La riduzione delle aliquote fiscali incentiva davvero lo sviluppo?

di Fondazione Studi Tributari

Prosegue la nostra indagine sui luoghi comuni in materia di tributi: dopo il rapporto tra aliquotee ricchezza nascosta al Fisco, riflettiamo sul rapporto tra aliquote fiscali e sviluppo. Dire che ridurrele imposte libera risorse per lo sviluppo e` sensato, spiega qualcosa della convivenza sociale,ma non spiega tutto, e forse spiega poco. Per lanciare una nuova impresa, o per innovarneuna vecchia, servono infatti le idee, il mercato di sbocco, i finanziamenti, e se mancano questecaratteristiche una riduzione delle imposte serve a poco. Questo perche´ anche gli investimenti,lo sviluppo, come tutti i fenomeni della convivenza umana, dipendono da una combinazione dipiu` variabili, ciascuna rilevante di volta in volta con quantita` diverse. Sono variabili difficili daesprimere in una formula, ma e` credibile che quella tributaria non sia decisiva, almeno finche´non si arriva ad aliquote da esproprio, o non si tratta di imprese multinazionali gia` esistenti.

 

Parlando del rapporto tra aliquote fiscali e ricchezzanascosta al Fisco (1) avevamo accennatoanche al rapporto tra le aliquote e lo sviluppoeconomico. Quest’ultimo dovrebbe essere incentivatoda un minor carico fiscale, almeno secondoquei discorsi sensati, ma un po’ generici, cui itributaristi indulgono quando abbandonano la lorocasistica di dettaglio, e si trovano nella posizionedi chiunque altro rifletta sulla convivenzasociale. Si discute spesso, infatti, sulla correlazionetra il carico fiscale e lo sviluppo, fino ad arrivarealla tesi estrema dell’autofinanziamento dellediminuzioni di aliquota fiscale, grazie al maggioresviluppo economico cui tale riduzione darebbeluogo ed al recupero dell’evasione, cui avevamoaccennato nel precedente n. 4/2010 di Dialoghi(1). Questi effetti rappresentano una delletante correlazioni verosimili tra gli eventi dellaconvivenza sociale. Ma i fenomeni sociali sonomolto interdipendenti tra di loro, e dipendonoda una molteplicita` di variabili. La riduzione delleimposte, come la riduzione del tasso d’interessee la manodopera relativamente a buon mercato,sono fattori extratributari, indiscutibilmenteincentivanti per gli investimenti piu` del livellodelle aliquote fiscali. Ma prima ancora lo sviluppodipende da altri fattori, che influenzano lospirito di intrapresa economica. Prima di porsi ilproblema delle aliquote fiscali, o anche dei vincoliburocratici in genere, chi si propone di avviareun’attivita` si chiede prima di tutto «a cosa dedicarsi», e quali siano i margini di mercato per avereun minimo di successo e di redditivita`. Primadi tutto si pensa cioe` a «cosa produrre» e a «comevenderlo», dopodiche´ ci si pone il problemadel denaro a buon mercato, o delle aliquoted’imposta, onerose o modeste, o persino del costodel lavoro. Prima di tutto, infatti, servonoidee da offrire al mercato per creare nuovo valore,in una nuova organizzazione d’impresa. Leaziende, infatti, sono una modalita` di organizzazionedella convivenza sociale; devono prima ditutto rispondere a un bisogno, vero o artificioso,ma avvertito dai consumatori. E chi avvia unaazienda deve pensare a come risolvere questo bisogno,in un modo migliore rispetto a soluzionialternative o sostitutive. Se queste premesse economicheesistono, si pensa anche al finanziamento,alle aliquote fiscali e alle molte altre variabiligiuridiche che incidono, simultaneamente, sulladecisione di «fare impresa», come la certezza deldiritto, la snellezza burocratica e i mille adempi-menti burocratici connessi, spesso con risvoltibizzarri (privacy, sicurezza, antinfortunistica,ecc.), la velocita` della giustizia, ecc. Sono variabiliapparentemente elementari, che pero` coesistonotra di loro, e che nel loro insieme si complicano,influenzando una decisione ineffabile, cioe` quelladi mettere a sistema persone e mezzi, coordinandoliin funzione di un’organizzazione d’impresa.E `una decisione che non ci sentiremmo di schematizzarein formule e diagrammi, come fa unaeconomia pubblica che seriamente propone persinografici per scomporre le scelte di voto deglielettori, e chi non ci crede cerchi su Google il«teorema di Arrow». La simultaneita` e pluralita`delle motivazioni d’investimento riprende la simultaneita`dei fattori che influiscono sulle decisioniumane, che e` difficile «modellizzare» in correlazioniformali, come quelle con cui all’esamedi economia ci proponevano il grafico sulla correlazionetra investimenti e tasso di interesse. Ilgrado di dipendenza tra tutte queste variabili e` lacroce e la delizia degli studiosi dell’econometria,che cerca di stimare il peso di ciascuna variabilesulle scelte economiche. Ma forse e` una lotta imparicontro gli «spiriti animali» che testimonianola riconducibilita` anche dell’economia alle considerazionisulla