Tassazione attraverso le aziende e «capitalismo familiare», ricchezza nascosta e «piccole grandi imprese»

di Fondazione Studi Tributari 

Al di la` dell’equivoco degli «autonomi», dell’azienda del pasticcere, che si identifica col titolare, le strutture aziendali italiane sono di proprieta` familiare. A parte poche quotate, municipalizzate o sussidiarie di multinazionali estere, le rigidita` amministrative, perno della tassazione aziendale, devono confrontarsi col potere dei titolari, le cui genialita`, creativita` ed immaginazione possono «indurre nella tentazione» di nascondere ricchezza al Fisco. Una volta pagati i debiti, la proprieta` personale dell’azienda esclude che la «distrazione» di quote di reddito a diretto beneficio dei titolari provochi danni sociali di sorta. Criminalizzare questa possibile «ricchezza nascosta» e` il modo migliore per «non trovarla», mentre analizzare serenamente i rapporti di produzione e` il modo migliore per tenere sotto controllo possibili degenerazioni. Tenendo presente che il capitalismo familiare e` una ricchezza per tutto il Paese, ed una quota importante, di gran lunga maggioritaria delle 8/10.000 aziende cui e` affidato il sistema fiscale.

 

L’equivoco degli «autonomi» e l’azienda a proprieta` familiare

Un importante esercizio di economia applicata alla convivenza sociale potrebbe essere scomporre il nostro PIL in relazione alle tipologie aziendali prevalenti. La sensazione, basata su un gran numero di indizi, e` pero` che al nostro PIL contribuisca, rispetto a quanto avviene in altri Paesi, un numero relativamente maggiore di aziende con dimensione minore. Intendiamoci, non si tratta certo degli «autonomi», piccoli commercianti e artigiani la cui azienda sostanzialmente si identifica con il titolare, e non potrebbe sopravvivere senza il suo lavoro diretto. Si tratta, invece, di aziende con centinaia, o anche migliaia, di dipendenti, che magari non incontrano mai il titolare socio di maggioranza. Si tratta pero` di aziende ancora fortemente dipendenti dalla creativita`, dalla capacita` organizzativa e dall’abnegazione del fondatore e dei suoi eredi. In questo senso, anche se grandissime, sono aziende a dimensione d’uomo, o meglio «di famiglia». Come abbiamo preannunciato sul sito della Fondazione, non ci soffermiamo sugli aspetti gestionali di questa situazione (1). Non ci interessa il rischio che la spersonalizzazione della proprieta` inneschi un’eccessiva burocrazia aziendale. Anche nelle piccole aziende, intese come gruppi sociali, le principali procedure amministrative gia` sono rigide e spersonalizzate, a cominciare dal pagamento dei salari, alla registrazione delle ordinarie vendite, alla routine degli acquisti. Sono processi in cui l’occultamento della ricchezza e` difficoltoso, anche rispetto agli obiettivi di controllo della proprieta` (2). Quest’ultima, come noto, preferisce pagare piu` imposte che rischiare negligenze o malversazioni dei collaboratori.

Stiamo vedendo pero`, secondo un filo conduttore di Dialoghi, che esistono aree od operazioni in cui il titolare riesce al tempo stesso a controllare l’organizzazione e nascondere ricchezza al Fisco. Qui non e` il caso di ripetere quanto gia` scritto sulla possibilita` di accordi con clienti o fornitori, per un prezzo rispettivamente ribassato, o maggiorato, e storno della differenza a nome della proprieta` aziendale. Non ci ripeteremo neppure sulla possibilita` di costituire, accanto all’azienda organizzata e «rigida», altre entita` giuridiche, apparentemente di terzi, ma di proprieta` dei soci di riferimento, presso le quali i margini per occultare sono maggiori. Quando qualcuno puo` sostenere «l’azienda e` mia!» allora vi e` spazio, occasione e interesse per scavalcare le procedure aziendali e nascondere ricchezza al Fisco per fini personali della proprieta`.

