L’eccesso di controlli e un rapporto poco sereno burocrazia-aziende

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.fondazionestuditributari.com il 28 aprile 2011

Coglie di sorpresa la recente esternazione  del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, nel corso di una recente audizione in commissione Finanze alla Camera, secondo cui  «I controlli fiscali, gli accessi e le visite alle imprese sono eccessivi, con costi come tempo perso, stress, e occasioni di corruzione. Un’oppressione fiscale che dobbiamo interrompere». Il ministro ha sintetizzato in poche parole uno schema complesso di un rapporto non sereno tra imprese e amministrazioni pubbliche, più volte trattato sulle pagine di questo blog e della Rivista Dialoghi tributari, che si manifesta in questa occasione nella coesistenza dei troppi controlli inutili, e i troppo pochi controlli dove l’opinione pubblica ne sentirebbe il bisogno. Anche quest’episodio, il discorso di un ministro che indubbiamente conosce bene l’economia, conferma un quadro di incomprensione e diffidenza tra aziende, opinione pubblica, politica e burocrazia.

La politica non ha un rapporto sereno con i “poteri economici”, sente che qualcosa le è sfuggito rispetto ai tempi in cui essa aveva il potere sull’economia attraverso il controllo militare della terra, delle vie d’acqua, dei pascoli e di tutti gli aspetti di una ricchezza collegata al territorio. Si sente disorientata rispetto alla produzione capitalistica, cioè a una ricchezza molto più organizzata, tecnologica, mobile e sfuggente. Si rende conto di poter influire molto, ma di non poter creare ricchezza per decreto legge. Si sente disorientata verso il nuovo  pluralismo politico economico, nato col capitalismo, di cui parliamo nel capitolo 2 delle dispense di organizzazione sociale.

Le aziende, dal canto loro, non riescono a colmare il deficit formativo sulla organizzazione collettiva di cui pure sono  protagoniste. E questo non stupisce poiché le aziende sono organizzazioni empirico-pratiche, dedicate alle particolarità delle rispettive produzioni, dello specifico mercato e degli specifici clienti, senza il compito di sistematizzare la convivenza sociale, fosse pure sull’importanza delle aziende. Resta quindi lo sfasamento culturale, non colmato dal sistema scolastico,  tra uomini di legge, uomini di ufficio, uomini della comunicazione, uomini delle istituzioni e uomini di azienda, dove quest’ultima è vista come una specie di “grosso salumiere”, grosso falegname, grosso muratore e via enumerando, complice anche la base familiare del capitalismo italiano. L’azienda non è vista come un gruppo sociale dove, insieme, si produce ricchezza, ma come un luogo di accumulo di denaro, fonte al tempo stesso di  invidie, recriminazioni, ammirazioni, complessi, frustrazioni, attrazioni e repulsioni verso  il denaro, non a caso un tempo  denominato “lo sterco del diavolo”. .

In questa confusione i media ci presentano situazioni scandalose, di costruzioni abusive, lavoratori in nero, scarichi a cielo aperto,  illegalità diffusa e assenza di controlli, mentre al tempo stesso ci si accorge che tanti controlli si risolvono in una sceneggiata. La risposta è che i controlli tendono ad accentrarsi dove creano pochi imbarazzi, verso chi ha molto da perdere, è ligio, se ne preoccupa, e tendono a rarefarsi verso chi si mette in posizione ostruzionistica o non ha nulla da perdere.

Con la crisi dell’apparato pubblico gerarchico-militare, si estenrnalizzano sempre di più funzioni pubbliche, come la “tassazione attraverso le aziende”. Un tempo per lo meno l’amministrazione “operava” e la polizia tributaria richiedeva istituzionalmente le imposte, la raccolta dei rifiuti avveniva a domicilio, il catasto “accatastava”, invece di ricevere passivamente le denunzie dei privati. Il dissolversi di questa  vecchia organizzazione pubblica, di stampo gerarchico militare, ha provocato l’ esternalizzazione su concessionari e incaricati vari , in una logica del tipo “…fai tu poi io controllo” ed il controllo diventa una forma di auto legittimazione, con  le statistiche dei controlli che servono anche a manifestare la propria utilità alla pubblica opinione. Si controlla per esistere e si svolgono i controlli meno imbarazzanti per non complicarsi troppo la vita, ed aumentarne il numero. Giustificazioni ai controlli e ai rilievi vengono dalle mille  bizzarrie “previste dalla legge” dalla privacy, alla sicurezza sui luoghi di lavoro, allo smaltimento dei rifiuti, alle caratteristiche degli impianti elettrici, idrici, termici, idraulici, che devono essere “a norma”. Una norma spesso assolutamente incomprensibile, fa proliferare imperscrutabili “esperti” in una sceneggiata formalistico burocratica, che infastidisce i produttori. In fin dei conti, l’intervento pubblico di un tempo non si vede più, ma la burocrazia spersonalizzata è fortemente cresciuta, e deve autolegittimarsi, da parte di un sistema che preleva imposte e restituisce seccature. È la gioia dei consulenti, ed è alla base dell’assennata domanda di sburocratizzazione che attualmente è divenuta sempre più evidente, e si ritrova anche nei discorsi di qualche politico più accorto. Che però dovrà fare sempre i conti con il nostro analfabetismo di massa  in materia di organizzazione economico sociale, con le relative contraddizioni.

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