La crisi economica ellenica

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 26 maggio 2011

È diventato un tormentone in questi giorni della stampa e dei media specialistici, ma anche di quelli generalisti: ristrutturazione si, ristrutturazione no. Come se si trattasse di un vecchio appartamento da rimbiancare. Invece la ristrutturazione del debito greco non ha nulla a che fare con il miglioramento della situazione ellenica. Una certezza è che i 110 miliardi di euro concessi dall’Europa alla Grecia lo scorso anno non sono sufficienti per permettere al governo greco di fare fronte ai titoli del debito sovrano in scadenza il prossimo anno.

La crudezza della situazione non permette giri di parole, il paese ellenico è di fronte ad un bivio.Se otterrà altri finanziamenti, ossia se il FMI, la BCE o i paesi membri saranno disposti a finanziare nuovamente il governo, quest’ultimo potrà operare la cosiddetta «ristrutturazione», allungando le scadenze (da titoli a breve a titoli a lunga scadenza) e soprattutto riducendo, si spera, il valore nominale almeno del 40%. Per fare ciò il Wall Street Journal ha annunciato che occorreranno almeno altri 90 miliardi di euro. Tale via salverà oggi il paese dal default, ma non risanerà la sua economia allo sbando. Non è, infatti, un problema di questi ultimi anni, l’economia greca è da decenni fortemente sbilanciata verso le attività improduttive o meno produttive, basti pensare che quasi un lavoratore su quattro era impiegato pubblico.

Se Atene riuscirà a superare il giro di boa delle prossime scadenze del debito, comunque dovrà privatizzare e ridurre pesantemente l’organico pubblico e la disoccupazione, già elevata, diverrà drammatica. Se non troverà finanziatori invece la Grecia resterà in balia delle mosse degli speculatori che come pescecani aspetteranno che la preda sia del tutto priva di difese, non si presenteranno alle aste o ridurranno la propria domanda al fine di far lievitare il rendimento del titolo allo scopo di far intervenire la BCE, che, secondo le aspettative generali, garantirà in extremis comunque il debito greco. Questo meccanismo permetterà di innalzare i rendimenti dei titoli, sia nella loro componente del tasso di interesse, sia dell’assicurazione per il rischio default del paese, sia per la componente inflattiva. Queste manovre sono fortemente destabilizzanti, aumentano in modo considerevole il costo del debito, per via dei tassi di interesse crescenti che alimentano vorticosamente la spirale «debito-interessi-debito».

Qualcuno ha ipotizzato l’eventualità per la Grecia di uscire dalla moneta unica. Questa via sarebbe comunque estremamente grave e non priva di conseguenze deturpanti. Tornare alla dracma permetterebbe al governo di tornare in possesso delle facoltà monetarie, e quindi di svalutazione, abbattendo così il valore nominale del debito in via del tutto sleale, ma molto spesso utilizzata anche in passato da molti Stati, compreso il nostro. Uscendo dall’euro, la Grecia rinuncerebbe però a tutte le garanzie che la Bce le sta accordando, senza considerare il danno di rinunciare a far parte del club dei paesi economicamente più forti in Europa.

Comunque sia questa eventualità, avventatamente prospettata dalla commissaria europea per la pesca greca Maria Damanaki, è stata fortemente esclusa dal ministro delle finanze greco George Papacostantinou. Se si cambia prospettiva di osservazione e ci si immedesima nei paesi europei più economicamente solidi, dove più confortevolmente si trova l’Italia, il problema del possibile default greco ha conseguenze dirette e indirette. Dirette nei confronti dei paesi che sono più esposti nel debito greco in relazione al proprio Pil ossia l’Irlanda (3,9%) e il Portogallo (4,3%), che ironicamente e paradossalmente sono proprio gli altri due paesi PIGS, esclusa la Spagna, che stanno pagando le conseguenze della recessione. Indirette se si considerano invece le banche europee che detengono titoli del debito pubblico greco. Le più esposte sono quelle francesi (75,2 miliardi di euro) e quelle tedesche (45 miliardi di euro).

L’esposizione delle banche italiane verso la Grecia è invece molto più contenuta e in calo rispetto a giugno dell’anno scorso (da 6,8 a 6,5 miliardi di euro secondo la Banca dei regolamenti internazionali). L’Italia è quindi del tutto al riparo dal rischio default della Grecia a livello sistemico. Ciò non toglie che se la Grecia decidesse di non rimborsare i titoli del debito pubblico ci sarebbero comunque delle conseguenze per il sistema bancario alle quali occorrerà fare fronte. Dato però che l’esposizione bancaria più forte nei confronti del debito greco è quella francese e quella tedesca, vale a dire delle due influenze maggiori in seno alla Bce, è fortemente improbabile che quest’ultima si tirerà indietro e si rifiuterà di garantire ancora il debito pubblico greco.

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