La crisi del Portogallo

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 25 marzo 2011

Prima la Grecia ed ora il Portogallo, mentre venti funesti soffiano sull’economia irlandese. Ad uno ad uno i paesi Pigs sembrano cadere sotto il peso della crisi economica scatenata dallo scoppio della bolla speculativa dei subprime. Nessuno potrà sapere se veramente anche la Spagna seguirà la medesima sorte degli altri Pigs.

Il Portogallo è in recessione già da tre esercizi, ma l’apice della crisi portoghese è stato raggiunto con le dimissioni del governo rese note il 24 marzo scorsodopo la bocciatura del parlamento della manovra restrittiva – la quarta nel giro di appena un anno -. I tassi di interesse sul debito pubblico portoghese lievitano (i tassi sui bond decennali sono aumentati all’8% circa, alti sono anche quelli a cinque e a due anni), mentre le agenzie di rating, come avvoltoi, si stanno affrettando ad una ad una a rivedere al ribasso le loro precedenti valutazioni sul debito pubblico portoghese, gettando benzina sul fuoco della già difficile e precaria situazione economica. Il risultato più immediato, naturalmente, è quello che i giudizi sulle sorti del paese si moltiplicano e ad ogni giro acquistano gravità e irreversibilità, perdendo progressivamente contatto con la situazione reale, così come avviene per i correntisti impanicati che affollano gli sportelli di una banca richiedendo indietro i loro risparmi e provocandone l’inevitabile default. Per il paese portoghese non sono da escludere nell’immediato futuro né un aumento della disoccupazione né quello del deficit, così come è già avvenuto in Grecia.

Il Portogallo sembra ora essere di fronte ad un bivio: da un lato, a parte la questione delle elezioni anticipate o meno, potrebbe rivedere la manovra proposta dal governo su base biennale anche se il grado di severità non muterà di molto, dall’altro potrebbe fare ricorso agli aiuti finanziari europei (il presidente Eurogruppo Jean Claude Juncker ha ipotizzato un finanziamento di 75 miliardi di euro) e del Fondo monetario internazionale. Quest’ultima ipotesi, paradossalmente, sembra essere la più onerosa, poiché i tassi di interesse imposti sono piuttosto alti, e con buona probabilità aggraveranno la situazione contingente allungando nel tempo la risalita della china della crisi economica. Così è già avvenuto per la Grecia, la quale, nonostante gli aiuti internazionali, è ancora in piena impasse. Altrettanto sta avvenendo in Irlanda, costretta a pagare forti tassi di interesse sugli aiuti accordati dall’Ue.

Sulla questione dei Pigs due considerazioni vanno fatte. Da un lato non sembra avere molto senso accordare aiuti finanziari a livello europeo e internazionale gravati da forti tassi di interesse. Se di aiuti finanziari si tratta dovrebbero essere accordati a tassi agevolati. Probabilmente è troppo lontana nel tempo la memoria del piano Marshall e dei finanziamenti a tassi agevolati che hanno permesso di ricostruire l’Europa dopo il secondo conflitto mondiale. Dall’altra parte un ruolo quantomeno sospetto è quello delle società di rating. Sebbene la situazione economica dei vari paesi sia fortemente lesa dal contagio della crisi finanziaria, una responsabilità diretta sul volgere al peggio della situazione dei vari Stati è attribuibile alle società di rating, ossia di quelle società private chiamate a valutare l’affidabilità del debito pubblico dei vari paesi, che però agiscono in pieno conflitto d’interesse in un settore viziato dalla scarsa concorrenza. È stato così a suo tempo per la Grecia, altrettanto è avvenuto attualmente e a più riprese per il Portogallo. E a quanto pare Moody’s ha incominciato anche l’attacco alla Spagna, annunciando di avere tagliato il rating di 30 banche spagnole, dopo aver rivisto al ribasso il rating del debito della Spagna, da Aa1 ad Aa2 con outlook negativo.

Oltre il semplice sospetto è giunto il presidente della Bce Jean-Claude Trichet, che ha espresso non molto tempo fa critiche a queste agenzie, accusandole di aver esasperato con i loro giudizi gli «spiriti animali» del mercato. Il j’accuse del presidente della Bce riguarda l’atteggiamento di prociclità delle agenzie di rating, ovvero una loro tendenza ad accentuare le situazioni di crisi per favorire il gioco della speculazione. La questione delle agenzie dei loro potenziali conflitti di interessi, secondo Trichet, è una questione «globale» che «richiede risposte globali», non solo dell’area euro.

Vi è inoltre, una malcelata preoccupazione generale che dietro alle votazioni delle società di ratingci sia un disegno finanziario strategico che punti a far crollare l’euro, passando per l’annientamento delle economie dei paesi membri, e a far riguadagnare posizioni al dollaro nelle sue quotazioni e nella sua sfera di influenza. La situazione portoghese dovrebbe essere solamente l’ultima mossa in ordine di tempo di questa fantomatica partita a scacchi con le valute internazionali. Inutile dire che i giocatori seduti a un lato della scacchiera, secondo questo scenario, siano gli speculatori finanziari americani, già più volte citati dalla stampa internazionale.

Qualche dubbio comunque sorge perché, nonostante i default della Grecia e del Portogallo, nonostante i timori per la sorte irlandese e per quella spagnola, l’euro continua ad essere fortemente sopravvalutato rispetto al dollaro (un euro è scambiato con 1,4136 dollari), e allo stesso tempo il ruolo del dollaro come moneta internazionale non ha subìto ancora alcun arresto o ridimensionamento. Il dollaro continua ad essere l’unica moneta internazionale di riferimento, mentre la sfera di influenza dell’euro è ancora piuttosto circoscritta. Se dietro alle valutazioni delle società di rating vi fosse effettivamente un disegno è più probabile che esso sia volto a fomentare semplici speculazioni e a mantenere alta la schizofrenia dei mercati finanziari per garantire margini di guadagno a breve e brevissimo termine, piuttosto che finalizzato a minare l’economia dei paesi e allo sgretolamento dell’area dell’euro. Tuttavia il gioco della speculazione non è mai privo di effetti nefasti, mina le economie, affama e fa insorgere i popoli come nel caso del Maghreb, ed è contro questo male del millennio che si dovrebbe combattere.

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