Di fronte alla crisi irlandese l’Italia mostra di essere solida

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 18 novembre 2010

Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, parlando alla conferenza stampa che si è tenuta a Bruxelles lo scorso 17 novembre, al termine delle riunioni dell’Eurogruppo e dell’Ecofin sui casi Grecia, Irlanda e Portogallo, ha affermato che «L’Italia non è il problema, qui a Bruxelles è considerata parte della soluzione». Ha aggiunto anche che l’Italia «è un paese serio, solido» «per le famiglie, il risparmio, le banche, le pensioni in rapporto all’invecchiamento della popolazione, il lavoro, il modello con più industria manifatturiera e meno servizi» e anche perché «è stata adottata una politica fiscale responsabile». In sintesi, nel nostro paese imprese, famiglie e governo hanno fatto ognuno la propria parte per porre un forte argine all’incalzare della difficile situazione economica mondiale. La politica di «serietà e responsabilità sul bilancio pubblico deve continuare», ha sostenuto il ministro, e viene da pensare che le turbolenze politiche e le manovre di palazzo intentate dal presidente della Camera e da piccoli gruppi di parlamentari alle quali si è dovuto tristemente assistere in questi giorni non prevarranno sul senso di responsabilità di chi tiene ancora saldamente il timone del paese e della sua economia.

È proprio questo il punto nodale della questione: conservare «il sangue freddo», poiché il problema dell’Italia è prima di tutto il debito pubblico e la politica fiscale adottata fino ad ora dal governo per porre una soluzione sembra sia la più adeguata. Secondo il ministro, dal punto di vista finanziario, «il paese è a posto» avendo il suo unico fattore di criticità «solo nel suo debito pubblico». «I mercati incorporano la democrazia», ha sentenziato il ministro, intendendo con ciò che gli investitori considerano nella giusta misura la vita politica del paese al momento di formulare il livello dei prezzi e dei rendimenti dei BTp. «L’Italia non collassa per le turbolenze dei mercati», ha assicurato Tremonti, affermando che i differenziali dell’Italia rispetto ai Bond tedeschi sono di gran lunga inferiori a quelli della Grecia, dell’Irlanda, del Portogallo e anche della Spagna. Tutti gli spread sono aumentati rispetto al livello indicativo della Germania, anche quello della Francia, ma nella sostanza il gap italiano è peggiorato meno di quello dei paesi periferici.

A sostenere le parole del ministro Tremonti giungono oggi le stime dell’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) del suo rapporto di novembre. L’organizzazione parigina stima, infatti, che la crescita italiana nel 2010 sia dell’1%, nel 2011 sarà dell’1,3% e nel 2012 dell’1,6%. Secondo l’organizzazione di Parigi l’economia italiana ha avviato, quindi, una fase di moderata ripresa che dovrebbe rafforzarsi nel corso dei prossimi due anni. Per l’Ocse le proiezioni «suppongono che siano sufficienti le misure introdotte per raggiungere nel corso dei prossimi due anni l’obiettivo sul deficit. Sempre secondo l’Ocse, il rapporto tra il deficit e il prodotto interno lordo in Italia scenderà dal 5,2% del 2009 al 5% nel 2010; si attesterà poi al 3,9% nel 2011 e al 3,1% nel 2012. Infine, il tasso di disoccupazione (all’8,6% quest’anno) calerà nei prossimi anni (all’8,5% nel 2011 e all’8,3% nel 2012), mantenendosi sempre al di sotto della media dell’Eurozona.

L’Italia non si tirerà indietro rispetto alla richiesta di aiuto degli altri paesi europei che versano in cattive acque. Così come è stato per la Grecia, anche per l’Irlanda, sostiene il ministro Tremonti, vale il principio che «se la casa di un tuo vicino brucia, bisogna dargli l’estintore, perché altrimenti brucia anche la tua». È interesse di tutti salvare l’Irlanda e prima si interviene, meglio sarà per tutti. Si prevede, infatti, che il debito pubblico dell’Irlanda raggiunga un valore prossimo al 150% di Pnl nel 2014, la maggior parte del quale detenuto da creditori esteri, avvicinandosi pericolosamente alla soglia di insostenibilità del debito. Ciò significa che i costi di un default saranno elevati e dipenderanno principalmente dal caos generato dall’interruzione dei pagamenti. Quando i paesi si avvicinano al punto in cui un non possono più pagare il proprio debito, i titoli del debito pubblico si trasformano in un «non pagherò», e per poter accedere nuovamente ai mercati con nuovo debito tali paesi insolventi, da un lato, dovranno farsi carico d’interessi più alti rispetto a quelli dei paesi considerati solvibili, dall’altro lato corrono il rischio di non trovare sul mercato una domanda adeguata alla loro offerta di titoli del debito pubblico.

Tremonti ha esortato Dublino a fare «il suo mestiere» (e il piano di austerity avviato dal governo è parte della soluzione), ma è opportuno anche «che intervenga l’Eurozona, perché il governo da solo non ce la fa a sostenere gli oneri addizionali impropri», dovuti al salvataggio delle banche irlandesi, «che devono essere sostenute anche dal sistema dell’euro». L’Europa sta lavorando affinché l’Irlanda possa accedere ai primi fondi di salvataggio che saranno dell’ordine di alcune decine di miliardi di euro. Le stime preliminari tuttavia prevedono che l’Irlanda potrebbe aver bisogno di aiuti tra 45 e 90 miliardi di euro, a seconda che si tratti di un aiuto per le sole sue banche o per il debito pubblico.

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