Recensione di FRANCESCA ROMANA LETTA del libro STORIOGRAFI ITALIANI DEL NOVECENTO di Roberto Melchiorre

Il “Villaggio Globale”, annullando distanze ed eliminando frontiere, crea un’inebriante illusione di libertà e di potere, dietro la quale, in realtà, si cela una strisciante massificazione. Tecnologia avanzata, velocità nell’innovazione, strumenti finanziari sempre nuovi, a qualunque latitudine sono i requisiti vincenti per affrontare la sfida dei mercati. Peculiarità nazionali e individuali vengono, così, a trovarsi sempre più in ombra, rendendo l’uomo comune una pedina anonima manovrata da forze che lo sovrastano inesorabilmente. Ma è proprio sull’onda di tale constatazione che si fa strada in molti l’imperativo categorico di riappropriarsi della propria identità a livello individuale e nazionale. E la strada prescelta non può che essere la ricerca storica, visto che solo ricostruendo il passato, sia del singolo sia delle nazioni, si possono comprendere i problemi del presente. Se si considera, inoltre, che le numerose tracce lasciate dall’uomo nella sua lunga peregrinazione sulla terra hanno sempre suscitato un profondo interesse in coloro che considerano la vita un itinerario di ricerca e non una sussistenza biologica, si può comprendere quanto grande sia il numero di coloro che si avvicinano con passione alla storia, pur non essendo dei professionisti della materia.

Ma è davvero problematico per dei dilettanti  riuscire a crearsi un itinerario coerente e costruttivo in mezzo alla immensa mole di dati, di interpretazioni e di studi offerti dalla storiografia. È proprio a questo genere di pubblico che Roberto Melchiorre, con competenza pedagogica e metodo scientifico, offre la sua guida discreta ed efficace, già palese nel suo saggio “La concezione della storia nel Novecento”. L’autore ricorda allo studioso che dietro ai fatti, sia pur attestati da documenti autentici, c’è sempre una Weltanschauung, il che significa che la storia sottintende una concezione filosofico-esistenziale, alla luce della quale ogni fatto viene interpretato. Ed è in base a tale criterio che i vari studiosi, sul cui pensiero l’autore si sofferma con semplicità e chiarezza, possono essere raggruppati in diversi filoni come storicismo, idealismo, materialismo, marxismo ed altri ancora, che propongono letture a volte contrapposte degli stessi eventi.

Tenendo sempre presente la forma mentis dello studioso dilettante, quale egli stesso era inizialmente, Melchiorre evidenzia che nel corso del tempo sono nati tanti nuovi filoni di studio: storia della moneta, storia dei partiti, delle istituzioni comunali, del lavoro, ecc., tutte angolazioni diverse per studiare ad ampio raggio la vicenda umana nei vari periodi. È nata persino la Microstoria, in opposizione o meglio ad integrazione della Macrostoria. Ciò vuol dire che non sono più considerati eventi storici solo le grandi decisioni politiche o le grandi battaglie, ma anche le tracce lasciate nel mondo dal passaggio della gente comune che non fa notizia, ma che nel suo insieme e sul lungo periodo determina cambiamenti significativi, ad esempio con l’aumento o la diminuzione delle nascite e delle morti.

Ad uno sguardo superficiale, “La concezione della storia nel Novecento” potrebbe apparire sufficiente come guida didattica, perché un discorso storico-critico su scala nazionale sembra angusto ed antiquato. Ma Melchiorre, constatando le difficoltà incontrate da molti nel collocare gli studiosi italiani più noti nell’ambito di una storiografia internazionale, ha ritenuto necessario pubblicare, ad integrazione della sua prima opera, ”Storiografi italiani del Novecento”. E, agli albori del XX secolo, il nuovo saggio di Melchiorre ci presenta la carismatica figura di Antonio Labriola, prestigioso interprete tanto della dialettica hegeliana, quanto del marxismo a cui approda gradualmente e di cui si fa promotore. La sua “concezione genetica” della storia, basata sul nesso dialettico tra pensiero e realtà, parte proprio dal Materialismo storico, considerato dal Labriola il solo sistema di pensiero capace di dare una visione integrale e realistica del processo storico.

Idee, queste, condivise e rielaborate dagli allievi del Labriola appartenenti alla scuola economico-giuridica (Salvemini, Ciccotti, Salvioli, Barbagallo, Luzzatto, Anzillotti, Volpe) e come tali interessati allo studio delle Istituzioni (vedasi, ad esempio, “Magnati e popolani nel Comune di Firenze dal 1280 al 1296”, G.Salvemini; “Le Istituzioni comunali a Pisa”, G.Volpe 1902), delle diverse organizzazioni economiche nei vari periodi storici (cfr. “Storia economica di Venezia”, Luzzatto, 1961), della società(cfr. “L’Italia dal 1870 ad oggi”, 1918, C.Barbagallo).

