Riusciranno i media dove l’accademia ha fallito?

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.fondazionestuditributari.com il 29 marzo 2011

Spesso parliamo della schizofrenia sociale che circonda la tassazione attraverso le aziende: un’opinione pubblica impegnata in mille altre questioni non capisce per quali vie alcuni tipi di ricchezza siano tassati al centesimo, e altri  sfuggano facilmente. Per i giornalisti queste sperequazioni, ed il connesso malessere sociale,  sono una fonte continua di ispirazione, e non è certo dai mass media che possono venire i rimedi[1] alla schizofrenia sociale. Il giornalismo è infatti lo specchio fedele, e magari brillante, dell’atteggiamento comune verso un determinato settore della convivenza sociale. Il giornalismo ha un rapporto simbiotico con l’opinione pubblica: la influenza e ne è influenzato. Ma il suo  compito è quello di registrare e amplificare gli umori dell’opinione pubblica ed anche le sue contraddizioni, Ma non basta a risolvere i problemi, anche secondo una frase  un po’ maliziosa di Indro Montanelli, che diceva “il giornalista è colui che parla di ciò che non sa”[2].

Anche perché il giornalista passa da un argomento all’altro della convivenza sociale: i giornalisti sono per lo più “generalisti”, solo in rari ambiti possono permettersi una qualche specializzazione qualora il loro lavoro si concentri nella redazione di riviste specializzate che, a loro volta, sono una sparuta minoranza. Il senso di quanto sopra è riscontrabile nel rapporto d’interdipendenza che esiste tra i lettori e gli scrittori, pertanto la tendenza dei giornalisti in tale circolo è confrontarsi con una delle varie, e spesso contraddittorie, chiavi di lettura dei fenomeni, diffuse nella società, organizzarle e riproporle. Egli non può discostarsi troppo dalle convinzioni diffuse,  e se si vuole dai pregiudizi, del suo pubblico[3]. Collegarsi alla sensibilità di chi legge è necessario, ma non sufficiente, perché occorre anche colpire l’immaginario del lettore; la notizia deve meritare di essere letta, ed è importante sotto questo aspetto il “sensazionalismo”. Spesso nulla fa più notizia di una “non notizia”. Un vincolo è quello di saper esporre in modo brillante considerazioni sull’esperienza umana e la convivenza sociale, di saper mettere in luce quella sensatezza di fondo esistente in ogni luogo comune, contestualizzandolo nell’esperienza  e nelle sensibilità dei lettori, collegata alle categorie di ragionamento diffuse in ogni gruppo sociale.

La stampa di settore e la chiave di lettura dell’onestà e della disonestà

C’è una stampa economica diffusa e una gestione dei temi tributari da parte dei giornalisti genericamente di opinione, che cavalca le teorie dell’onestà e della disonestà. Ne deriva un forte disorientamento dell’opinione pubblica che oscilla tra sensazioni diverse, date dalla constatazione personale della realtà quotidiana. L’opinione pubblica giunge a conclusioni semplicistiche, santificando i dipendenti che per definizione non possono evadere e infine demonizzando i “grandi evasori” che rappresentano il capro espiatorio dell’intera questione moralistica dell’evasione. Indubbiamente l’argomento, come si dice in gergo, fa aumentare la tiratura della carta stampata e simili o l’audience delle trasmissioni di informazione o scandalistiche[4]. Basta fare una semplice ricerca internet su di un motore di ricerca molto utilizzato, cercando la parola chiave “evasione”, che spuntano fuori più di 5 milioni di risultati, tra siti e video di approfondimento, fino all’analisi addirittura quantitativa del fenomeno. Il sito lavoce.info si è occupato dell’argomento dell’evasione più di trenta volte solo nell’ultimo anno; se si estende la ricerca su due e più anni il numero dei risultati del sito di approfondimento sale a diverse centinaia.

 

Il ruolo della stampa e dei media nella cura alla schizofrenia sociale

Il limite di questo sentire condiviso non sta tanto nella sensatezza o meno dei contenuti dei luoghi comuni, ma nella loro mancanza di una sistematizzazione d’insieme. La spiegazione della tassazione attraverso le aziende, non può certo avvenire a cura di altre categorie di studiosi ed operatori,   impegnati su altri fronti, che non hanno tempo di dedicarsi a una faticosa costruzione di concetti, in luogo  di coloro che vi erano deputati. Inoltre si tratta di soggetti non coesi in gruppi precisi, e che spesso hanno anche un interesse settoriale a chiavi di lettura politicamente orientate del fenomeno tributario, come  le associazioni sindacali e di categoria. Inoltre, per tutti, la carenza di spiegazioni da parte dell’accademia è anche per certi versi una opportunità per  proporre e avvalorare qualsiasi idea, sensazione e suggerimento  appaia loro sensato, o semplicemente li metta in luce; anche le istituzioni amministrative e giurisdizionali, inevitabilmente tendenti alla posizione istituzionale e alla comodità gestionale possono, nel disorientamento, prendere le posizioni più convenienti. Sono tutti riflessi legittimi dell’importanza della tassazione per la convivenza sociale, e della gravità della mancanza di una sua  adeguata spiegazione.

I professionisti della comunicazione che non si concentrano su questioni tanto ordinarie, si esercitano invece su questioni estremamente tecniche, disquisendo di Cfc, di compensi degli amministratori, di prezzi di trasferimento, della tracciabilità e dell’abolizione del denaro, ricamando su aspetti esteriori e alimentando il circuito dell’informazione specialistica, spesso senza innovazioni o creazione di un vero valore aggiunto. Sarebbe da chiedersi in quale misura nel lungo periodo, i giornalisti siano in grado  di orientare l’opinione pubblica, ovvero se non ne registrino solo gli umori e i cambiamenti di umore. Forse essi assecondano idee esistenti nella società, che sembrano loro credibili,  e non insanabilmente contrastanti con luoghi comuni stratificati. Anche se quindi i mezzi di informazione non possono sostituirsi agli studiosi nel sistematizzare un settore della convivenza sociale, essi possono almeno veicolare le sistematizzazioni più convincenti, superando pian piano la confusione in cui si barcamena la convivenza sociale in questo settore

[1] Illuminante è l’interpretazione di Gian Maria Volonté nel film “sbatti il mostro in prima pagina” (1972) diretto da Marco Bellocchio http://www.youtube.com/watch?v=XCFa-OVDulk

[2] Ben più idealistica è la risposta che Joseph Pulitzer (1904) dava alla domanda fondamentale: chi è un giornalista?  Egli scriveva “Un giornalista è la vedetta sul ponte di comando della nave dello Stato. Prende nota delle vele di passaggio e di tutte le piccole presenze di qualche interesse che punteggiano l’orizzonte quando c’è bel tempo. Riferisce di naufraghi alla deriva che la nave può trarre in salvo. Scruta attraverso la nebbia e la burrasca per allertare sui pericoli incombenti. Non agisce in base al proprio reddito né ai profitti del proprietario. Resta al suo posto per vigilare sulla sicurezza e il benessere delle persone che confidano in lui.”

[3] Un giornale generalista ha un pubblico diverso da quello di una rivista specialistica…………..

[4] Argomenti prediletti di Tremaglio e Gabanelli

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