GRANDE IMPRESA E BUROCRAZIA: UN RAPPORTO TRA “SEPARATI IN CASA”

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.fondazionestuditributari.com il 06 aprile 2011

Il generoso individualismo creativo italiano ha creato tante piccole organizzazioni  aziendali, quasi sempre a misura del gruppo familiare di controllo, mai riuscite a “fare il salto” verso la dimensione istituzionale europea o americana, restando un paese di “piccole grandi aziende” . Una tra le cause di questo nanismo dell’impresa italiana è verosimilmente il difficile rapporto tra capitale e burocrazia italiana.

Questa piccola dimensione ha comportato la rinuncia alla competizione in quei settori come la chimica, l’elettronica, l’informatica, le grandi infrastrutture, la cantieristica navale, in cui vantava anche delle eccellenze, dove però occorrevano grandi dimensioni efficienti per competere a livello mondiale. Il nostro settore manifatturiero tira ancora in una serie di importanti e creative nicchie, dove il capitalismo familiare ha dimostrato capacità di resistere inventiva e arte di arrangiarsi

Le istituzioni pubbliche italiane r imprese non riescono però a fare corpo, non si capiscono l’una con l’altra, probabilmente per via di una carente visione di insieme dell’organizzazione sociale. Dove l’opinione pubblica è combattuta tra immagini confuse, di sfruttamento, investimento, sviluppo, creazione di lavoro, invidia sociale per i profitti, e tante altre leggende metropolitane che si riflettono sul rapporto burocrazia-imprese. L’incomprensione genera il sospetto e il sospetto provoca desiderio di porre ostacoli o in alternativa di impedire ogni iniziativa per evitare ulteriori coinvolgimenti, in un circolo vizioso di difficile soluzione se non facendo prima di tutto chiarezza e divulgando la conoscenza della realtà aziendale, disinnescando i meccanismi di ostilità.

Nel frattempo gli ostacoli burocratici il più delle volte possono essere superati con scappatoie tipiche del noto individualismo creativo italico. Amici, favori, onorevoli, buste e simili.  Oppure si cerca di procedere secondo il criterio del  “tutto è permesso purché non richiedi un permesso”, tipico del paese dalle mille leggi assurde  temperate da una generale inosservanza”. La regola d’oro è tenere un basso profilo, non farla troppo grossa, sperare che nessuno se ne accorga, e casomai chiedere un perdono. Perché è più facile ottenere un perdono, che un permesso. Gestire il perdono, quando la frittata è fatta,  è tutto sommato anche meno sabilizzate per le istituzioni, che autorizzare preventivamente a farla!! Dopotutto, nei rapporti con i pubblici uffici italici è frequente sentirsi dire “guardi ,  mi pare che lei abbia ragione, tutto il diritto di fare quello che chiede, lei lo faccia , ma se me lo chiede per iscritto io le devo dire di no, sa com’è abbiamo le mani legate”.

Sono situazioni che si gestiscono finchè in azienda “c’è un padrone”, ma fanno venire il mal di testa alle multinazionali, estere o aspiranti italiane. Finchè un padroncino interagisce con un ministero, la cosa può funzionare, ma quando il ministero privato delle multinazionali non si capisce con i ministeri pubblici, il giocattolo si rompe. Perchè i rapporti con le istituzioni di impresa non si possono gestire con la strizzata d’occhio del “lei lo faccia ma io non le ho detto nulla”.  Quando la proprietà aziendale è anche leggermente framemmentata, c’è bisogno di un permesso, perchè nessuno può confidare, all’interno dell’azienda, sulla speranza del perdono. Perchè anche nell’azienda qui c’è qualcuno che si deve coprire le spalle. Qualcuno che non vuole trovarsi nella posizione secondo cui “se va bene hai fatto solo il tuo dovere, se va male sei tu il capro espiatorio”.  Per questo, il rapporto conflittuale con la burocrazia si ripercuote nell’ambiente interno all’azienda, innescando malumori e conflittualità  tra i soci. Per questo i gruppi stranieri vedono l’italia come un ricco mercato, comprano aziende italiane, ma della costituzione di nuove imprese sul territorio italiano non se ne parla. Quest’insediamento di imprese straniere è fortemente ostacolato dall’ambiente burocratico italiano, anche (ma non solo) fiscale. Si sono insediate, infatti, tante multinazionali estere, che hanno acquistato realtà italiane importanti, in crisi organizzativa, come Buitoni, Perugina , Zanussi, Farmitalia, Carlo Erba, Mira Lanza, Peroni, Serono, Ceat Cavi, Algida-Eldorado, perché in definitiva i gruppi multinazionali si trovano bene, in Italia, sia come mercato sia come stile di vita, però vivono il suddetto rapporto con la pubblica amministrazione come un incubo, il che svantaggia la posizione degli stabilimenti italiani quando si deve “razionalizzare la produzione”, eufemismo per indicare la chiusura di qualche stabilimento. Dove l’italia, nelle burocrazie aziendali,  viene vista come un paese assurdo, dove non si capisce se si devono pagare bustarelle oppure chiedere il rispetto dei diritti e andare in tribunale. Dove le filiali italiane, se si deve fare il gioco della torre, sono le prime a essere buttate di sotto. Anche per colpa della burocrazia. che deve decidersi se essere levantina o mitteleuropea. L’una o l’altra. Ma non a giorni alterni.

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