Capitalismo familiare e ricchezza nascosta: le memorie di un direttore amministrativo

di Emanuela Melchiorre, Raffaello Lupi

Dialoghi tributari gennaio febbraio 2011

L’azienda è un gruppo sociale, una collettività organizzata di uomini, prima che di mezzi, ma questi uomini hanno pesi diversi. Soprattutto nel capitalismo familiare italiano, dove la gerarchia si basa in gran parte su una «proprietà personificata». Una proprietà che però ha bisogno di collaboratori anche apicali, come l’ex direttore amministrativo di un importante gruppo industriale a base familiare, che dopo aver rotto con l’azienda ha pubblicato memorie di interesse storico-sistematico, che al di là della loro veridicità nel caso specifico rendono più verosimile quanto rileviamo su Dialoghi a proposito della ricchezza che i titolari possono «distrarre» dalle aziende. Da molti passaggi del volume si intuisce la probabile doppia valenza di tante direzioni amministrative di un tempo: da una parte l’ordine di quanto era manifestato al Fisco e dall’altra il controllo di quanto, invece, non veniva registrato.

n   Gli anni ruggenti del capitalismo familiare
nel «flashback» di un direttore amministrativo

Emanuela Melchiorre

 

Le teorie sulla tassazione attraverso le aziende possono essere verificate rispetto a episodi di vita imprenditoriale-fiscale, quali risultano dai mezzi di informazione, da volumi pubblicati o da altre testimonianze in circolazione; dopo averlo fatto per casi molto noti, come Fastweb[1] e Menarini[2], ci dedichiamo a un caso meno famoso, oggetto di un volume[3], pubblicato negli anni ‘90, che descrive vicende di circa quarant’anni fa. L’autore è un direttore amministrativo che entra in conflitto con il fondatore e socio di riferimento del gruppo Marangoni, importante azienda italiana ancora oggi esistente e, a quanto risulta dal relativo sito internet e da alcune note di stampa, molto vitale ed apprezzata[4]. Che sarebbe una fortuna per il Paese, anche se quanto scrive il suo ex capo contabile fosse stato tutto vero. La vicenda è ormai sbiadita dal tempo trascorso, ma conserva ancora oggi la sua utilità per i nostri fini, che sono quelli di esaminare i punti di forza e di debolezza della tassazione attraverso le aziende; intese come gruppi sociali, fatti di individui che, coesistendo al loro interno, si condizionano a vicenda, consentendo l’emersione contabile della ricchezza.

Il quadro offerto dal volume
come panorama di un’epoca

Il contesto è quello tipico del capitalismo familiare, descritto su un precedente numero di Dialoghi[5], in cui si colloca la crisi di un rapporto di fiducia tra il titolare-fondatore e un suo dirigente, che ha pubblicato il suddetto volume; è un affresco ambientale probabilmente caricato dal rancore accumulato, con recriminazioni che non ci interessano, e sembrano anzi forzate. Sono però interessanti i passaggi in cui si parla di ricchezza nascosta al Fisco, secondo varie modalità che ripercorrono quelle descritte spesso su Dialoghi. A noi non interessa se siano fatti veri, tanto più che sono ormai remoti nel tempo; l’importante è in quale misura siano credibili per un’analisi serena della tassazione attraverso le aziende, e della sua tendenza, con il tempo, ad assestarsi positivamente, come dirà poi Raffaello Lupi. Anche se il risultato ultimo dello sfogo di Osvaldo Bastoni è stato una condanna per diffamazione, ciò lascia impregiudicata la credibilità astratta degli episodi esposti, visti gli anni in cui si collocano ed episodi anche più recenti di cui si occupano le cronache e di cui nel nostro piccolo abbiamo trattato anche noi, valutando da tecnici quanto le cronache riportavano.

Il diario in calce al volume, ed anche molte pagine di esso, sembrano passare in rassegna l’evoluzione dei metodi di occultare ricchezza al Fisco negli anni ruggenti immediatamente successivi alla riforma del 1973; si parte dall’omessa registrazione di ricavi[6], fino alle fatture fittizie[7], fino alla «normalizzazione», alla pianificazione fiscale degli anni ’80[8].