condizione umana e la convivenzasociale, con le sue logiche combinatorie, non deltutto lineari ne´ formali.Purtroppo, la maggior parte delle scelte comportamentaliumane, che poi sono l’oggetto dellescienze sociali, deriva da fattori spiegabili, ed ancheindividuabili, ma «imponderabili», cui cioe`non puo` essere attribuito un peso specifico preciso.Si riesce a esprimere perche´ qualcuno di essi e`piu` importante di un altro, ma una attribuzionequantitativa di pesi specifici e` probabilmente tempoperso. Come stiamo sempre meglio mettendoa fuoco su Dialoghi, l’azienda e` una forma di organizzazionedella convivenza sociale, che travalicail valore intrinseco dei suoi singoli componenti,ma che e` tenuta assieme da molteplici motivazioni,di cui e` difficile dire quanto pesi quella fiscale.Comunque e` verosimile, credibile, che la rispostasia «non molto», salvi i casi in cui la posta in giocovale molto rispetto al costo di organizzare unsimulacro di impresa in qualche paradiso fiscale,come diciamo in questo numero per i costi blacklist. Comunque l’azienda e` un passaggio fondamentaledell’organizzazione sociale «liberale» e«pluralista» rispetto ad un passato in cui l’organizzazionesociale secondo il mercato si basava, oltreche sulla proprieta` fondiaria e il suo sfruttamento,su scambi bilaterali tra individui che oggi su Dialoghichiamiamo «autonomi». L’azienda non e` unomone, un grande fabbro o un grande salumiere,e` una entita` fatta di uomini (2), ma diversa daun singolo uomo. E ` umana e disumana al tempostesso, un organismo che «vale in quanto vive», evive in quanto riesce ad inserirsi nella convivenzasociale, rispondendo a bisogni reali (3). Se l’impresarisponde ad un bisogno di organizzazionesociale, ne´ la riduzione delle aliquote fiscali, ne´ ildenaro a basso costo, ne´ lo snellimento delle procedureburocratiche possono far nascere artificialmenteun bisogno organizzativo che la societa`non avverte.Casomai possono invece attrarre l’allocazionesu un determinato territorio di una impresa «mobile», in quanto articolata su piu` unita` produttive,con margini per allocare gli impianti produttivi invari luoghi. In questo caso l’aliquota modestanon contribuisce pero` a «far nascere» una impresa,ma ad attrarne una che gia` esiste. E la recentemodifica sulle CFC, che ripristina la rilevanza delmercato del Paese di ubicazione, si inserisce, inchiave punitiva, nella lotta contro la delocalizzazionedelle imprese (4). Ma anche qui l’integrazionee la comprensione tra l’organizzazione socialeaziendale e l’organizzazione sociale statale burocratica e` assai piu` importante per quanto riguardal’allocazione degli investimenti (5).A parte questi aspetti allocativi di imprese gia`esistenti, l’affermazione secondo cui ridurre le aliquotefiscali sarebbe un potente incentivo allo sviluppoeconomico appare quindi meno decisiva diquanto venga fatta apparire. Soprattutto se la riduzionedelle aliquote e` modesta, come il passaggiodal 30 al 27%; simili riduzioni possono almassimo essere lette come un incoraggiamentopolitico, ma non sono determinanti sulla decisionedi fare o non fare impresa; nessun imprenditorecon una buona idea si ferma davanti a una aliquotadel 30, ne´ si determina ad investire, se e`disorientato, quando l’aliquota scende al 27. Lavariazione dell’aliquota fiscale puo` essere inveceappetibile, assieme alle altre variabili «formali» eburocratiche, per le imprese gia` funzionanti chehanno i margini per allocarsi in un Paese anziche´in un altro.Riduzioni di aliquote e contrapposizioneartificiosa «famiglie-imprese»Sulla discussione relativa alla riduzione delle aliquoteper incentivare lo sviluppo si inserisce semprequalcuno che propone di ridurre invece le aliquoteper incentivare le famiglie ed i consumi.Nasce cosı` la dialettica artificiosa tra «famiglie eimprese» dove sembra che i sindacalisti tirino lacoperta corta da un lato, e gli industriali dall’altro.Ma confrontare produzione e consumo nonha molto senso: l’azienda e` un gruppo sociale fattodi individui che «tengono famiglia», e che nonha senso contrapporre alla famiglia di qualcuno.L’impresa e` un’organizzazione di individui checercano di essere, grazie alla divisione del lavoro ealla sua specializzazione, piu` produttivi di quantosarebbero da soli. Ai fini della distribuzione delcarico fiscale ha piu` senso contrapporre le famigliedegli imprenditori e quelle dei lavoratori oppurele imprese ai lavoratori. La riduzione dell’aliquotadell’IRES, dove la tassazione della societa`«anticipa» quella del socio, e` per certi versi unadetassazione dell’impresa, cioe` dei redditi di impresanon distribuiti ai soci. Per il resto, pero`,l’enfasi sulla contrapposizione tra famiglie e imprese,produzione e consumo costituisce unafuorviante frammentazione di una realta` economicaunitaria. Ma e` un argomento che sara` bene riprendere.

