L’EMORRAGIA DEL MADE IN ITALY: LVMH ACQUISTA LA QUOTA DI MAGGIORANZA DI BULGARI

Di Emanuela Melchiorre

La Finanza marzo-aprile 2011

www.lafinanzasulweb.it

Il colosso francese LVMH ha annunciato trionfante in un comunicato stampa di aver aggiunto un altro importante tassello al suo piano di espansione. Si tratta dell’acquisto della quota di maggioranza dell’italianissima Bulgari, ormai non più tale, che dovrebbe permettere al colosso francese di Bernard Arnault, possessore di oltre 50 marchi di lusso (tra cui Moet & Chandon, Louis Vuitton, Fendi, Christian Dior) che commercializza una gamma estremamente variegata di profumi, champagne, liquori e cognac, Haute Couture, Fine Jewel e Design di raddoppiare, nel corso del 2011, il flusso di vendite dell’anno passato. Nel più assoluto riserbo si è conclusa quest’operazione estremamente lucrosa anche per la famiglia Bulgari e in particolare per Paolo Bulgari, Nicola Bulgari e Francesco Trapani, azionisti di controllo di Bulgari, che il 5 marzo 2011 hanno stipulato un contratto per il contributo della loro partecipazione totale di Bulgari SpA in LVMH Moët Hennessy Louis Vuitton (LVMH). In considerazione del contributo, LVMH ha rilasciato a favore della Bulgari – Trapani nuove azioni ordinarie pari al 3,5% del capitale del colosso LVMH, una quota che ne farà il secondo azionista familiare. La famiglia Bulgari ha incassato con questa operazione complessivamente circa 2 miliardi di dollari, mentre il titolo in borsa ha guadagnato oltre il 60% in un fine settimana.

Se per il colosso francese e per molti altri azionisti è un momento di trionfo, per l’italianità è un momento di sconforto. Con Bulgari vola via un pezzo di storia italiana che riecheggia nei gioielli della Dolce Vita dai cabochon tondeggianti, nelle pochette da sera tempestate di diamanti, nelle cascate di colori smaglianti e nelle curve delle dive italiane degli anni ’50 e ’60. Volano via 125 anni di storia del gioiello italiano. È un patrimonio italiano, fatto di creatività e di genialità, che perde i suoi connotati nazionali e che confluirà nella globalizzazione, con il timore che la maison di via Frattina a Roma possa perdere i lineamenti di artigianalità che hanno fatto grande il marchio, per pagare il prezzo della commercializzazione su grande scala.

Non è il primo e non sarà l’ultimo brand italiano a varcare i confini nazionali. Il processo è cominciato da tempo e sembra essere necessario e irreversibile. Prima di Bulgari già la maison di Gianfranco Ferré lo scorso 8 febbraio è stata ceduta a Paris Group di Dubai, la holding che fa capo al magnate Abdulkader Sankari . Prima ancora nel 2007 il sogno durato ben cinquant’anni di Valentino Clemente Ludovico Garavani, meglio noto col più minimal Valentino, viene ceduto al private equity Permira e il suo fondatore dà l’addio alle scene. Stessa sorte è toccata alla maison Guccio Gucci, che aveva conquistato gli Stati Uniti, da Audrey Hepburn a Jackie Kennedy e con loro tutte le americane che ancora oggi impazziscono per la doppia G. Nel 1999 la Gucci rileva l’etichetta francese Yves Saint Lauren, ma due anni dopo viene a sua volta comprata dalla francese PPR, un acronimo per Pinault-Printemps-Redoute che, tramite Gucci, possiede tutt’ora anche Yves Saint Laurent, Boucheron, Balenciaga ed anche l’italiana Bottega Veneta. Stesso destino per la Safilo (Società azionaria fabbrica italiana lavorazione occhiali), fondata nel 1934 da Guglielmo Tabacchi. Oggi la  Safilo, che confeziona occhiali per Yves Saint Lauren, Hugo Boss, Dior, Emporio Armani, Valentino, e Marc Jacobs, è finita nelle mani del gruppo olandese Hal Holding.