Le vendite «in nero» richiedono maggiori coinvolgimenti dei dipendenti, sono più visibili, e quindi la seconda strategia raccontata fa leva sulla manipolazione dei costi. L’inconveniente della documentazione fittizia è di lasciare una traccia nella contabilità, più esposta in potenza ad una verifica fiscale, ma per il resto è aziendalmente più maneggevole. L’Autore riferisce di quelle che egli stesso chiama «operazioni acquisti», che consistevano nell’emissione di fatture false intestate, da parte di un certo numero di cosiddette società «fantasma», che di lì a poco avrebbero chiuso i battenti per ricomparire in luoghi e con nomi differenti per procedere nella loro attività di produzione di carta.

Le mansioni dell’Autore sfatano ancora una volta il mito della presunta «contabilità nera», confermando che della contabilità c’è bisogno solo per la quota di ricchezza che si intende manifestare. Quando poi i controlli da parte dell’Amministrazione finanziaria divenivano più stringenti la via seguita dal titolare, sempre secondo la ricostruzione del suo amministratore, sarebbe stata quella di pagare profumatamente un consulente esterno con l’incarico di ripulire adeguatamente le carte contabili per renderle quanto meno credibili, e di «ammorbidire» gli organi di controllo[9], anche con verifiche intuitivamente «pilotate», pur dando atto dell’esistenza di funzionari «incorruttibili», a cui l’Autore fa i complimenti[10]. Non mancano i riferimenti alle costituzioni di capitali all’estero, con il nero, tipologicamente simili a quelli che sono stati recentemente «scudati», e di libretti al portatore, intestati a nomi di fantasia (pag. 66).

In parallelo è tipica anche, nel clima di caccia alle streghe di quegli anni, la tendenza ad attribuire le cariche «imbarazzanti» tra i suoi dirigenti di vertice, definiti dall’Autore «teste di legno», perché il titolare continuava ad accentrare di fatto le decisioni. Nonostante si avvalesse di diversi manager, il titolare conservava quindi tutta la sua discrezionalità nelle scelte. Il peso della proprietà, insomma, in un contesto relativamente piccolo, si fa sentire anche a prescindere dai posti in consiglio di amministrazione, e da tutte le formali procedure di governance previste dal codice e dalle leggi speciali sulla trasparenza societaria. Ma sono concetti che hanno senso solo se nell’azienda c’è una frammentazione proprietaria, un antagonismo tra i soci, una presenza di risparmiatori o di fondi di investimento. Altrimenti, la governance con un solo titolare rischia di essere scavalcata dal management override; riducendosi soltanto a tutelare i creditori privati. Ma non era questo il caso perché, patrimonialmente, comunque l’azienda ha tenuto fino ad oggi.

Il volume si conclude con la pubblicazione integrale di un diario attentamente compilato, non si sa se vero, ma certamente credibile, estremamente dettagliato con date, cifre, corrispondenza ed eventi. Sarebbe interessante vedere che cosa avrebbe fatto il Fisco olandese, cui è dedicato un articolo su questo numero di Dialoghi[11], in un contesto simile.

Il volume mostra la possibilità teorica di soddisfare entrambe le esigenze del titolare cioè il controllo dell’operato, dei costi e dei ricavi dell’azienda, nonché dei propri dipendenti, e la tendenza a risparmiare sulle imposte. È sempre vero l’aforisma tributario «È meglio pagare le imposte che farsi imbrogliare dai dipendenti»; viene però da credere che in molti contesti sia possibile tenere sotto controllo i dipendenti e poi nascondere ricchezza al Fisco da soli, o in compagnia di pochi fidati dirigenti o consulenti.

Il ruolo delle dinamiche aziendali

Le piccole e grandi storie di gelosie tra i manager, o tra questi e il proprietario, giocano tuttavia a vantaggio del Fisco, oltre a rappresentare uno spaccato di vita e di convivenza sociale molto istruttivo. Emerge uno spaccato dell’esistenza all’interno di un’azienda e del suo stato emotivo, con una forte componente di acrimonia, competitività, compiacimento del proprietario e latente frustrazione dei suoi collaboratori. Il racconto descrive quanto un’azienda sia un gruppo sociale necessariamente non democratico, con la ripartizione dei compiti, con i suoi ruoli e la posizione di guida che appartiene all’imprenditore. È legittimo e comprensibile che un imprenditore che ha creato la propria azienda, o che l’ha ereditata e si sente personalmente responsabile della gestione di un organismo socialmente importante, voglia accentrare le decisioni più importanti, quelle definite strategiche per l’azienda.