Ma le idee del Labriola costituiscono il punto di partenza anche per il più famoso dei suoi allievi, Benedetto Croce, pietra miliare della cultura italiana per buona parte del Novecento. Egli, rielaborando in modo sempre più personale le idee hegeliane e la labriolana concezione della storia, propone lo “Storicismo assoluto” (ossia sciolto da un Assoluto al di fuori della storia), secondo il quale la vita e la realtà sono storia, la conoscenza è sempre conoscenza storica e progressiva ascesa della libertà.

Crociani sono alcuni tra i più prestigiosi storici italiani, come F.Chabod (“L’idea di nazione” 1961. “Storia dell’idea d’Europa” 1961), L.Russo (fondatore, nel 1946, della rivista fiorentina Belfagor di impronta storicistica, antipositivistica, laica e democratica), R.Morghen, R.Romeo, intelligente studioso del Risorgimento e dello sviluppo industriale (cfr “Risorgimento in Sicilia”, 1950).

Altri, che inizialmente fanno parte della  scuola del Croce, se ne allontanano successivamente, attratti dal Marxismo o da altri filoni di pensiero. Carlo Antoni, ad esempio, apertosi al Marxismo dopo l’armistizio (“Considerazioni su Hegel e Marx”, 1946), ritorna alla sue origini crociane con “Commento  a Croce” del 1956. Guido De Ruggiero (“Storia della filosofia” 1918-48”, “Storia del liberalismo europeo” 1925, “Filosofia del Novecento” 1934), sempre fedele al suo crocianesimo sia pur in modo tormentato visto che in qualche momento si avvicina all’Attualismo, verso la fine torna a valori trascendenti.

Giovanni Gentile, ministro della Pubblica Istruzione durante il ventennio fascista e inizialmente stretto collaboratore di Croce, revisionando lo Storicismo Assoluto, dà vita all’Attualismo, secondo il quale la realtà è atto dello spirito, è pensiero pensante, mentre il passato la natura e il molteplice in genere sono atto decaduto a fatto, pensiero degradato a cosa. Ma questo “soggetto assoluto”, come sottolinea Giuseppe Saitta (“Lo spirito come eticità”, 1921; “La libertà umana e l’esistenza”, 1940), si mostra come un concetto metafisico, come una nuova divinità ed è quindi da rifiutare in nome della libertà dell’individuo artefice di se stesso.

L’idealismo, comunque, specialmente sotto forma di attualismo, domina nel periodo fascista in cui, nonostante la mancanza di libertà, esistono istituzioni culturali prestigiose, come L’Enciclopedia Italianafondata da Giovanni Treccani, La Rivista storica Italiana, che dal 1926 raggiunge un buon livello grazie alla collaborazione di Chabod, Salvatorelli, Jemolo ed altri; la casa editrice Laterza che pubblica le opere di Croce e la rivista “La Critica” fondata e diretta personalmente da Croce.

Ma la cultura marxista, diffusasi a partire da fine Ottocento e progressivamente rafforzatasi subito dopo la Prima Guerra Mondiale, è attiva e operante nella clandestinità anche durante il Fascismo. Dati gli insanabili contrasti all’interno del Partito Socialista, ora il vero depositario del Marxismo è il Partito Comunista, che ha la sua massima espressione culturale in Antonio Gramsci, fondatore, nel 1919, del giornale “Ordine Nuovo”, generalmente in contrasto con “Critica Sociale”, giornale socialista di Turati e Treves. Secondo la sua lettura marxista della storia, per trasformare dall’interno la società capitalista, è necessario che gli intellettuali non siano più degli specialisti isolati dal contesto sociale, ma figure di collegamento tra le masse, l’organizzazione dell’economia e dello Stato. Questo non accade nel Risorgimento italiano che è essenzialmente borghese e fallimentare, perché privo di una rivoluzione agraria, che potrebbe unire la borghesia e il proletariato urbano alle campagne del Mezzogiorno. Da queste constatazioni deriva la teoria del “Blocco storico”, ossia dell’alleanza tra operai e contadini per la soluzione del problema meridionale in Italia.

