Patto di stabilità: passa la linea di Tremonti

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it 19 ottobre 2010

Lo scorso 18 ottobre a Lussemburgo è stato raggiunto il compromesso sul nuovo patto europeo di stabilità che succederà al Patto di Maastricht del 1992. Quest’ultimo imponeva, com’è fin troppo noto, limiti stringenti alle politiche di bilancio (deficit al 3% del Pil) e di contenimento del debito pubblico (limite tendenziale del 60% del Pil). I ministri finanziari dei Ventisette hanno stabilito che non vi saranno sanzio­ni automatiche, o semi-automati­che, nei confronti dei Paesi che violano gli impegni di bilancio e che il Paese in deficit eccessivo avrà sei mesi di tempo per mettere a punto le necessarie misure correttive. Solo oltre tale periodo potranno essere inflitte sanzioni e multe. Il testo, che deve subire ancora una formulazione più rigorosa, sa­rà valutato e approvato la prossi­ma settimana dai capi di Stato e di governo dell’Unione.

Le differenze sostanziali rispetto al precedente patto riguardano, in primo luogo, la riduzione del debito, co­me conferma Giulio Tremonti, per la quale «non c’è alcun riferimento numeri­co». Rappresenta un primo risultato importante soprattutto per le politiche economiche italiane, poiché la bozza della Com­missione prevedeva un ta­glio di un ventesimo all’anno, che avrebbe comportato per l’Italia tagli sull’indebitamento dell’ordine di 40 miliardi di euro l’anno.

In secondo luogo, la novità introdotta in questa nuova formulazione del patto di stabilità riguarda l’introduzione di un nuovo parametro che, insieme alla finanza pubblica, prende in considerazione anche la finanza privata, la cui gestione priva di regole ha originato l’attuale crisi economica e finanziaria e ha comportato, per riparare ai danni, l’aumento del debito pubblico di tutti i paesi avanzati. Aver introdotto la valutazione dei risparmi delle famiglie oltre quella del debito pubblico è un indubbio ottimo risultato ottenuto personalmente dal ministro Tremonti, che permetterà di valutare la situazione finanziaria italiana con maggiore obbiettività, senza escludere la cosiddetta altra metà del cielo, la finanza privata.

Resta il fatto innegabile per l’Italia che si trova ad un livello molto elevato del debito pubblico, e che i timori della effettiva sostenibilità di lungo periodo, soprattutto per la mole di interessi passivi che esso comporta, non sono affatto sopravvalutati. Se, quindi, il nostro paese sopporta da un lato l’onere di un debito pubblico arrivato ormai al livello del 118/119% del Pil, dall’altro lato i dati relativi al deficit possono far riflettere con minore apprensione, specialmente se si confrontano i dati italiani con quelli degli altri paesi avanzati. Il Fondo Monetario Internazionale, infatti, ha pubblicato lo scorso 14 ottobre i dati relativi al deficit pubblico tendenziale per il 2010, che mostrano il nostro paese, insieme alla Germania, in una posizione certamente migliore non solo rispetto agli Stati Uniti, al Regno Unito o all’Irlanda, che sono stati i paesi più colpiti dalla crisi finanziaria dei subprime, ma anche rispetto ad altri grandi pesi europei, come la Grecia, la Francia e la Spagna. Sotto questo profilo siamo, quindi, tra i paesi più virtuosi.

In sostanza, quindi, la rivisitazione del patto di stabilità, epurato dai parametri stringenti con i quali era nato, quelli che un economista illuminato venuto a mancare di recente, Angiolo Forzoni chiamava «formulette da farmacisti», probabilmente rappresenta un passo avanti verso politiche economiche più attinenti alla realtà contingente e meno ligie a regole stabilite a tavolino, prive di una visione d’insieme. Si potrebbe azzardare un ulteriore giudizio, che però sembra essere più un mero desiderio se non un disegno visionario: è possibile che in Europa la politica stia riconquistando gli spazi suoi propri, ai quali aveva rinunciato a favore di quelli della tecnica?

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