La democrazia, almeno come espressione di un suffragio universale, all’interno di un’azienda, è una forzatura; al suo interno ognuno conta in relazione al suo ruolo e alle sue responsabilità. Leggendo il volumetto si evince, inoltre, quanto il titolare abbia positivamente bisogno comunque dei commenti e dei messaggi dei suoi collaboratori, ma soprattutto della loro approvazione. Al padrone piaceva discutere, ma principalmente gradiva avere ragione[12]. Sono piuttosto complesse, infatti, le dinamiche che si innescano all’interno del gruppo composto dall’imprenditore e dai suoi manager. In un certo senso, l’immagine dell’azienda che ne traspare è quella tradizionalmente sentimentale e paternalistica di tante commedie all’italiana degli anni ‘70, con Tognazzi e Gassman.

Il problema della tassazione italiana: richiedere le imposte dove le aziende
non arrivano o dove i loro titolari mentono

Alla fine dei giochi, anche ove tutte le vicende narrate fossero vere, comunque il bilancio dell’attività dell’azienda sulla convivenza sociale nel suo complesso è sicuramente positivo. Perché è meglio avere un’azienda che produce, crea ricchezza e reddito e offre opportunità lavorative, con un po’ di ricchezza nascosta al Fisco, piuttosto che non averla affatto, cioè avere solo piccoli commercianti e artigiani, che ne nasconderebbero – tutti insieme – molta di più. Si conferma che il problema della tassazione italiana non è la «lotta all’evasione», ma la richiesta delle imposte dove le aziende non arrivano o dove i loro titolari mentono. La «lotta all’evasione» sarebbe presto fatta chiudendo l’azienda, o nazionalizzandola, con tutto quello che abbiamo visto in Italia proprio negli anni in cui si svolge la vicenda narrata, o anche oggi in altre parti del mondo. Dopotutto, rispetto a come poteva andare la nostra economia, il capitalismo familiare è stato, non tanto un male minore, ma una struttura portante del Paese, che anche oggi ci colloca fra le principali nazioni manifatturiere in Europa. Nonostante la globalizzazione. Non è un titolo di merito, o una ragione per non pagare le imposte, quando qualcuno le richiede mostrando di sapere dove mettere le mani. Le imposte vanno certamente chieste, anche con la dovuta severità, ma senza generare la schizofrenia sociale della lotta all’evasione, come mostro da sbattere in prima pagina, che alla fine rende solo più difficile la richiesta delle imposte. Anche se consente ai nostalgici della lotta di classe di impugnare il vessillo della «lotta» contro qualche cosa. Qui però non siamo davanti a uno che vende droga, organizza estorsioni o sequestri di persona. Nel caso di specie si trattava solo di uno che forniva le gomme per le nostre automobili, un organizzatore della convivenza sociale che creava lavoro e reddito, cui le imposte vanno prima di tutto chieste. Salvo sanzionarlo fortemente quando cerca di sviare o eludere i controlli, come dicevamo in varie sedi a proposito delle sanzioni[13]. L’idea della «lotta» avvelena i rapporti sociali, e rende più difficile l’operato degli Uffici, ostacolando la dialettica tra aziende e istituzioni, e le valutazioni dei funzionari. Il problema della giustizia sociale, della ripartizione dei redditi, delle disuguaglianze, non c’entra nulla con la determinazione della ricchezza ai fini tributari, anche se molti preferiscono che si continui a chiamarli «evasori» e magari anche essere insultati come tali, piuttosto che subire una credibile valutazione per ordine di grandezza dei propri redditi, e pagare un po’ di imposte in più. Forse, per molti, è meglio essere insultati che tassati (vedi gli evasori «con la coda»)[14]. La caduta delle ideologie stataliste non ha risolto il problema della giustizia sociale, e dei malesseri latenti e spesso legittimi della gente. Ma la via da percorrere non è quella della distruzione della fonte di reddito in nome di una evanescente lotta all’evasione. Che va sostituita con la richiesta delle imposte. Possibilmente sulla ricchezza non dichiarata, o nascosta, anziché sui regimi giuridici di quella palese. La criminalizzazione si giustifica in una fase successiva, davanti all’ostruzionismo verso le indagini, all’inquinamento delle prove, ai tentativi di corruzione. Dove all’estero non fanno sconti.

n   Paternalismo e ricchezza nascosta, malattie infantili del capitalismo (familiare)

Raffaello Lupi

 

Ho letto anch’io il volume di cui parla Emanuela Melchiorre ritrovandoci eventi verosimili negli anni ruggenti di quel capitalismo familiare che rappresenta la forma più diffusa di «grande impresa» italiana.

