Verso la riforma fiscale

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 15 aprile 2011

Progressività, neutralità, solidarietà e semplicità. Sono questi i principi ai quali è ispirata la riforma del fisco, la priorità del programma nazionale di riforma che, lo scorso 13 aprile, è stato approvato dal Consiglio dei ministri, insieme al patto di stabilità e all’analisi delle tendenze della finanza pubblica. L’intero piano è tarato sul timing fissato dall’«agenda 2020» della Commissione europea. Il premier, in conferenza stampa, ha commentato: «Abbiamo approvato un importante documento di economia e finanza per il 2011, documento che ora dobbiamo presentare all’Unione europea e che rappresenta il seguito del Patto per l’euro approvato il 24 e 25 marzo scorsi dal Consiglio dei capi di governo Ue».

Nell’ambito della riforma fiscale si presterà attenzione, quindi, alla capacità contributiva, al reale bisogno delle famiglie e soprattutto a smantellare il pregresso sistema fiscale, ereditato dalla riforma degli anni Sessanta, che permise al nostro Paese di entrare a far parte dell’allora Mercato comune europeo (MEC). Il mondo in cui si vive procede a ritmi incalzanti e si espande fino a diventare globale, mentre il sistema fiscale attuale italiano è divenuto obsoleto. Prevede infatti un numero vastissimo di regimi di favore fiscale (circa 400), caoticamente sovrapposti tra loro, che mal si armonizza con il sistema europeo. La riforma fiscale vuole introdurre sistemi efficienti capaci di semplificare i rapporti tra cittadini e istituzioni fiscali e di rendere più competitivo il nostro sistema produttivo. La semplificazione dei regimi fiscali contribuirà ad abbattere i costi di gestione della macchina pubblica, comporterà presumibilmente un numero inferiore di addetti, riducendo in questo modo il costo del personale e quello burocratico, che la complessità fiscale fino ad ora ha richiesto. Inoltre è la stessa complessità fiscale che costituisce una delle cause principali e allo stesso tempo un mezzo formidabile per la proliferazione dell’evasione fiscale.

L’innovazione della riforma fiscale è il graduale spostamento del baricentro dalle imposte dirette (per intenderci quelle che vengono pagate con la dichiarazione dei redditi, quindi che gravano sul reddito e sul patrimonio) a quelle indirette, ossia sulle manifestazioni di preferenze di consumo. Questo non significa che si pagheranno meno tasse ai fini Irpef e più Iva. La logica che sta dietro ad un’impostazione sinteticamente identificata con l’espressione «dalle persone alle cose» sta nel fatto che la progressività dell’imposizione fiscale non è più garantita dalla sola imposizione sui redditi, poiché questi ultimi sono divenuti non più espressivi della ricchezza della gente. È reale il fenomeno dell’assottigliamento della«middle class», intesa come quella classe di persone che percepisce un reddito medio. Ma questo non significa che gli italiani siano per la maggior parte più poveri. Semplicemente significa che i redditi non sono più l’unica o la principale fonte di ricchezza, così come è stato invece per i nostri padri. Un ruolo ben più importante lo svolge oggi il patrimonio, reale e finanziario. La nuova middle class possiede appartamenti e titoli del debito pubblico. Pertanto, per poter valutare la ricchezza dei contribuenti il fisco utilizzerà sistemi che prenderanno sempre più in considerazione la manifestazione del consumo per poter snidare la ricchezza nascosta. Queste ultime informazioni si aggiungeranno a quelle contenute nelle dichiarazioni annuali dei contribuenti.

L’altra faccia della medaglia della riforma fiscale riguarda una diversa attribuzione dei ruoli tra il dovere fiscale e l’assistenza sociale. Una riduzione del numero delle aliquote, e una sostanziale semplificazione nel calcolo e nel prelievo fiscale, avranno come contropartita una semplice ed efficiente allocazione di risorse a favore di chi ne ha bisogno, senza ricorrere a regimi fiscali agevolati ritagliati ad hoc, che fino ad ora hanno solamente contribuito all’aumento del caos fiscale e tributario. Le risorse prelevate e risparmiate grazie alla semplificazione saranno destinate, oltre che al welfare, agli incentivi all’innovazione e alla ricerca. In particolare, sarà riconosciuto un credito d’imposta al 90% a sostegno delle ricerche che le imprese commissionano e pagano o realizzano presso le università e gli istituti di ricerca.

Una fiscalità di vantaggio sarà accordata solamente su base regionale a favore del Meridione, poiché il nostro è un Paese «duale» e non «diviso». Il crescente differenziale economico tra il Centro e il Nord, che crescono a ritmi più veloci rispetto alla lentezza dell’economia del Sud, deve essere progressivamente assottigliato, fino ad essere del tutto superato. La riforma fiscale prevede inoltre almeno 10 zone a «burocrazia zero» per il Mezzogiorno. L’aspetto fiscale e tributario non esaurisce tuttavia lo spettro di occasioni che si vogliono assicurare alle zone depresse del Paese. Saranno riconosciute le priorità delle infrastrutture che permettono il collegamento nazionale, mentre i fondi europei destinati alle regioni meridionali saranno gestiti da una regia nazionale, che permetterà di superare l’ostacolo e il pericolo di infiltrazioni malavitose, ma anche la lentezza e l’inefficienza degli uffici pubblici locali, che rischiano di far perdere anche quest’anno una gran mole di finanziamenti europei già accordati e disponibili, che tuttavia non sono stati mai spesi.

La riforma fiscale è il completamento di un percorso iniziato con la riforma delle pensioni, con l’allineamento dell’età pensionabile alla speranza di vita, e proseguito con il collegamento tra retribuzioni e produttività, con la riforma della scuola e dell’università, con il processo di informatizzazione delle pubbliche amministrazioni, con il federalismo fiscale, nonché con il controllo della finanza privata che ha permesso di superare meglio di altri Paesi europei la crisi finanziaria. La semplificazione e l’innovazione introdotte con la riforma fiscale permetteranno, unitamente alla minore spesa pubblica, di acquisire risorse per finanziare la riduzione delle aliquote fiscali senza dover ricorrere a ulteriore deficit pubblico, iniettando nel sistema economico fiducia e finanziamenti.

Pertanto le valutazioni contenute nel Def (Documento economico e finanziario), presentato in conferenza stampa dal ministro Tremonti, sono positive: il livello di crescita del Pil per il 2011 è dell’1,1%, che salirà all’1,3% nel 2012 e all’1,5% nel 2013. Per l’anno in corso i consumi finali si prevede che crescano dello 0,8%, per passare allo 0,9% nel 2012 e all’1,1% nel 2013, mentre l’inflazione programmata sarà pari all’1,5% nel 2011, 2012 e 2013. Il tasso di disoccupazione sarà pari quest’anno all’8,4%, nel 2012 all’8,3% e all’8,2% nel 2013. Per quel che riguarda il deficit, nel 2011 sarà del 3,9%, e nel 2012 si raggiungerà l’obbiettivo del 3%.

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