EUROPA STRETTA TRA DUE GIGANTI

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su La Finanza – gennaio febbraio 2011

www.lafinanzasulweb.it

Sullo scacchiere del commercio internazionale l’Europa, intesa come area economica integrata e regolamentata,  con una moneta unica, ma priva di una identità politica, corre notevoli rischi concorrenziali, strettamente connessi con il ruolo svolto dai giganti economici,  gli Stati Uniti da un lato, la Cina e l’Asia dall’altra. In termini di metafora si potrebbe dire che l’Europa, in questo quadro, è divenuta un meraviglioso mobile antico, ricco di storia, tradizione ed estremamente pregiato, ma sfortunatamente tutto tarlato da un eccesso regolamentativo dell’apparato tecnico e burocratico. Ne risultano un quadro istituzionale appesantito e un sostanziale immobilismo della sua politica, in confronto da un lato alla dinamicità e alla innovatività della sempre giovane America e dall’altro al potente flusso di prodotti commerciali asiatici, che negli ultimi anni si sono affacciati nei circuiti internazionali con prepotente ingordigia.

La politica del cambio del Dragone

La Cina persegue un unico obbiettivo, la penetrazione nei mercati internazionali, anche se questo può significare scarsa o nulla attenzione alle garanzie del mercato interno del lavoro e ai diritti umani. Tale obbiettivo può essere raggiunto seguendo molte vie, più o meno leali in termini commerciali. La via che il Dragone ha deciso di seguire è il continuo aggiustamento del cambio della sua valuta, lo yuan, che facilita l’esportazione a basso costo. E per attuare una politica di cambio non occorre necessariamente movimentare il suo valore nominale, è sufficiente anche lasciar infiammare l’inflazione interna, come appunto sta avvenendo in questi giorni. Sembrerebbe infatti che le politiche commerciali aggressive cinesi vogliano seguire l’antico proverbio che recita “la tigre è in agguato e il dragone è nascosto”, poiché le politiche della Cina, quasi sempre poco gradite dalla cosiddetta comunità internazionale, non sono perseguite alla luce del sole.

Questo non scoraggia la Cina a preservare i suoi rapporti diplomatici con gli Stati Uniti, anche se con alti e bassi. È notorio che la Cina sia tra i paesi a più alta disponibilità di riserve valutarie ed è altrettanto noto che tali disponibilità sono investite nel debito pubblico statunitense. Se da un lato molti considerano tale relazione come un punto di forza della Cina in termini di influenza finanziaria, per altri essa rappresenta un tentativo di legare a doppio filo le sorti dell’ultimo grande paese comunista, che sta sperimentando oggi quella perestrojka non riuscita all’Unione Sovietica di Mikhail S. Gorbacëv,  alla più grande nazione democratica, proprietaria di quei capitali che hanno permesso la costruzione della “fabbrica del mondo” e che rappresenta la maggiore destinataria dei suoi prodotti (18.4% delle export cinesi) appena dopo l’Europa (19.7%).

Il presidente cinese Hu Jintao si è recato a Washington per una visita solenne a un deferente Obama, il quale ha voluto marcare una forte differenza con il suo predecessore. Il precedente incontro alla Casa Bianca del presidente cinese con l’allora presidente Bush, infatti, fu caratterizzato da una certa freddezza nella forma, rincarata dal gesto del presidente americano che si rifiutò di innalzare il colloquio a livello di “visita di Stato”. Quanto a difesa dei diritti umani la posizione dell’attuale presidente Obama si mostra così di una certa ambiguità, basti pensare alla fredda accoglienza che accordò al Dalai Lama, a differenza del benvenuto ben più affettuoso e solenne accordato da Bush. Negli ultimi due anni, con Obama in carica, Pechino si è sentita in un certo qual modo a briglie sciolte, a giudicare ad esempio dall’affronto rivolto agli Usa con il recente test missilistico effettuato durante la visita in Cina del ministro della Difesa Robert Gates. Ma l’elenco degli sgarbi può essere allungato: le sfide navali agli Usa, all’Indonesia e al Giappone; la protezione smaccata alla Nord Corea quando ha aggredito la Sud Corea; con l’arroganza mostrata alla Norvegia per il Nobel della pace offerto al dissidente Liu Xiaobo, ancora in galera; con la censura mai attenuata a Google.

Dall’incontro al vertice dei due presidenti è emerso che sulle questioni commerciali e valutarie la tensione è forte, ma lo sono anche i vincoli di un’America fortemente indebitata che non vuole e non può inimicarsi il suo principale creditore, la Cina, e il timore di quest’ultima di innescare tensioni protezionistiche e ritorsioni commerciali del suo partner preferenziale.