Questa piccola grande impresa: alcuni dati Per il Fisco la crescita dimensionale e` quindi positiva, perche´ fa aumentare la rigidita` delle aziende e, di conseguenza, e` sempre piu` difficile che «al di sopra» dell’impresa il suo titolare possa nascondere ricchezza nei modi sopra indicati.

Per raggiungere dimensioni aziendali maggiori, bisogna spesso coinvolgere soci di minoranza, banche d’affari, e altri interlocutori che riducono il peso del vecchio titolare sulla gestione. Questa volonta` di mantenere il controllo e` una delle ragioni per cui le aziende italiane non crescono e nel settore farmaceutico, ad esempio, non sono in grado di fare ricerca scientifica, salvo ricorrere a investimenti pubblici, costituendo consorzi o distretti produttivi; ci si concentra quindi su «nicchie » di mercato, magari lucrose, che seguono logiche di snellezza e di ideazione, tipiche d’altronde del made in Italy.

In Italia, la cd. public company e` una realta` sconosciuta, mentre e` estremamente diffusa negli Stati Uniti, dove imprese nate come sempre dall’ideazione geniale di un singolo individuo (3), frequentemente dotato di scarsi mezzi, si sono trasformate in imperi economici in cui del fondatore resta solo il deferente ricordo.

Da noi, al contrario, le aziende piu` vicine alle public companies hanno poco a che fare con l’evoluzione della libera imprenditoria privata, poiche´ sono prevalentemente a partecipazione pubblica, istituzionale, multinazionale o un misto dei tre, come Enel, Eni, Finmeccanica, alcune banche e assicurazioni (4). La sintesi tra tutti gli elementi essenziali di cui si discute, la famiglia, il manager e la finanza, e` rappresentata in modo emblematico dalla maggiore realta` industriale italiana, la Fiat. Concludono il quadro delle imprese italiane le sedi nazionali delle multinazionali veri imperi spersonalizzati, come Esso, Procter, Unilever, Glaxo, Vodafone, Carrefour, Auchan. In Italia la «managerializzazione piena», la public company, non e` decollata e i manager coesistono sempre con un «padrone», o una famiglia, che esprime alcune «figure di riferimento». Troviamo sempre un gruppo familiare dietro i maggiori gruppi industriali italiani, persino colossi come Ferrero, Benetton, Pirelli, Italcementi, Merloni, Mediaset, ecc. Anche per questo i «giovani imprenditori» non sono i promotori di nuove iniziative produttive, ma le nuove generazioni di dinastie imprenditoriali. Ai tributaristi non spettano valutazioni sui riflessi socio-economici di questa situazione, di cui devono solo prendere atto, senza esaltarla ne´ criticarla. Osserviamo solo che questo tessuto aziendale in mano familiare e` comunque una ricchezza per il Paese, non solo in termini economici, ma anche di coesione sociale, radicamento territoriale e identita` culturale (5). E` proprio questa la caratteristica della tassazione italiana «attraverso le aziende», che non e` fatta di un piccolo numero di giganti, ma di una quantita` maggiore di organizzazioni medio-piccole a proprieta` familiare, anche se magari danno lavoro a centinaia di addetti. L’equivoco principale della fiscalita` italiana, a livello mediatico, e` confondere questa caratteristica con la presenza di milioni di «autonomi», privi di azienda intesa come comunita` di persone con le relative rigidita`, e che sono del tutto estranei alla «tassazione aziendale », con una ricchezza da individuare attraverso l’intervento del Fisco, che ne stima le caratteristiche esteriori. Il capitalismo familiare riguarda invece aziende comunque di rilevanti dimensioni, autosufficienti rispetto alla proprieta`, ma relativamente piccole, specie se viste con la lente della competizione mondiale. Nella citata lista Forbes le imprese italiane nelle prime 500 sono solamente undici: ENI, Intesa Sanpaolo, ENEL, il gruppo UniCredit, Generali, Telecom Italia, il gruppo Fiat, Banca MPS, UBI Banca, Finmeccanica e Mediobanca.