Le posizioni gramsciane diventano, poi, il punto di riferimento fondamentale per gli storici marxisti durante e dopo il Fascismo, sia pur con qualche critica persino in ambito marxista. Basti citare Giorgio Candeloro, secondo il quale la rivoluzione agraria, auspicata da Gramsci nel Risorgimento italiano, sarebbe stata o impossibile o dai risultati molto scarsi (vol. XI, “Storia dell’Italia Moderna”), obiezione convalidata da Chabod e Romeo, secondo i quali una rivoluzione agraria avrebbe provocato uno schieramento nettamente ostile da parte delle potenze europee.

A proposito del dibattito sul Risorgimento vivo ancor oggi, è doveroso citare l’interpretazione di Gentile e Omodeo che (“L’età del Risorgimento italiano”, 1931), ignorandone gli innegabili aspetti politici, riducono il Risorgimento ad un fenomeno puramente culturale. Esso è per loro la traduzione puramente italiana di quella specie di “religione della libertà”, su cui si basa la cultura europea del primo Ottocento.

Diversa è l’interpretazione di Gobetti, che considera  il risorgimento una “conquista regia”, vale a dire una rivoluzione fallita, in quanto realizzata dall’alto. Tesi, questa, sostenuta dal Fascismo e dai filo-sabaudi che considerano il Risorgimento una meritoria opera regia continuata dal fascismo, inteso come proseguimento del Risorgimento stesso. Il Salvatorelli, d’altra parte, ritiene che il Risorgimento non sia solo un’opera regia, ma anche un moto nazionale ideale e popolare e il frutto dell’opera politica del Cavour e dell’educazione morale del Mazzini. Nella stessa prospettiva il fascismo è considerato l’antirisorgimento, mentre solo il nuovo Stato repubblicano è considerato l’erede del Risorgimento.

Tornando alla cultura marxista, va ricordato che nel 1933, in piena era fascista, sorge a Torino la Casa Editrice Einaudi, con indirizzo anticonformista e antifascista, a cui collaborano prestigiosi intellettuali marxisti, come Pavese, Vittorini, Calvino, L.Ginzburg. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, in un clima di apertura e di circolazione delle idee, in un lento progressivo declino dello Storicismo, parecchi storici italiani si rivolgono al marxismo per allontanarsene nel 1956, dopo l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Unione Sovietica, come, ad esempio, Delio Cantimori. Eugenio Garin, d’altra parte, pur dirigente del PCI, riesce ad evitare l’influsso dell’ideologia sulla sua opera e ad interessarsi anche alle scienze sociali, avvicinandosi  alle Annales. Rimane, invece, saldamente marxista il gruppo della rivista “Studi storici” (Manacorda, Ragionieri, Procacci, Villari, Zangheri, Carocci, Della Peruta, Tenenti, Mazza, Turi), che poi, insieme ad altri, collabora alla rivista Rinascita, fondata da Togliatti nel 1944.

La storiografia cattolica, che non riesce a contrapporsi allo storicismo imperante, non  ha neanche la forza di contrastare il dilagante marxismo, pur mostrando con chiarezza le sue posizioni attraverso riviste come “La Civiltà Cattolica” e la voce di prestigiosi storici. A.C.Jemolo esamina le relazioni tra Stato e Chiesa con pacatezza, obiettività e senso del sacro (“Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni”, 1949-71). Paolo Brezzi analizza gli argomenti prescelti con competenza, distacco e lucidità di giudizio, pur mostrando una profonda sensibilità religiosa (“Cristianesimo e civiltà”, 1949; “Storia del Cattolicesimo”, 1864-65; “Stato e Chiesa nell’Ottocento”). Sergio Cotta, negli anni Sessanta-Ottanta, studia con obiettività e acume critico diversi importanti aspetti della società di quegli anni. L’analisi dello storico si focalizza soprattutto sul diritto, fondato sulla “regola” che si conforma al valore della giustizia ontologica (“Quale resistenza?”, “La sfida tecnologica 1968, Milano 1977).

C.Violante si interessa alla storia medievale della società e delle istituzioni ecclesiastiche, pievi parrocchie e monachesimo cluniacense dell’Italia Settentrionale (“La società milanese nell’età precomunale”, 1953; “La pataria milanese e la riforma ecclesiastica del sec XI – Le premesse”, 1955).

Gaetano De Sanctis, che ritiene la storia guidata dalla Provvidenza (cfr. “La Storia dei Romani”, 1907-1976, a più riprese), sostiene l’idea che la storia è vita nel suo divenire e che lo storico, per narrarla, deve riviverla attraverso tutti gli echi che gli giungono attraverso i documenti.

