Ue: sul debito vicino l’accordo sulla linea italiana

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 19 febbraio 2011

È crescente la preoccupazione per l’involuzione dello scenario del sud del Mediterraneo, dopo le rivoluzioni in Tunisia e in Egitto ed ora anche in Libia, poiché non sarà privo di conseguenze anche per l’Europa. Occorre che l’Unione si fortifichi prima di tutto nella sua economia, non solo per risollevarsi dalla crisi economica ormai alle spalle, ma anche perché presto o tardi potrebbe fare fronte ad un forte flusso migratorio. Il rispetto di alcuni parametri, frutto di semplici formulette ideate ormai più di 18 anni orsono, non ha portato lontano, al contrario tutte le maggiori economie europee, a partire dalla sottoscrizione del Trattato di Maastricht, hanno rallentato progressivamente la crescita della loro economia. Devono quindi essere riviste, ampliate e approfondite.

Ciononostante si può guardare con ottimismo ai dati sulla crescita economica (1,1%) del nostro paese: la produzione industriale è cresciuta e nel corso del 2010 sono aumentati il fatturato e gli ordinativi industriali (incremento del 13,9% per gli ordinativi e del 10,1% per il fatturato) segnando un record dal 2001, così come anche le retribuzioni che hanno registrato un incremento del 2,2%, maggiore della crescita dell’inflazione.

La crisi economica può essere considerata superata, ma non basta, occorre fare di più. Ne è persuaso il ministro dell’economia Giulio Tremonti il quale sta portando avanti in Europa una campagna di sensibilizzazione e di ammodernamento tutta italiana: occorre riesaminare l’insieme dei parametri per valutare lo stato di salute dell’economia di un paese, prendendo in considerazione altri aspetti non meno essenziali del debito e del deficit pubblici.

Non è di secondaria importanza allargare la rosa di indicatori dell’andamento dell’economia di un paese, perché è proprio sulla base di tali parametri che si sceglierà la combinazione di politiche economiche da attuare, i regolamenti e le indicazioni europee da rispettare. Scelte del genere, se fatte sulla base di una scarsa conoscenza della situazione economica nel suo complesso, potrebbero portare su di una strada di crisi economica senza ritorno.

Il ministro Tremonti sostiene che ci sono tutti gli elementi perché in Europa prevalga la linea italiana, che consiste nella volontà di introdurre anche altri «fattori rilevanti» come il debito privato, l’indebitamento delle famiglie, la spesa pensionistica, l’esposizione delle banche e la situazione del mercato immobiliare. Se si guardano anche questi aspetti la situazione italiana appare molto migliore rispetto a quella relativa al semplice debito pubblico. Ma per fare ciò occorre l’unanimità. «Non ci sarà accordo su niente se non c’è accordo su tutto», ha affermato il ministro Tremonti al termine della riunione dell’Ecofin del 15 febbraio scorso, ribadendo come l’Italia sia pronta ad accettare un giro di vite sul debito pubblico a condizione che, nel valutare la situazione di un Paese, si prendano in considerazione anche gli altri fattori. Il ministro ha infatti affermato che «L’Italia è a favore di una maggiore disciplina sul fronte del debito pubblicò, ma per verificare la sua stabilità si deve valutarne il livello, la dinamica, ma anche l’ambiente in cui è posizionato quel debito».

Sebbene il lavoro di persuasione del ministro sia stato certosino e si stia raggiungendo progressivamente l’unanimità dei partecipanti, tanto che il ministro ha sostenuto che «si sta recuperando lo spirito del 10 maggio 2010», il vertice in cui grazie all’intervento comunitario si salvò la Grecia, la decisione definitiva è stata rinviata al summit dei leader dell’eurozona del prossimo 11 marzo.

Solo grazie ad una maggiore ampiezza di visione è possibile procedere anche con il piano per la competitività proposto da Parigi e Berlino e rilanciare la richiesta di autorizzazione degli aiuti di stato per il Sud dell’Italia, che si tradurrebbe in una deroga sulle gare d’appalto che oggi, secondo il ministro, penalizzano il Mezzogiorno. Quella del ministro non è una richiesta campale visto che la Germania, per via della crisi economica, ha già ottenuto dalla Ue vaste deroghe ed la possibilità di concedere ampi aiuti di Stato.

 

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