Oggi il gruppo Marangoni è sicuramente un «soggetto di grandi dimensioni», sottoposto a tutoraggio, nei termini descritti su precedenti articoli di Dialoghi. Ma ai tempi del volume di Osvaldo Bastoni era un’organizzazione creata da poco, messa su dal nulla dal titolare dell’epoca, poco più che quarantenne (dal sito dei cavalieri del lavoro risulta che è nato nel 1931). Dopotutto quell’egocentrismo rilevato dall’Autore poteva starci tutto in uno che aveva messo su una realtà che dava lavoro a mille persone.

Sarebbe interessante riflettere su quali punti di forza dell’organizzazione aziendale potessero impedire di nascondere ricchezza al Fisco, oppure quali punti di debolezza potessero consentirlo. Ed è interessante vedere l’evoluzione dei comportamenti descritti dal direttore amministrativo, come vero dato empirico su cui gli studiosi delle scienze sociali si dovrebbero confrontare, invece di costruire modelli economici su inesistenti «uomini razionali», oppure chiosare i materiali prodotti incessantemente dal diritto.

Vero o verosimile che sia, il racconto del direttore amministrativo mostra come naturale evoluzione un passaggio progressivo da forme di evasione più grossolane a forme più elaborate, fino a vere e proprie legittime pianificazioni fiscali, che non meritano le critiche di Osvaldo Bastoni (come i conferimenti agevolati del 1980, in base alla legge Visentini-Pandolfi, che consentivano un salto d’imposta, di cui tutta l’Italia approfittò).

Le vendite in nero, seguite dalle fatture fittizie, sembrano una sorta di malattia infantile di un’azienda che il fondatore vedeva come «sua creatura», grazie alla quale mettere da parte una piccola fortuna personale attraverso ricchezza non dichiarata, e trasferita all’estero. Come abbiamo rilevato sul precedente n. 6/2010, non si tratta ovviamente di esempi adamantini, da portare a modello, ma neppure di comportamenti analoghi all’insolvenza fraudolenta di chi si indebita, scappa coi soldi e lascia con un palmo di naso i creditori.

Le modalità di nascondere ricchezza al Fisco, ipotizzate dal volume, riferito ad oltre trent’anni fa, ricordano quelle di cui oggi parliamo nella cd. «Terra di Mezzo», sopra gli «autonomi»[15], e le grandi imprese del capitalismo maturo, anche se di proprietà familiare, quale potrebbe essere oggi anche l’azienda in esame.

Il direttore amministrativo autore del libro, quantunque nominato direttore generale, sempre a suo dire, per fare da parafulmine a possibili grane fiscali, era sostanzialmente un fiduciario del titolare-fondatore. Che, proprio in quanto fondatore, aveva una grande dose di controllo ed elevate possibilità di management override, cioè di scavalcare procedure e controlli interni che – dopotutto – lui stesso aveva implementato per se stesso, come dominus dell’azienda.

Anche nel caso del capitalismo familiare c’è stato un problema organizzativo pubblico di «richiesta delle imposte» ad aziende nate da poco tempo, sotto un forte controllo padronale. Un controllo che avvertiva come assai remota la possibilità di contestazioni fiscali, e che si regolava di conseguenza, in una specie di far west; tuttavia, per il Fisco, questo aveva nel complesso un effetto positivo, soprattutto con il tempo. Perché la polarizzazione della circolazione della ricchezza, in capo a queste strutture, ha moltiplicato il gettito, ed anche la ricchezza complessiva del Paese, che deve anche a questi capitani di industria, sognatori e magari un po’ presuntuosi, se resta il secondo Paese manifatturiero d’Europa. Le tasse si pagano quando qualcuno le richiede, e ad una richiesta ragionevole, mirata, non possono supplire roboanti accuse di evasione fiscale, né condanne sociali, né altri proclami. Che paradossalmente spingono all’evasione chi, essendo comunque già additato al pubblico ludibrio come tipo umano, decide -perso per perso – di cogliere i vantaggi della situazione.

