Impoverimento dei ceti «tassati attraverso le aziende», ricchezza nascosta ed «evasione di sopravvivenza»

di Emanuela Melchiorre e Raffaello Lupi, Mauro Franchi

Per decenni, nell’ambito dei redditi palesati al Fisco, sono esistite grosse differenziazioni tra livelli alti, medi e bassi, che consentivano manovre redistributive nell’ambito dell’IRPEF sulla ricchezza palese; si poteva quindi ignorare il ruolo della ricchezza nascosta o dei patrimoni nel determinare la posizione sociale degli individui. Oggi c’e` un appiattimento dei redditi dichiarati al Fisco, e le sperequazioni sociali connesse alla diversa determinabilita` della ricchezza diventano una priorita`, non affrontabile ne´ in termini di crociata contro l’evasione, ne´ in termini di onesta` e disonesta` fiscale, ne´ in termini di tollerante pietismo per la «evasione di sopravvivenza». Semplicemente, occorre smettere di parlare di «lotta all’evasione», a beneficio della «richiesta delle imposte» dove le aziende non arrivano, mentono, o comunque non riescono ad essere i moderni esattori del Fisco.

L’impoverimento dei ceti elevati «tassati attraverso le aziende»

Emanuela Melchiorre e RL

E ` sempre piu` frequente la sensazione che qualsiasi riforma tributaria dipenda dalla capacita` del Fisco di recuperare la ricchezza che oggi gli viene nascosta; si stenta tuttavia a capire che si tratta della ricchezza non intercettata attraverso le aziende, o di quella dove le aziende stesse possono mentire (1). Si puo` infatti agevolare, premiare o al limite punire, solo in base a quanto si conosce, e quindi la ricchezza nascosta e` un oggettivo ostacolo alla politica tributaria. Ed oggi e`, infatti, sempre piu` difficile parlare di giustizia tributaria con riferimento alla sola ricchezza palese; le posizioni reddituali dei contribuenti, negli ultimi anni, si stanno infatti appiattendo, ed e` sempre piu` difficile trovare le modalita` per una qualche forma di «redistribuzione».

Man mano che i redditi palesi si appiattiscono (2), concentrandosi in un’area omogenea, parlare di redistribuzione perde, infatti, progressivamente senso, fino a diventare, in quest’ambito, un obiettivo secondario, che susciterebbe malumori sociopolitici sproporzionati, rispetto all’impatto redistributivo reale (3).

La «poverta` con prospettive» degli anni del «boom»

Se guardiamo alle statistiche delle dichiarazioni fiscali, remunerazioni un tempo elevate appaiono oggi relativamente modeste, rispetto al costo degli immobili e della vita. Lo status della classe media, dei funzionari, dei quadri, degli operai specializzati, sembra ridursi.

La classe medio-impiegatizia era povera anche nel secondo dopoguerra italiano, quando alla concentrazione dei redditi, misurata dal cd. «indice di Gini», seguı` rapidamente una piu` ampia distribuzione della ricchezza tra le varie classi sociali (4); cio` che l’indice di Gini non racconta e` la crescita accelerata degli anni ‘50, quando il PIL italiano cresceva a due cifre, quando gli addetti all’industria superavano il numero degli addetti all’agricoltura, al tempo in cui si formavano le aristocrazie operaie che avanti a loro avevano la possibilita` di migliorare significativamente la propria condizione sociale; nel quadro che si delineava in quegli anni, e resto` stabile per decenni, la ricchezza nascosta poteva essere politicamente trascurata, poiche´ quella palese stava crescendo notevolmente, dando luogo a differenze retributive, tra varie categorie, destinate a mantenersi anche dopo la fine del boom economico. La progressivita` dell’imposta sul reddito, generalizzata nel 1973, quando il boom era finito da un pezzo, ma le differenze retributive rimanevano, aveva un significato ben preciso. Nell’ambito della ricchezza palese era possibile fare redistribuzione, proprio perche´ le differenze all’interno del reddito palese erano relativamente maggiori.