Sotto le prime 500, ci sono anche Mediaset, Pirelli, Edison, Luxottica. Fa riflettere l’evoluzione del comparto alimentare, esaminando l’ordine di grandezza dei dati indicati dalle societa` sui rispettivi siti internet: la Perugina e` finita nella Nestle´, che fattura 75 miliardi di euro contro i 4-5 della Barilla e della Parmalat, i 6 della Ferrero, mentre la Cremonini sta sui 2,5 miliardi. La farmaceutica e la chimica sono comparti svuotati di attori importanti rispetto ai players mondiali; l’informatica, dopo la triste esperienza Olivetti, e` divenuta, in Italia, un’industria di importazione netta. Nel settore dell’acciaio troviamo Riva che e` cresciuta a 11 miliardi dopo l’acquisizione della siderurgia di Stato, e Marcegaglia che viaggia attorno ai 4 miliardi (contro la ArcelorMittal e la Thyssen che viaggiano attorno a 40/50 miliardi). La Pirelli gomme, sebbene sia la quinta in graduatoria mondiale del comparto, fattura poco piu` di 9 miliardi di euro, contro i 16 miliardi di dollari della Goodyear, il 24 miliardi di euro della Bridgestone, i 16 della Michelin, i 25 della Continental.

 

Formalismi burocratici e formalismi fiscali: gli ostacoli alla crescita

Al di sotto delle aziende familiari di primo piano, come quelle indicate sopra (comunque piccole), i margini di manovra della proprieta` sulla gestione, pur irrigiditi dalle dimensioni, restano e non si puo` escludere la loro utilizzazione per nascondere al Fisco fette percentualmente piccole di ricchezza, ma importanti in assoluto, scavalcando le procedure aziendali, o forzandole nell’interesse

del titolare sostanziale. Lo confermano le cronache giornalistiche, tra le quali vorremmo commentare, su un prossimo numero di Dialoghi, quelle relative al maggior produttore farmaceutico italiano (6). In generale, c’e` un rapporto poco sereno tra l’opinione pubblica italiana e il concetto di azienda, come confermano anche vere e proprie lacune formative, nell’istruzione secondaria superiore, a proposito del sapere umanistico-sociale. Fatto sta che ci starebbe bene, in questo reticolo di capitalismo familiare, qualche gigante spersonalizzato tipo Nestle´, Bayer, Philip Morris, Electrolux, Nokia, e gli altri citati sopra. Torneremo, per quanto compete a studiosi della determinazione tributaristica della ricchezza, sugli ostacoli alla crescita dimensionale delle imprese. Ci sono presumibilmente tanti fattori, accanto alla suddetta «flessibilita` gestionale», che ostacolano la crescita dimensionale delle aziende. Vi puo` essere, ad esempio, l’eccessiva burocrazia legata alla quotazione dell’azienda in borsa. Tanto che la trasformazione di una societa` in un s.p.a., sebbene permetta di accedere a finanziamenti del mercato dei titoli, puo` non essere interessante per un’azienda che vuole conservare la propria snellezza nelle decisioni e non essere soggetta al controllo di organi esterni alla societa`. Queste decisioni sono l’effetto dell’inclinazione legalistica e degli eccessivi formalismi ed oneri impropri riversati sull’impresa in un contesto mediatico che la comprende poco (organi di stampa hanno riportato che la Ferrero, proprio per questioni attinenti all’eccessivo carico burocratico, rifiuta l’ingresso alle quotazioni di borsa).