Grazie a tale processo di integrazione, questi grandi gruppi internazionali possono cavalcare l’onda della crescente domanda mondiale di lusso dei facoltosi nuovi industriali dell’Asia, del Sud America, della Russia, del Medio Oriente e dei Paesi nuovi dell’Unione europea, che si affianca a quella dei benestanti del Nord America e dell’Europa occidentale. Il mercato del lusso diventa un business sempre più grande, sempre più globale e l’impressione è quella che all’estero i più importanti gruppi del lusso sappiano “fare sistema”, sviluppare sinergie di rete, non solo pubblicitarie, ma anche commerciali e di distribuzione a livello planetario, avvalendosi altresì della genialità di alcuni nostri creativi o di famiglie imprenditoriali italiane che hanno saputo costruire grandi aziende, ma che entro i confini nazionali non sono state in grado di farle crescere ulteriormente. In Italia, difatti, non ci sono aziende titolari di un singolo marchio di dimensioni simili a quelle estere con brand unico (come ad esempio le francesi Hermès o Chanel).

Una domanda rimasta senza risposta è come mai in Italia non si sia mai creato un polo industriale del lusso sebbene ci sia stato un tempo in cui era riunito un gran numero di aziende fiorenti. In realtà, fatta eccezione per Fiat, Eni e Finmeccanica, il limite alla crescita della dimensione aziendale è una caratteristica di tutte le nostre grandi imprese e non solo di quelle del lusso, tanto che si è coniata l’efficace espressione di “nanismo” della grande impresa italiana. Le migliori griffe italiane stanno emigrando verso l’estero, mediante fusioni o acquisizioni o scambio di quote di capitale con colossi d’oltralpe, in cerca di partner che permettono loro di “fare rete”, come si suol dire e come non si suol fare sul suolo italiano. Infatti, gli imprenditori italiani che hanno scelto di essere in qualche modo internazionalizzati mediante la vendita di quote di capitale delle loro aziende, una volta intervistati hanno dato tutti le medesime risposte, non prive di un certo risentimento nei confronti del mondo imprenditoriale italiano. «E’ la fotografia in chiaroscuro dell’Italia di questi decenni – ha commentato Bulgari – tanta creatività, tanto spirito d’iniziativa, ma poca voglia di fare rete e sinergie». Secondo Francesco Trapani, le famiglie del lusso italiano, stringendo accordi di integrazione e di partnership, hanno il timore di perdere il pieno controllo delle proprie aziende. Probabilmente le motivazioni di fondo sono numerose, ma si potrebbe pensare che sia questa logica campanilistica, o forse questa forte identificazione tra famiglia e impresa nel nostro paese tra le principali cause dell’emorragia dei gioielli, è proprio il caso di dirlo, del made in italy e portano le imprese che desiderano crescere di dimensione a trovare partner internazionali, anche a costo di perdere l’ambito controllo.

Italianità a parte, è sempre più stringente per le imprese in genere la necessità di sviluppare economie di scala: il lusso made in Italy ha bisogno di aggiungere alla creatività e all’artigianalità anche le dimensioni per preservare quote di competitività. Non è infatti scontata l’affermazione che solamente le grandi dimensioni garantiscono l’accesso alla finanza che conta. Marchionne in questo senso insegna. L’anno scorso, infatti, il colosso di Torino ha acquistato il 35 per cento dell’americana Chrysler. Occorre comprendere e copiare le best practice internazionali per giocare un ruolo significativo nel processo globale. In definitiva l’Italia è ancora una delle sette maggiori economie al mondo, ma è il mondo che sta cambiando e per svolgere un “ruolo significativo” occorre cambiare regole e soprattutto orizzonti per svolgerlo anche in altri importanti settori, non solo in quello automobilistico.

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