La stasi e la crescita modesta

E ` vivo nella memoria il tempo in cui i risparmi di un dirigente della Pubblica amministrazione consentivano l’acquisto di alloggi per se´ ed i figli. Si ricorderanno le epoche in cui si comincio` a disporre di beni di consumo durevoli, rappresentativi di un crescente status sociale e del miglioramento delle condizioni di vita quotidiana. Si ricordera` quello che ha significato per molte famiglie l’acquisto della Fiat 500, o la Vespa per i giovani, gli elettrodomestici e via dicendo (5).

Nei decenni successivi la crescita e` stata modesta, ma senza appiattimenti retributivi, anche grazie (forse) all’esplosione del debito pubblico (6) che ha finanziato le voci di spesa del welfare state (per le crescenti spese per la previdenza, l’assistenza, la sanita`), ma anche l’espansione del numero dei dipendenti pubblici (7).

Decenni di benessere, nel frattempo, avevano consentito la formazione di stock patrimoniali, inesistenti all’inizio degli anni del boom. La globalizzazione e il declino dei ceti medi. Gia` questo risparmio familiare pregresso faceva dipendere maggiormente le condizioni economiche delle nuove generazioni da quelle della famiglia di appartenenza. Il fenomeno si e` aggravato anche con la trasformazione del mercato del lavoro, con l’introduzione del «lavoro flessibile» e della progressiva perdita di garanzie dei lavoratori, specialmente dei piu` giovani. Se da un lato la flessibilita` dei contratti di lavoro ha permesso l’ingresso nel mercato del lavoro a un numero maggiore di persone prima escluse, come ad esempio nel caso del lavoro femminile, dall’altro lato l’alternanza di periodi di lavoro remunerato e di disoccupazione, conseguente a tali modificazioni dei rapporti contrattuali, ha stretto maggiormente il rapporto di dipendenza delle generazioni piu` giovani dai risparmi accantonati o investiti dalle generazioni precedenti. Quindi di fronte alla «redistribuzione formale» che attiene al ruolo dello Stato, ha acquisito un’importanza crescente la «redistribuzione informale» tutta interna alle famiglie.

Si ponevano le prime premesse di una moderna feudalizzazione della societa`, in cui la condizione sociale era sempre piu` dipendente da quella familiare. La concorrenza di Paesi molto piu` competitivi ha completato l’opera, portando le remunerazioni ad un livellamento internazionale a quote piu` basse, asiatiche, ma anche est-europee. Attualmente la maggior parte della popolazione italiana, dati ISTAT alla mano, guadagna meno di 50.000 euro annui, e da questa fetta di popolazione, che rappresenta l’80% del totale, si raccoglie la maggior parte del gettito IRPEF. I redditi elevati non sono quindi certo da nababbi, e se non accompagnati da un buon posizionamento familiare di partenza, possono essere insufficienti a costruire uno status sociale adeguato alle mansioni lavorative svolte. Alla fine del 2008 l’ammontare complessivo della ricchezza netta delle famiglie italiane, inteso come somma della attivita` reali (abitazioni, terreni, ecc.) e di quelle finanziarie (depositi, titoli azionari, ecc.), al netto dei debiti, era circa 5,3 volte il PIL (8) (pari a 8.284 miliardi di euro, circa 138.000 euro pro capite).

C’e`, quindi, prima di tutto il patrimonio: poniamo il caso limite di un funzionario che guadagna 3.000 euro al mese e di un bidello che ne guadagna 1.000, ma che possiede un appartamento affittato in nero al dirigente. A conti fatti, il gioco della redistribuzione sara` a sfavore del dirigente, in quanto il suo reddito e` tracciato per intero, e a favore del bidello che in chiaro guadagna un terzo del proprio inquilino, ma a fine mese i redditi percepiti, chiari e scuri, saranno equivalenti.

Se poi c’e` di mezzo anche un secondo lavoro del bidello, i rapporti si invertono. Sono esempi di redditi nascosti non elevati in assoluto, ma che si sommano ad altri redditi palesi, oppure appaiono consistenti proprio in via del mancato assoggettamento a contribuzione sociale e a tassazione.

