«Lotta all’evasione o eccesso di controlli?»: riflessi del difficile rapporto istituzioni-imprese

di Emanuela Melchiorre e Raffaello Lupi

L’alternarsi mediatico tra le lamentele sulla carenza di controlli e quelle sul loro eccesso riflette il disorientamento sociale sulla tassazione attraverso le aziende. La sintesi è che mancano i controlli di cui la società sente il bisogno, che però sono anche i più imbarazzanti, quelli verso chi non collabora, fa ostruzionismo, non ha nulla da perdere e l’ha fatta proprio grossa. Questi controlli difficili valgono, ai fini della rendicontazione, quanto quelli più comodi verso chi se ne preoccupa, si fa assistere, ha da perdere, definisce e qualcosa paga. La società percepisce quindi al tempo stesso l’inutilità di una serie di controlli e la mancanza di quelli giusti. È una sensazione figlia del legalismo burocratico, dell’applicazione della legge alla lettera, poiché in quest’ottica le infrazioni sono uguali, in definitiva della non valutatività del diritto.

Il ministro dell’Economia, nel corso di una recente audizione in commissione Finanze alla Camera, ha sostenuto, lo scorso 20 aprile, che «i controlli fiscali, gli accessi e le visite alle imprese sono eccessivi, con costi come tempo perso, stress, e occasioni di corruzione. Un’oppressione fiscale che dobbiamo interrompere». Quindi ha lanciato una proposta, ferme restando le regole sulla sicurezza sul lavoro: «potremmo immaginare un qualche tipo di concentrazione, salve esigenze di controllo erariale, e così ridurre il continuo controllo sulle imprese. Ne va via uno, e dopo un po’ arriva il vigile urbano. Ci abbiamo già iniziato a lavorare. Fermo discorso sicurezza lavoro. Serve o un coordinamento dall’alto o un diritto dal basso: il diritto di dire “non mi rompere più di tanto”»[1].

La colorita espressione del Ministro tutto sommato coglie nel segno. Sintetizza il riflesso di un rapporto poco sereno tra opinione pubblica, con le sue diramazioni politico amministrative, e aziende … di quella schizofrenia sociale di cui parliamo spesso su Dialoghi e sul sito della Fondazione, che si manifesta questa volta nell’alternanza tra i «troppi controlli» e i «troppo pochi controlli». In realtà, la difficoltà nel rapporto «politica-aziende» non sta nell’ostilità della prima nei confronti delle seconde, ma nella difficoltà di comprendersi. In effetti, la politica ha la pietra di paragone del consenso sociale generale, e le aziende quella del loro specifico mercato e del fatturato. Inoltre, tutte e due sono troppo indaffarate per avere il tempo di capirsi. La cerniera tra questi due emisferi dovrebbe essere il mondo accademico, ma gli studiosi della convivenza sociale e della sua organizzazione hanno da tempo abdicato al loro compito. D’altronde l’organizzazione sociale e le aziende non si studiano nemmeno alle scuole superiori. La politica e i gruppi sociali azienda cercano di capirsi con strumenti inadeguati e in buona parte, quindi, finisce inevitabilmente per essere un dialogo tra sordi.

Anche quest’episodio, il discorso di un Ministro che indubbiamente conosce bene l’economia, conferma un quadro generale di disorientamento dell’opinione pubblica verso le aziende. La politica in generale, come espressione dell’opinione pubblica, non ha un rapporto sereno con i «poteri economici», li sopravvaluta o sottovaluta. La politica sente che qualcosa le è sfuggito rispetto ai tempi in cui essa aveva il potere sull’economia attraverso il controllo militare della terra, delle vie d’acqua, dei pascoli e di tutti gli aspetti di una ricchezza statica, cioè collegata al territorio. Si sente disorientata rispetto alla produzione capitalistica, cioè a una ricchezza molto più mobile e sfuggente rispetto ai controlli e alle ingerenze statali. Si rende conto di poter influire molto, ma di non poter creare ricchezza per decreto legge. Si sente disorientata verso il nuovo pluralismo politico economico, nato con il capitalismo; è un pluralismo diverso da quelli nobiliari, cavallereschi, delle gilde dei mercanti, municipali o religiosi, eliminati dallo «Stato nazione» e dal totalitarismo della legge.