L’ascesa della Cina tra i giganti del commercio internazionale ha comportato non tanto un diverso assetto nell’ambito delle relazioni internazionali, che non è mutato molto rispetto alla situazione precedente la crisi economica attuale, quanto il moltiplicarsi di rappresentazioni del tutto superficiali che vedono prossimo il declino degli Usa quale impero democratico giunto ormai alla fine del suo ciclo vitale, e la Cina come impero di mezzo tra l’Occidente e l’Asia, che ritrova il suo antico splendore. In realtà, è ben più probabile che la Cina, prima di poter ascendere all’pantheon delle grandi potenze, dovrà fare i conti con le proprie contraddizioni interne, conseguenze della crescita accelerata e sperequata, che si manifestano nelle tensioni sociali, nell’estrema povertà e nell’inflazione, ultima piaga di già miseri redditi. Per il resto il suo mercato finanziario non è ancora sufficientemente aperto e liquido, ossia, come si dice in gergo, non è ancora un “mercato completo”.

Il flussi di commercio mondiale pre e post crisi

Passando dalle considerazioni politiche e sociali ai dati statistici, il WTO ha recentemente pubblicato il suo rapporto 2010 sul commercio mondiale, dal quale si evince che l’Europa resta comunque, con gli USA, la maggior protagonista del mercato globale. Secondo l’Organizzazione mondiale del commercio e la Banca Mondiale, l’Europa copre ancora la maggior quota di commercio mondiale, nonostante la pesante contrazione del 5% subita tra il 2008 ed il 2009, con un 34%, essenzialmente legato alle esportazioni ed alle importazioni di Italia, Francia, Germania e Regno Unito che, da sole, garantiscono il 23% del commercio internazionale. Gli Stati Uniti, sempre secondo il WTO, generano ancora il 12,32% del commercio globale e, nonostante la considerevole caduta del 16% rispetto all’inizio del millennio, restano il secondo blocco commerciale globale.



Il commercio europeo verso i mercati emergenti

Tra il 2008 ed il 2009, il commercio europeo ha segnato un notevole calo anche verso paesi emergenti, ma, nei primi quattro mesi del 2010, la Germania, il Regno Unito e l’Italia hanno mostrato una notevole ripresa verso queste aree (la Germania ha aumentato il commercio del 21,4%, il Regno Unito del 31,5%, ma la migliore performance è stata quella italiana con il 38,9% di aumento). La Germania copre il 10% del commercio mondiale ed i suoi partners commerciali più attivi sono Cina, India, Russia, Kazakhstan (con cui ha segnato un aumento del 134% nei primi quattro mesi del 2010) e Vietnam, (con un aumento del 98%). Il Regno Unito contribuisce per un 4% al commercio mondiale ed ha avuto un aumento nel commercio con la Russia e con i Paesi emergenti dell’Asia pari a +34,5% nei primi mesi del 2010. Una rapida crescita dell’export si è avuta anche verso il Cile, il Senegal e la Nigeria. L’Italia copre attualmente il 4% del commercio globale ed ha registrato rapidi aumenti con la Cina, la Russia e gli Emirati Arabi Uniti. Durante i primi quattro mesi del 2010, i più considerevoli aumenti di export si sono avuti verso la Russia (+65,2%), l’Indonesia (+87,5%) e l’Arabia Saudita (+88%).

Il paradosso europeo

Posto quindi che l’Europa resta, con gli USA, il maggior attore del mercato globale, i paesi dell’euro-area dimostrano di avere un’elevata capacità di soddisfare la domanda, ma paradossalmente anche di avere un mercato di riferimento a domanda stagnante. La maggior parte del commercio europeo si svolge tra Paesi membri ed è essenzialmente improntato a produzioni ad alto valore aggiunto. Una delle implicazioni più negative della grande crisi finanziaria è stato il crollo della domanda interna europea, che fatica a mantenere il passo di quella delle economie emergenti. Ecco dunque che cresce il paradosso europeo secondo il quale i Paesi europei sono altamente competitivi nella produzione di prodotti tecnologici ad alto valore aggiunto e di prodotti più maturi come quelli della meccanica, del tessile e dell’abbigliamento e dell’automobilistica, ma operano in un mercato tradizionale a domanda stagnante con difficoltà crescenti nel piazzare i loro prodotti. L’Italia, la seconda economia europea in produzione manifatturiera dopo la Germania, non fa eccezione (v. tabella).

Il mancato coordinamento tra i cambi delle tre valute

I tassi di cambio pesano molto sui flussi commerciali e modifiche improvvise che prima o poi si renderanno necessarie per la valuta cinese e per quella statunitense potrebbero intaccare il meccanismo che fino ad ora è responsabile della seppur lenta crescita mondiale. Le difficoltà irrisolte del mancato coordinamento delle tre valute principali, dollaro, euro e yuan, portano a vantaggi immediati per quelle valute, come il dollaro e lo yuan, che abbattono ripetutamente il valore della propria moneta per facilitare gli scambi. I danni sono invece immediati e anche persistenti per chi, come l’area dell’euro, si avvale di una moneta già molto forte che acquisterebbe ulteriore valore in seguito alle politiche dei cambi delle altre due economie. Le vie che si possono seguire in questo campo sono semplicemente due e foriere di opposte conseguenze: da una parte si può procedere in autonomia, con il rischio che le tensioni sui cambi e sulle prevedibili ritorsioni commerciali sfoghino presto o tardi in conflitti, non solo economici; dall’altra parte sarebbe possibile costruire una partnership stabile che permetta un coordinamento del valore almeno delle tre valute principali.

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