D.Giuseppe De Luca dà vita alle Edizioni di Storia e Letteratura, comprendenti più  di cento volumi, in lingua madre, di autori francesi, tedeschi, spagnoli; e all’Archivio per  la storia della pietà, pubblicato a partire dal 1951.

Gabriele De Rosa, sensibile anche agli insegnamenti delle”Annales”, studia con particolare interesse la religiosità del Mezzogiorno, dove registra una profonda divisione tra Chiesa Ufficiale militante, consapevole e spirituale, e la sua base, ossia i fedeli ma anche il clero, che vive nel “sincretismo magico-religioso” (“Chiesa e religiosità popolare nel Mezzogiorno” 1978).

Eloquente dal punto di vista cattolico è la “Sociologia del Soprannaturale” di D.Luigi Sturzo (“La vera vita: sociologia del soprannaturale”, Roma 1947), che teorizza la storia non come perpetua ripetizione immanente dell’attività umana senza sbocco, ma come processo umano che, partendo da un principio trascendentale assoluto, ad esso si dirige come termine.

Ma gli storici veri non possono rimanere troppo legati ad un’ideologia o ad una classificazione: è per questo che accolgono sempre con interesse nuovi metodi che aprano strade sconosciute alla ricerca. È per questo che studiosi di ogni schieramento anche in Italia, grazie all’influsso della “Annales”, accolgono con interesse la “Nuova Storia” che, in collaborazione con demografia, antropologia, psicologia ed altre scienze, si prefigge di ricostruire i grandi e lenti cambiamenti della società attraverso le ricerche seriali.

Dopo questo lungo excursus, Melchiorre, ritenendo opportuno indicare al suo lettore ideale la situazione odierna della ricerca storica in Italia, ricorda l’estrema attualità della storia economica. Se ai suoi primordi questo tipo di ricerca s’illudeva di mettere a punto un modello ideale a-temporale di economia, ora, in presenza di un mercato globale, studia nella loro dinamica i vari tipi di economia analizzandone singoli fattori e tecniche, anche nella speranza di riuscire a mettere a punto innovazioni capaci di ottimizzare risorse e risultati.

Anche la storia cosiddetta “evenemenziale” perché basata sui grandi eventi, ossia la storia tradizionale, è tuttora di attualità ed è particolarmente interessata allo studio del Fascismo, su cui peraltro già esistono posizioni di fondo condivise.

1) Il Fascismo rappresenta la lotta di classe di una piccola borghesia resa molto combattiva dall’incontro col movimento nazionalista. Questo, antidemocratico e antisocialista, rafforzato dalla guerra imperialista, si è orientato in senso reazionario contro il proletariato (Salvatorelli).

2) Distinzione tra Fascismo movimento e fascismo regime, intesi l’uno come  ciò che i fascisti pensano che il fascismo debba diventare; l’altro ciò che il fascismo è in concreto (De Felice).

3) Affinità tra fascismo e regimi comunisti (De Felice).

4) Commistione di elementi di destra e sinistra nel fascismo (De Felice).

5) Fascismo = esperimento totalitario messo in atto da un partito Milizia, che tende ad imporre la politica al di sopra di ogni aspetto della vita sociale (Emilio Gentile).

Ma lo studioso deve soprattutto tener presente che ogni aspetto della vita e dell’economia può essere oggetto di una ricerca specifica, che poi inevitabilmente riporta alla storia socio-politica nel suo insieme. Se, ad esempio, si comincia a studiare la Storia della Moneta come magistralmente ha fatto Angelo Forzoni, ci si trova inevitabilmente a considerare i vari tipi di monete, la quantità di metallo pregiato da esse contenuto nei vari periodi storici, i prestiti fatti dai banchieri ai re, l’insolvenza di questi ultimi in caso di guerre sfortunate e tanti altri aspetti che riportano alla Historia Maior, mostrandocene aspetti spesso trascurati. Si può concludere che anche la storia dei partiti politici, dei sindacati, delle Istituzioni, dell’indipendenza e della crescita economica dei Paesi emergenti, in sostanza qualunque storia, piccola o grande che sia, se condotta con metodologia corretta sensibile anche a nuovi ma validi contributi provenienti dall’estero, è da considerarsi valida e stimolante.

Questo mi è sembrato il nucleo fondamentale del libro di Roberto Melchiorre, che ben meriterebbe un posto di rilievo non solo nelle biblioteche pubbliche e private, ma anche sui banchi di scuola e dell’università.

Disponibile al link http://www.deastore.com/libro/storiografi-italiani-del-novecento-roberto-melchiorre-aletti/9788864984940.html

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