Neppure le stesse aziende, dal canto loro, riescono a colmare il deficit concettuale sulla organizzazione collettiva di cui sono protagoniste. E’ una incapacità dovuta al fatto che le aziende sono organizzazioni empirico-pratiche, dedicate alle particolarità delle rispettive produzioni, dello specifico mercato e degli specifici clienti. Paradossalmente nessuna azienda pensa a promuovere, nella società, la riflessione sull’importanza delle aziende nella convivenza e nella tassazione, di cui sono protagoniste. Ed è comprensibile che sia così, perché ciascuna azienda deve pensare prima di tutto ai propri affari, in quanto composta da innumerevoli individui che svolgono un qualche incarico, sono assorbite da esso, e una volta adempiutolo tornano ai propri interessi personali. C’è quindi uno sfasamento culturale tra uomini di legge, uomini di ufficio, uomini della comunicazione, uomini delle istituzioni e uomini di azienda.

L’opinione pubblica, infine, è presa dagli affanni quotidiani. Difficilmente ha il tempo e il desiderio di approfondire tematiche ostiche anche agli addetti ai lavori. Nella nostra opinione pubblica si intreccia un confuso brulicare di emozioni e suggestioni. L’intreccio tra cose che si possono e non si possono comprare disorienta la società, provoca invidie, recriminazioni, dove chi organizza la produzione da una parte è ammirato e dall’altra è visto come un capitalista in ghette e tuba, con le mani adunche e gli occhi porcini. Senza gli schemi mentali per capire l’organizzazione sociale moderna, la società e la politica si sentono disorientate dall’importanza del denaro, oggetto di attrazione e di repulsione.

Persiste, quindi, un disorientamento della politica e dell’opinione pubblica davanti ai «poteri economici». Le istituzioni e la società con una formazione umanistico letteraria non comprendono le aziende. C’è insomma un rapporto poco sereno tra sapere umanistico in genere, formazione umanistico letteraria di cui è intrisa la pubblica opinione (compreso chi scrive) e suoi riflessi economico sociali, giuridici e politici. In tutto questo l’opinione pubblica avverte qualcosa di sfuggente, di «disumano e misterioso», che crea diffidenza; l’opinione pubblica cerca di comprendere le aziende estendendo i propri modelli dell’artigiano o del commerciante, senza però ritrovarvi il lato umano che caratterizza queste persone; l’azienda, e la società basata sulle aziende, «il sistema», appare quindi come un luogo misterioso, con grandi incomprensioni interne alla classe dirigente, alla società. Non è frequente l’ostilità, ma un rapporto poco sereno verso logiche molto più complesse di quelle del bottegaio o dell’artigiano, rispetto alle quali è frequente l’estraneità, l’attrazione, la diffidenza, l’equivoco, ecc.

D’altronde la vita sociale, oggi, è diventata complessa e le varie angolazioni per esaminarla si sono specializzate tra politica, diritto, economia, storia, costume, comunicazione e simili. Ciascuna di queste specializzazioni è in buona parte diventata autoreferenziale, e l’opinione pubblica ha perso punti fermi per leggere la convivenza sociale in modo sereno, senza battibecchi, contrapposizioni, confusioni e ricerche di visibilità. Manca del tutto un quadro di insieme, che faccia da stanza di compensazione degli interessi settoriali, che sia condiviso dalle classi dirigenti, dai mezzi di informazione, dalle istituzioni, dagli studiosi della convivenza sociale, dagli esponenti delle varie aggregazioni che si intrecciano nella società civile. L’elemento di contraddizione è sempre quello di sentire che «mancano i controlli quando occorrono», quando si vedono case abusive, lavoratori in nero, scarichi inquinanti e via dicendo. I media ne cavalcano l’indignazione e il malumore. Alla domanda «dove sono i controlli?» la risposta è sconfortante poiché i controlli sono dove creano pochi imbarazzi e dove è facile farli, come nell’evasione interpretativa delle grandi aziende, di cui parliamo sempre su Dialoghi.