Disporre di un reddito di 30.000 euro annui dichiarati, rispetto ad un reddito di 30.000 euro non dichiarati o dichiarati solo in parte fa una grande differenza. Emergono quindi casualmente franchigie fiscali non previste, sperequazioni non volute politicamente, ma imposte dalla situazione, che sono responsabili di buona parte della schizofrenia fiscale di cui parliamo spesso su Dialoghi.

Non e` facile giustificare agli occhi dell’opinione pubblica una serie di sperequazioni politicamente non volute, e che ogni parte politica cerca invece, a seconda dei casi, di mettere in conto all’altra sul piano elettorale.

I riflessi fiscali: necessita` di rivitalizzare il Fisco dove le aziende non arrivano

Malgrado la ricchezza che transita dalle aziende ai dipendenti, ai consulenti e ai fornitori sia nel complesso rilevante, l’impoverimento individuale e l’appiattimento ostacolano la redistribuzione fiscale, trasformandola in una guerra tra poveri.

Diventa quindi sempre piu` importante affiancare alla tassazione attraverso le aziende una rinnovata tassazione attraverso gli Uffici. Non «lotta all’evasione», ma «richiesta delle imposte», una serena richiesta delle imposte, che non puo` replicare la precisione contabile, ma deve ricollegarsi alla tradizione fiscale, fatta di ragionamenti per ordine di grandezza, di accordi, valutazioni e presunzioni.

Un recupero cortese, ma fermo, del controllo del territorio. Anche nei confronti delle diffuse situazioni di marginalita` di cui si occupera` l’intervento successivo.

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Emanuela Melchiorre – Giornalista economica, Fondazione Studi Tributari

(1) La centralita` del recupero della ricchezza nascosta ai fini di qualsiasi riforma, accompagnata pero` dalla mancata percezione delle cause di questa evasione, emerge nel recente documento del NENS «Prospettive di riforma fiscale in Italia» (ottobre 2010) http://www.nens.it/_public-file/DOCUMENTO%204.10.pdf, sulle cui luci ed ombre, in termini di comprensione della tassazione attraverso le aziende vedi R. Lupi, «Sulla tassazione attraverso le aziende scienziati delle finanze a meta` del guado», nel Blog IPSOA postilla.it.

(2) Fenomeno non esclusivamente italiano e comune ai Paesi di vecchia industrializzazione: le ultime statistiche in proposito dicono che nel 2009 in Europa e nel Nord America viveva il 54% della classe media mondiale; in particolare, la classe media statunitense nel 2009 era del 18% del totale della popolazione e si calcola che nel 2030 sara` pari ad appena il 7%.

(3) Si tenga presente infatti, come rilevava R. Lupi, Evasione fiscale, paradiso e inferno, IPSOA, 2008, pag. 178, che il bilancio (continua nota 3) politico delle rimodulazioni delle aliquote rischia di essere negativo, perche´ coloro che ne sono avvantaggiati restano indifferenti, mentre si perde consenso verso chi ne e` penalizzato.

(4) Basta a tal fine dare un’occhiata all’andamento nel tempo dell’indice di Gini analizzato in piu` occasioni dalla Banca d’Italia; in particolare si puo` consultare «Indagine conoscitiva sul livello dei redditi di lavoro nonche´ sulla redistribuzione della ricchezza in Italia nel periodo 1993-2008» Testimonianza di A. Brandolini, Servizio Studi di struttura economica e finanziaria Banca d’Italia, 118 Commissione (Lavoro, previdenza sociale).

(5) Appena qualche dato per dare una misura del fenomeno della crescita economica durante il boom: dal 1958 al 1965 la quota di famiglie in possesso di un televisore e di un frigorifero passava da circa il 10 al 50%; la diffusione della lavatrice passava dal 2 al 23%.

(6) Il rapporto tra il debito pubblico e il PIL passa da circa un terzo del PIL nel 1965 al 106,6% nel 2004; la crisi economica e finanziaria del 2007-2009 ha portato tale rapporto a oltre il 115%.

(7) La spesa pubblica e` cresciuta rapidamente, passando dal 33% del PIL della seconda meta` degli anni ’60 a oltre il 41% nel 1975

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