Con il tempo però la malattia infantile passa e l’azienda resta. Nel fondatore, e probabilmente nelle seconde generazioni, cresce il desiderio di tranquillità, anche perché i bisogni personali sono ormai ampiamente soddisfatti e l’utilità marginale del denaro scende all’aumentare delle disponibilità. Tra l’economia «chiara» e il «sommerso» c’è una zona grigia molto ampia, come vedremo in un altro articolo su questo stesso numero della Rivista[16]. Lo spaccato raccontato nel volume contribuisce a spiegare la reazione low profile, delle associazioni di categoria contro l’inferno del dichiarato, come se davanti a un Fisco che contesta tutto quello che l’azienda dice, ogni valutazione che fa, esistessero ancora margini notevoli per «non dire». Ma ci sono probabilmente anche altre ragioni, tra cui la tendenza delle aziende a concentrarsi sui propri personali «inferni del dichiarato»; magari pagando parcelle milionarie, senza capire che diffidenze e sospetti derivano dalla mancanza di una comprensione della tassazione attraverso le aziende da parte dell’opinione pubblica e delle classi dirigenti.

 


Emanuela Melchiorre – Giornalista economica, Fondazione Studi Tributari

[1] L. Barbone, RL, D. Stevanato, «Frodi carosello “circolari” nelle telecomunicazioni (il caso Fastweb)», in Dialoghi Tributari n. 2/2010, pag. 187.

[2] Fondazione Studi Tributari, «Capitalismo familiare e ricchezza nascosta: leggendo i giornali sul caso Menarini», in Dialoghi Tributari n. 6/2010, pag. 594.

[3] O. Bastoni, Il Cavaliere di gomma. Storie di ordinaria imprenditoria, in Librinlibertà, suppl. al n. 13/1994.

[4] La Marangoni s.p.a., capogruppo industriale, controlla le altre società del gruppo sul territorio italiano: Marangoni Meccanica s.p.a. (produzione e commercializzazione di macchinari e tecnologie per l’industria del pneumatico), Marangoni Tyre s.p.a. (produzione e commercializzazione di pneumatici nuovi per auto vettura), Pneusmarket (distribuzione di pneumatici multimarca con una rete di oltre 50 punti vendita). Gestisce inoltre impianti produttivi in Tennessee (Nashville) per seguire i mercati dell’area NAFTA, in Brasile (Belo Horizonte) per i mercati sudamericani, in Germania (Amburgo) per i mercati del Nord Europa e da ultimo in Sri Lanka ed in Cina per i mercati asiatici. Il fatturato consolidato del gruppo è stato di 340,2 milioni di euro nel 2008 e di 304,3 milioni nel 2009.

[5] Fondazione Studi Tributari, «Tassazione attraverso le aziende e “capitalismo familiare”, ricchezza nascosta e “piccole grandi imprese”», in Dialoghi Tributari n. 5/2010, pag. 482.

[6] O. Bastoni, op. cit., pag. 28.

[7] O. Bastoni, op. cit., pag. 63 ss.

[8] O. Bastoni, op. cit., pag. 68.

[9] O. Bastoni, op. cit., pag. 65.

[10] O. Bastoni, op. cit., pag. 67.

[11] A. Santoro e N. Corti, R. Lupi, «“Internal audit” e “corporate governance” possono aiutare il Fisco?», in questa Rivista, pag. ???.

[12] Sono appese ai muri, e si trovano nei negozi di chincaglieria, le scritte con la «legge fondamentale del capo» i cui primi tre articoli recitano: 1. Il capo ha ragione; 2. Il capo ha sempre ragione; 3. Nell’improbabile ipotesi che il dipendente avesse ragione, entreranno immediatamente in vigore gli articoli 1 e 2.

[13] D. Terracina, R. Lupi, «Squilibri sanzionatori penali nella tassazione aziendale», in Dialoghi Tributari n. 4/2010, pag. 393.

[14] R. Lupi, «Evasori con la coda?», in Dialoghi Tributari n. 5/2009, pag. 489.

[15] Così come i lettori di Dialoghi hanno imparato a chiamare le piccole botteghe o i professionisti.

[16] Fondazione Studi Tributari, «Il sommerso non esiste!», ni prossimi numeri di Dialoghi.

 

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