Sono le grandi aziende a fare spesso i conti con l’incomprensione, la diffidenza e l’ignoranza sulla loro gestione che fanno nascere il sospetto che genera quei controlli inutili o poco utili perché incidono solamente sulla serena gestione della creazione di ricchezza. In assoluto i controlli possono anche non essere un gran numero. Quello che fa la differenza è come vengono affrontati da parte del controllante e da parte del controllato. Sono in definitiva «vissuti male», perché magari il destinatario del controllo scopre che si pignoleggia su questioni secondarie e si trascurano quelle importanti, in un formalismo burocratico fine a se stesso. Il destinatario stesso dei controlli ne percepisce l’inutilità e forse sente la nostalgia dei tempi in cui il potere pubblico interveniva in prima persona nell’organizzazione sociale, anche se con il vecchio modello militare gerarchico e autoritativo, ma in cui per lo meno l’Amministrazione «operava»; qualche volta si sente nostalgia di quando i ferrovieri, i postini, i bigliettai e persino i netturbini (oggi «operatori ecologici») andavano in giro in uniforme; si sente nostalgia di quando la polizia tributaria richiedeva direttamente e istituzionalmente le imposte, la raccolta dei rifiuti avveniva a domicilio, il Catasto «accatastava», invece di ricevere passivamente le denunzie dei privati.

Il dissolversi di questa vecchia organizzazione pubblica, di stampo gerarchico militare, ha provocato l’esternalizzazione su concessionari e incaricati di vario tipo, dalle «officine autorizzate» per i veicoli, alle cliniche convenzionate per la sanità, fino alle autocertificazioni (ISAE compresa), fino agli auto-accatastamenti (cd. Docfa), alla determinazione dei tributi attraverso le aziende. Dopotutto il fuorviante concetto di «autotassazione» riprende una tendenza generale alla delega, all’esternalizzazione dal pubblico al privato; in una logica del tipo «fai tu poi io controllo»; ma se ci si esterna troppo dal centro delle questioni si finisce per perdere il controllo del territorio, e si è costretti a fare i controlli in funzione delle rendicontazioni, salvando le apparenze con qualche pretesto giuridico formale. Il controllo, per questo apparato pubblico «virtuale», è una forma di auto legittimazione davanti alla pubblica opinione, le statistiche dei controlli servono anche a manifestare la propria utilità alla pubblica opinione. Si controlla per esistere e si svolgono i controlli meno imbarazzanti per non complicarsi troppo la vita. Giustificazioni ai controlli e ai rilievi vengono dalle mille bizzarrie «previste dalla legge» dalla privacy, alla sicurezza sui luoghi di lavoro, allo smaltimento dei rifiuti, alle caratteristiche degli impianti elettrici, idrici, termici, idraulici, che devono essere «a norma». Una norma spesso assolutamente incomprensibile, che fa proliferare imperscrutabili «esperti» in una sceneggiata formalistica, che infastidisce i produttori. In fin dei conti, l’intervento pubblico di un tempo non si vede più, ma la burocrazia spersonalizzata è fortemente cresciuta, e deve autolegittimarsi, da parte di un sistema che sotto molti profili preleva imposte, elargisce stipendi e restituisce seccature, in quanto le istituzioni devono comprensibilmente autolegittimarsi attraverso i controlli «facili». È la gioia dei consulenti, ed è alla base dell’assennata domanda di sburocratizzazione che attualmente è divenuta sempre più evidente, e cui fanno eco anche i discorsi di qualche politico più accorto.

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