Il capitalismo familiare e` indubbiamente meritevole e costituisce un asset del Paese, che e` importante mantenere; sarebbe bene pero` che qualcuno crescesse. Nell’interesse alla competizione globale, alla spersonalizzazione gestionale, ad investimenti e ricerche che solo le dimensioni possono consentire. La determinazione tributaristica della ricchezza puo` aiutare questo processo allentando le contestazioni sul regime giuridico di vicende palesi, e controllando i procedimenti amministrativi interni nei modi gia` descritti, su cui non ci ripetiamo (7).

La sensazione pero` e` che l’opinione pubblica debba capire che gli strumenti di comprensione della tassazione attraverso le aziende non passano attraverso l’onesta` o la disonesta`, ma attraverso la flessibilita` e la rigidita` amministrativa. Purtroppo, l’occasione fa l’evasione: quando ci si accorge della facilita` di nascondere ricchezza al Fisco senza che nessuno se ne accorga, semplicemente mentendo, nei vari modi descritti su Dialoghi, la tentazione e` spesso irresistibile, soprattutto se si pensa che dopotutto si tratta di soldi nostri. E se neppure chi si appropria dei soldi dei risparmiatori attraverso fallimenti pilotati viene seriamente perseguito, figuriamoci come possiamo fare a «sbattere in galera» chi dopotutto nasconde ricchezza propria, e magari crea lavoro e benessere per migliaia di stakeholders. Come dicevamo sul precedente numero 4 (8), la ferocia delle sanzioni non puo` controbilanciare l’inadeguatezza, rispetto all’individuazione della ricchezza nascosta, di controlli sbilanciati sul regime giuridico della ricchezza palese. La nostra sensazione e` che negli Stati Uniti si venga sbattuti in galera, ma solo se si ostacolano le indagini dell’IRS. E ` una sensazione da confermare, ma anche di fronte alle frodi fiscali peggiori, se si viene scoperti e si pagano imposte e sanzioni (altissime), in galera non ci si va. Il Fisco cerca nella direzione giusta, e le regole del gioco sono trasparenti, senza una inutile e astratta ferocia di sanzioni per comportamenti che poi nessuno riesce a individuare. Insomma, la ricchezza nascosta dal capitalismo familiare c’e` e va serenamente cercata, nel quadro della tradizionale attivita` estimativa del Fisco. Senza criminalizzazioni, ma neppure senza tanti complessi verso simili ricerche. Rispetto alle quali non deve venire neppure in mente «come fa a pensare questo di me, che sono sempre stato un imprenditore onesto»?.

L’onesta` non c’entra nulla, anche sotto questo profilo. Provare a nascondere ricchezze proprie, e lecitamente guadagnate e` comprensibile (9), ma per il Fisco cercarle e` doveroso. Se «chi cerca trova », chi ci ha provato «ci deve stare», pagando imposte e sanzioni pecuniarie elevate. Restando imprenditori rispettabili, senza tintinnii di manette, ma senza ostacolare le indagini ne´ tentare «il piano B» (come Busta!). Nel qual caso invece i tintinnii di manette ci starebbero tutti. Ne riparleremo, ma a grandi linee pare che oltre oceano sia cosı`. Vogliamo provare, come cantava Carosone, a «far gli americani?» Sarebbe un buon punto di partenza per superare le schizofrenie sociali che lacerano l’Italia in materia di tassazione.

 Fondazione Studi Tributari – Questo articolo nasce dalle discussioni tra E. Melchiorre e R. Lupi

 (1) Il bilancio a livello di organizzazione sociale e` comunque di difficile determinazione, poiche´ si dovrebbe considerare il saldo tra

l’aumento dell’efficacia (in termini di vantaggi insiti nella crescita dimensionale come l’aumento del potere contrattuale, l’ottenimento di finanziamenti vantaggiosi, ecc.) e la riduzione dell’efficienza (in termini di aumento di burocrazia, controlli interni ed auditing, ecc.) conseguenti all’aumento dimensionale dell’azienda. La crescita dimensionale non e` un bene in se´, perche´ il vero fondamento della prosperita` piu` che dal risparmio, dagli investimenti o dall’istruzione e` costituito dalle nuove idee, e cio` e` vero sia per le piccole e grandi fortune individuali o familiari, sia per la ricchezza della nazione nel suo complesso.

