SULLA VIA DELLA RIPRESA ECONOMICA

di Emanuela Melchiorre 

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 21 dicembre 2010

Il vertice dei 16 capi di governo dell’Eurozona si è concluso a Bruxelles la scorsa settimana con l’impegno di creare, a partire dal giugno 2013, previa modifica del Trattato di Lisbona, un meccanismo permanente a tutela della stabilità dell’euro. L’azione dell’Europa è fortemente protesa verso i interventi di tipo finanziario ed emergenziale per assicurare il superamento della crisi dell’Irlanda e della Grecia, garantendo, in attesa dell’entrata in vigore del meccanismo permanente, un sostegno finanziario adeguato attraverso l’Efsf (l’European financial stability facility) con l’apporto di 440 miliardi. Il nuovo Patto di stabilità, inoltre, non dovrà più valutare solo i rapporti debito-Pil e deficit-Pil, ma, seguendo la proposta del ministro Tremonti, dovrà considerare anche una parte determinante della finanza di un paese, che fino ad ora era stata trascurata, vale a dire la finanza privata. A tal riguardo abbiamo più volte sottolineato sulle pagine di questo giornale che, se prendessimo in considerazione il risparmio delle famiglie, la graduatoria europea dei paesi più indebitati verrebbe capovolta rispetto a quella attuale.

Ciò dimostra che i numeri hanno certamente un senso, ma che spesso lo si fa coincidere con quello che si vuole dimostrare. Prendiamo ad esempio il rapporto debito/pil, che rappresenta uno dei parametri del Trattato di Maastricht. Le due grandezze che compongono il rapporto, il debito pubblico e il prodotto interno lordo, sono oggetto di attente osservazioni e misurazioni da parte degli analisti, dalle quali discendono le diverse scelte di politica economica. Ora, l’Italia ha un debito pubblico tra i più alti in Europa, che sta crescendo. Indubbiamente occorre dare la dovuta importanza alla dinamica del debito pubblico, perché ognuno è cosciente di quanto difficile sia affrontare il futuro con un simile fardello sulle spalle. Ciò non toglie che i paesi che più degli altri in Europa stanno scontando gli effetti più devastanti della crisi economica (Grecia e Irlanda) sono paesi che all’inizio della crisi presentavano un rapporto debito/pil non molto elevato. È abbastanza facile quindi considerare il fatto che il semplice rapporto tra il debito pubblico e la formazione di nuovo reddito nazionale spiega solo in parte la dinamica della crescita economica. Ossia dice molto, ma non spiega tutto. Nell’economia, così come nelle altre scienze umanistiche, i numeri possono essere strumenti utili, ma non sufficienti. Occorre anche valutare e, soprattutto, formarsi un’opinione sulla base degli «spiriti animali» che albergano in ognuno, o, come diceva H. I. Marrou, attraverso l’ésprit de finesse.

Questo sta a significare che la realtà italiana è differente da quella degli altri paesi europei, poiché la nostra struttura economica non solo ha dimensioni diverse da quelle europee (si parla anche di nanismo della grande impresa italiana). Il nostro capitalismo è un capitalismo familiare, non solo perché la proprietà dell’azienda appartiene a famiglie di imprenditori, ma anche e soprattutto per lo spirito che anima l’imprenditoria, che è molto affine a quello che anima la gestione di una famiglia. Pertanto, date le caratteristiche del capitalismo italico, la vera ricchezza del nostro paese non è misurata solamente dall’andamento del Pil, che è un misuratore di flusso, ma anche e soprattutto dalla formazione del patrimonio finanziario e reale delle famiglie.

Queste considerazioni possono portare il ragionamento lontano e fanno riflettere sull’evoluzione della società italiana che negli anni, o meglio, nelle generazioni, è mutata fortemente. Sono oggi divenuti evidenti alcuni segnali che possono far prevedere un’evoluzione per il domani. L’evoluzione delle dinamiche politiche di questi giorni ha distolto l’attenzione da considerazioni strutturali, concentrandola sulle manovre di palazzo, che non portano la società molto lontano; tutt’al più possono premiare qualche interesse personale o gratificare l’ego di alcune persone. Si parlava tempo addietro di quanto fosse evidente che le remunerazioni del lavoro dipendente siano divenute sempre meno adeguate a garantire il più elevato tenore di vita di cui potevano godere i nostri padri. Si è parlato di «lavoratori poveri» per indicare quei lavoratori che, pur avendo oggi un lavoro a tempo pieno, non guadagnano uno stipendio sufficiente ad «arrivare alla fine del mese». L’assottigliarsi quindi delle remunerazioni ha comportato una isteria nei rapporti sociali, con la richiesta a gran voce del rafforzamento degli «ammortizzatori» per superare l’impasse.

Posto che gli ammortizzatori hanno funzionato, visto che sono stati rafforzati e hanno permesso di superare il guado della crisi economica (tanto che la richiesta di ore di cassa integrazione guadagni è diminuita in questi ultimi tempi), è rimasta immutata una caratteristica della società italiana, quella della differenza tra i detentori di redditi da lavoro dipendente e quelli che oltre ai redditi da lavoro dipendente dispongono anche di un patrimonio familiare sul quale hanno potuto fare affidamento in questi anni di crisi. Si può sostenere, quindi, senza timore di smentita, che veri ammortizzatori sociali sono stati in questi anni anche i patrimoni, i risparmi, le famiglie; in una sola parola, i redditi accumulati dai privati in passato.

Detto ciò, che cosa ci si può aspettare per il futuro? Riflettendo a mente fredda, con la pragmaticità che caratterizza il pensiero economico, si può ritenere che l’intero apparato burocratico, tra le voci più pesanti della cosiddetta spesa pubblica corrente, sia destinato ad un lento e graduale snellimento, se non altro per l’ammodernamento delle strutture. Un consiglio potrebbe essere rivolto alle generazioni che si affacciano oggi al mercato del lavoro e che sono ancora libere di scegliere quale professione intraprendere, prive di legami dati dalle scelte pregresse e ancora in tempo per acquisire le conoscenze necessarie. Il lavoro impiegatizio ha garantito agiatezza per le generazioni passate, ma difficilmente potrà tornare a garantire quei margini di guadagno che permettono di accumulare nuovamente il patrimonio di cui dispongono ancora oggi alcune famiglie. La via che consente non solo maggiori margini di guadagno, ma anche ampio spazio alle soddisfazioni professionali e personali, è senza dubbio quella dell’autonomia, sia come libero professionista, sia come nuovo imprenditore. Per fare ciò occorrono certamente le idee, la capacità di iniziativa o imprenditoriale, i finanziamenti, la ricerca, le innovazioni e l’accesso ai nuovi mercati. Si tratta certamente di una via stretta, ma che i più capaci e coraggiosi possono proficuamente intraprendere.

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