza, piuttosto che basarsi su trasferimenti del Governo.

(2) Stephen Holmes e Cass R. Sunstein, The Cost of Rights Why liberty depends on taxes, W.W. Norton, New York, 1999, (http://cscs.umich.edu/~crshalizi/reviews/cost-of-rights).

(3) In realta`, se consideriamo la distribuzione dei redditi personali della popolazione italiana e il carico fiscale che grava su tali redditi (Dati ISTAT 2010 Condizioni economiche delle famiglie, approfondimenti «La distribuzione del carico fiscale e contributivo in Italia»), osserviamo che i cosiddetti ricchi in Italia (ossia coloro che percepiscono un flusso di reddito a titolo personale maggiore di 70.000 euro l’anno) sono appena il 2,2% della popolazione totale e sostengono un carico fiscale di oltre il 32%, a fronte di una gran fetta della popolazione (pari a oltre il 40%) appartenente alla cd. middle class (posizionata tra i 15.000 e i 30.000 euro annui) che sostiene un carico fiscale sui propri redditi personali pari a poco oltre il 16%.

(4) L’economista peruviano Hernando De Soto ha teorizzato che la differenza tra i Paesi occidentali e quelli in via di sviluppo  (continua nota 4) insiste nella certezza dei rapporti giuridici e, quindi, la proprieta` puo` circolare perche´ le istituzioni pubbliche prestano alle istituzioni private il servizio che attiene alla certezza del diritto.

(5) Che aveva messo a punto l’indicatore del PIL, in seguito alla crisi degli anni Trenta del XX secolo, quindi quando si era mostrata in tutta la sua evidenza la necessita` di misurare l’andamento dell’economia di un Paese per poterne prevedere entro margini ristretti la sua evoluzione nel tempo.

(6) Poiche´ la considera solamente sulla base di ipotesi presuntive e valutative.

(7) Giorgio` Fua` ci ha messo in guardia, con il suo volume Crescita economica, le insidie delle cifre, Il Mulino, 1993.

(8) Lo schema e` quello in cui una autorita` prende agli individui dei soldi che essi non vorrebbero dare, per erogare servizi che

essi non avevano richiesto. Le due aspettative possono anche incontrarsi, nel senso che i servizi sono utili e graditi, ed i tributi si

pagano quindi volentieri. Ma e` molto meno frequente di quando avviene attraverso l’individuazione di quello che l’individuo vuole,

nella richiesta di un prezzo e nello scambio privo di mediazioni politiche.

 (9) I contributi ai fini previdenziali, il pagamento dei sussidi, le accise alla fonte, le imposte sul reddito non incidono sul PIL, in

quanto esso e` calcolato al netto delle imposte dirette e indirette, sia col metodo del reddito, sia con quello delle risorse e degli impieghi.

(10) Nel senso che l’indicatore viene adattato alla necessita` di misurare anche la formazione della ricchezza attinente alla sfera pubblica, mediante l’escamotage di misurare i beni pubblici al costo di produzione.

(11) E ` interessante ragionare sulla base di ipotesi molto lontane dalla realta` occidentale e realizzate in passato e in altri Paesi a est del muro di Berlino. Sebbene tali ipotesi sono divenute archeologia politico-economica, conservano la loro utilita` quando si tentadi indagare la realta` attuale. Osservare il capitalismo con le lenti nostalgiche di un teorico del socialismo permette di cogliere le sfumature altrimenti difficili da cogliere, cosı` come un liberale occidentale ha la capacita` critica di guardare al sogno del felice e glorioso popolo socialista con il disincanto e con la coscienza di un uomo libero. Si potrebbe cosı` arrivare a dare una risposta alla domanda fondamentale: e` possibile affermare che ci puo` essere liberta` economica in un contesto di non liberta` politica? Nel mondo attuale esistono innumerevoli situazioni a meta` via tra mercato e Stato, con una infinita` di sfumature diverse. Resta vero comunque che il retroterra culturale di un Paese non ha soluzioni di continuita` con gli eventi e le evoluzioni piu` recenti. La Cina di oggi conserva la gestione dell’economia con piani quinquennali di forte stampo comunista e apre il proprio territorio alle imprese capitaliste occidentali e il proprio mercato ai beni occidentali, intende penetrare a sua volta i mercati esteri con valanghe di prodotti a basso costo e basso valore aggiunto, e non perde i connotati di Paese comunista e le politiche interne rispecchiano costantemente l’imprinting subito e mai rinnegato dalle generazioni presenti e passate (interessante e` l’articolo comparso sul Telegraph inglese http://www.telegraph.co.uk/finance/china-business/7962569/Chinas-foreign-friends-must-pay-the-Communist-price.html ). La Cina, cosı` come per certi versi la Russia di Putin, possono rappresentare casi di studi interessanti secondo la chiave anzidetta.

(12) Eccetto la fallita parentesi staliniana, quando si tento` di abolire la moneta salvo poi sostituirla con le tabelle di conversione del grano. Cfr A. Forzoni, Rublo. Storia civile e monetaria della Russia da Ivan a Stalin, Valerio Levi Editore, 1991.

(13) Almeno in una economia industriale, mentre in una economia agricolo-statica il fattore produttivo «terra», la semplicita` dell’organizzazione produttiva e lo scarso apporto del lavoro direttivo ponevano problemi di «rendita» in senso ricardiano (http://it.-wikipedia.org/wiki/David_Ricardo ).

(14) Definita proprio dal rapporto tra entrate tributarie (fiscali e contributive) e PIL.

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