Il Fondo Monetario Internazionale promuove l’Italia

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 12 aprile 2011

La valutazione dell’Fmi nell’ultimo World Economic Outlook diffuso l’11 aprile scorso a Washington ha lasciato invariate le stime sulla crescita globale rispetto all’aggiornamento del gennaio di quest’anno. In particolare, la ripresa globale, secondo il Fondo, si attesterà intorno ad un tasso di crescita del 4,4% nel 2011 e del 4,5% nel 2012. Per l’Fmi i rischi al ribasso sull’economia mondiale riguardano il possibile aumento dei prezzi del petrolio, lo stato delle finanze pubbliche delle economie avanzate, gli squilibri nel mercato immobiliare e il surriscaldamento delle economie emergenti. L’economia americana – sostiene il Fondo – crescerà nel 2011 del 2,8%, ovvero 0,2 punti percentuali in meno rispetto alle stime di gennaio. nel 2012 il Pil statunitense si espanderà del 2,9% (+0,2 punti percentuali rispetto a gennaio).

Per quanto riguarda il nostro Paese la stima di crescita per il 2011 è stata rialzata, portandola all’1,1%, ovvero 0,1 punti percentuali in più rispetto alla stima di gennaio. L’Italia ottiene valori rassicuranti su tutte le voci chiave come l’inflazione, i livelli di utilizzo degli impianti industriali e la disoccupazione. Quest’ultima, che rappresenta la preoccupazione maggiore per l’Organizzazione mondiale, per L’Italia mantiene comunque i livelli più bassi rispetto all’area euro. Il tasso di disoccupazione nel Bel Paese dovrebbe raggiungere l’8,6 per cento nel 2010, mentre nel 2011 è atteso un calo all’8,3 per cento. Nell’area euro invece la disoccupazione ha raggiunto il 10 per cento lo scorso anno, quest’anno dovrebbe risultare quasi invariata al 9,9 per cento e nel 2012 al 9,6 per cento.

Quindi, anche se di poco, la situazione economica italiana è migliore delle previsioni. Il Fondo Monetario afferma che la ripresa economica è reale e sta dando i suoi frutti, ma secondo le sue analisi occorre migliorare la competitività e la fluidità dell’economia italiana con riforme fiscali e sul mercato del lavoro. Comunque, prosegue lo studio, l’Italia sarà tra i pochi paesi europei in grado di raggiungere l’obbiettivo di scendere nel 2013 al di sotto del 3 per cento nel rapporto deficit/pil. Nel 2011 il rapporto sarà secondo le previsioni del 4,3 per cento, per poi scendere al 3,5 nel 2012.

Intanto, secondo i dati Istat, la produzione industriale italiana è cresciuta in maniera significativa,ossia del 2,3 per cento nel febbraio di quest’anno, rispetto al febbraio dello scorso anno, e dell’1,4 per cento rispetto al mese di gennaio di quest’anno.

Il giudizio positivo dell’organizzazione mondiale segue a breve distanza un precedente giudizio sostanzialmente positivo dell’Ocse, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico che riunisce tutti i paesi avanzati. Appena sei giorni fa infatti l’organizzazione parigina ha rivisto sensibilmente al rialzo le sue previsioni per i paesi del G7. In particolare, se nel primo trimestre le previsioni per il nostro Paese sono in linea con quelle del Fmi, nel secondo trimestre di quest’anno la crescita italiana dovrà essere più alta e pari all’1,3 per cento. Così come per il Fondo, anche per l’Ocse al centro delle preoccupazioni ci sono due variabili fondamentali, l’occupazione e l’inflazione.

Le due variabili sono strettamente connesse tra di loro. Infatti ogni azione posta in essere dalla politica economica per attenuare gli effetti dell’inflazione ha una ricaduta negativa sui livelli occupazionali. Il rischio, in questo momento di ripresa economica, ancora però non del tutto consolidata, è quello di dare più peso all’una variabile rispetto all’altra, specie considerando la separazione tra i titolari delle diverse politiche economiche. Con l’accentramento della politica monetaria nelle competenze della Banca centrale europea l’attenzione al contenimento dei primi deboli effetti inflattivi, con il provvedimento di innalzare i tassi di interesse di riferimento dell’area dell’euro, potrebbe comportare un effetto restrittivo sull’offerta del credito e direttamente sui livelli di produzione dei paesi dell’euro-zona.

 

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