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Fondazione Studi Tributari – Lo scritto nasce dalle discussioni traE. Melchiorre e R. Lupi(1) Fondazione Studi Tributari, «Si puo` ridurre l’evasione abbassandole aliquote?», in Dialoghi Tributari n. 4/2010, pag. 357.

(2) Mentre un insieme di beni materiali, un laboratorio, conun macchinario o un negozio con delle merci saranno ancheaziende per il diritto commerciale, ma non sono strumenti di organizzazionesociale diversi dal rapporto bilaterale che il loro individuogestore intrattiene con altri individui.(3) In quest’ottica la stessa contrapposizione ideologica tra organizzazioneprivata e pubblica della convivenza sociale deve esseresuperata in funzione della ricerca dei coordinamenti di volta involta piu` efficienti. Cfr. Fondazione Studi Tributari, «Pressione fiscalee PIL: due indicatori sopravvalutati?», in Dialoghi Tributarin. 5/2010, pag. 471.(4) Cfr. D. Stevanato, A. Manzitti, R. Lupi, G. Fransoni, «Lostrumento tributario contro la delocalizzazione produttiva: decretoanticrisi e modifiche alle CFC», in Dialoghi Tributari n. 4/2009,pag. 358.

(5) Sotto questo profilo l’Italia «il paese dalle mille leggi temperateda una pressoche´ generale inosservanza» (Zanardelli) e` menoospitale del Burkina Faso, perche´ l’ottusita` burocratica e` il primokiller dell’organizzazione aziendale.

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