(2) Sul volume di R. Lupi, Tassazione aziendale in cerca di identita`, allegato a Dialoghi Tributari n. 2/2010 avevamo fatto una riflessione pertinente: se venti salumieri chiudono e vengono rimpiazzati da un supermercato, l’evasione del suo titolare sara` minore

della somma di quelle delle attivita` precedenti, e lo stesso vale per i falegnami rispetto ai mobilifici, per i sarti rispetto all’industria tessile e per i pasticceri rispetto a quella dolciaria. Se gli artigiani si trasformano in operai, i salumieri in cassieri, ecc., la rigidita` aziendale fa emergere i loro stipendi, nonche´ i consumi dei clienti.

(3) Facile pensare all’esperienza imprenditoriale di John Davison Rockefeller che da umilissime origini familiari e` divenuto l’uomo

piu` ricco di tutti i tempi, e in vita era arrivato a controllare una ricchezza pari all’1,5% circa del PIL statunitense di allora. Un esempio piu` recente puo` essere l’esperienza imprenditoriale di due studenti americani di appena 25 anni, Larry Page e Sergey Brin, dell’Universita` di Stanford (Palo Alto, California), i creatori di Google, il motore di ricerca lanciato nel 1999 utilizzando una complessa analisi basata su algoritmi matematici che permetteva di valutare la qualita`, l’importanza e la rilevanza delle pagine web segnalate da una ricerca. Con questa semplice idea i due studenti di Stanford avevano lanciato la sfida a siti gia` esistenti quali Yahoo, Lycos, Excite, Altavista. Il fatturato di Google si aggira oggi intorno ai 6,77 miliardi di dollari.

(4) Forbes e Fortune hanno pubblicato recentemente le loro graduatorie mondiali delle imprese in ordine di fatturato. Si possono consultare ai link di Fortune http://money.cnn.com/magazines/fortune/fortune500/2010/  e di Forbes http://www.forbes.com/2009/04/08/worlds-largest-companies-business-global-09-global_-land.html .

 (5) Sono testimonianze di questa ricchezza umana, prima ancora che imprenditoriale, le vicende raccontate in M. Castelli, Campioni

del mondo, Storie di uomini, storie di imprese, Milano, 2007, in cui si raccontano le storie di un certo numero di aziende a proprieta`

familiare.

(6) Chi fosse curioso, e non volesse aspettare il prossimo numero, puo` cercare su google «Menarini» e «Liechtenstein» per scaricarsi

articoli a profusione. Altri episodi di presunte ricchezze nascoste al Fisco in un quadro di capitalismo familiare si trovano in Bastoni, Il cavaliere di Gomma, supplemento Librinliberta` n. 13/ 1994, Trento, di cui ci occuperemo in un prossimo articolo.

 (7) Vedi R. Lupi, Tassazione aziendale in cerca di identita`, allegato a Dialoghi Tributari n. 2/2010, pagg. 79-84; ma lo abbiamo fatto anche sul numero 2 per il caso Fastweb e le frodi carosello e per i coniugi Sbrasoni, sui numeri 3 e 4 a proposito di possibili gestioni in nero delle merci presso la distribuzione organizzata. Insomma, autonomi a parte, il diritto tributario e` sempre piu` analisi

di affidabilita`, e controlli di funzionamento, dei processi amministrativi delle aziende.

(8) D. Terracina, R. Lupi, «Squilibri sanzionatori penali nella tassazione aziendale», in Dialoghi Tributari n. 4/2010, pag 393.

(9) Specie quando si pensa che nessuno riuscira` a trovarle (a non farlo, specie visti gli spettacoli degli sprechi nella spesa pubblica, molti non si sentirebbero «onesti», ma semplicemente «stupidi»).

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: