Il gioco delle Tasse (a proposito di un volume di Franco Fichera)

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.fondazionestuditributari.com il 7 giugno 2011

1 ) Scorrendo il volume di Franco Fichera « Le belle tasse Ciò che i bambini ci insegnano sul bene comune»[1] viene qualche volta in mente, in senso positivo, l’aggettivo “puerile”; sia perché il volume parla di bambini, sia perché enuncia parecchie verità  elementari, che troppo spesso sono state offuscate da un inutile tecnicismo compiaciuto e autoreferenziale. Nel suo libro Fichera racconta l’esperienza, promossa da alcuni consigli comunali in un quadro di educazione civica, di “spiegare le tasse ai bambini”.

In una specie di gioco collettivo, simulando le istituzioni di governo, i bambini venivano invitati  a versare, a titolo di imposta, una parte dei cioccolatini che erano stati precedentemente loro distribuiti. Alcuni bambini avevano più cioccolatini,  altri di meno, per simulare la diversa distribuzione della ricchezza.

Questo gioco delle tasse tralasciava però alcune importanti distinzioni della realtà che sono inalienabili e imprescindibili. Mancava innanzitutto quella che su Dialoghi chiamiamo la diversa determinabilità della ricchezza: non c’erano cioè ragazzi che simulavano i lavoratori dipendenti con reddito facilmente accertabile e i lavoratori autonomi più difficilmente accertabili che hanno rapporti con i consumatori finali. Mancavano poi le sanzioni (limitate al piano morale) ed anche la percezione della diversa efficienza dei servizi pubblici rispetto a quelli privati.

L’unica spiegazione per il comportamento dei bambini che non pagavano la loro quota di cioccolatini era quindi una dose relativamente maggiore di egoismo, moralmente disapprovata dai partecipanti al gioco, e dall’autore in veste di coordinatore del medesimo. Si trascura in questo modo  che nella vita reale nessuno si sottrae del tutto al pagamento delle imposte, perché tutti fanno la spesa, pagando l’IVA,  acquistano la benzina pagando le accise, etc.. ; l’evasore totale è quindi una leggenda metropolitana, salvo l’improbabilissimo caso di qualcuno talmente abile a sottrarsi a tutte le cento tasse esistenti in qualsiasi paese moderno. La distinzione manichea tra “gli onesti” e “gli evasori” tradisce quindi la reale sostanza dei fenomeni, e scava le consuete lacerazioni sociali di cui parliamo sempre su dialoghi.

2) Non ci stancheremo di ripetere quanto sia importante  l’occasione, in termini di rilevabilità della ricchezza, per provocare l’evasione, o trattenere da essa. Tuttavia i comportamenti sociali, compresi quelli giuridici, cioè rilevanti per le istituzioni amministrative e giurisdizionali, sono funzione di più variabili simultanee. Ed il libro di Fichera, pur trascurando la variabile della diversa determinabilità della ricchezza, ci ricorda che ne esistono anche altre, cui ci dovremo dedicare su Dialoghi, e per le quali rinviamo in questo numero all’articolo sulla “cedolare secca”. Il libro di Fichera ricorda infatti che le reazioni individuali possono avere sfumature diverse, in una situazione analoga, dove le ricchezze erano ugualmente determinabili. Con riferimento ai bambini dell’esperimento di Fichera, il diverso atteggiamento e il mancato gettito (segnalato a pagina 46 del libro) è dettato anche da esigenze o da limiti insiti nella giovane età dei partecipanti. Non è infatti escluso che parte del gettito mancante sia stata voracemente mangiata! E parte può essere stata oggetto di errori di calcolo di bambini di quinta elementare (provate a chiedere a un bambino di quinta elementare di calcolare  il 40% di qualcosa che potrebbe aver già mangiato!).  Il “gioco delle tasse” ci ricorda però che persone diverse di fronte a una stessa scelta possono agire con sfumature diverse, tra le quali anche una diversa attitudine verso il valore  rappresentato dal “rispetto delle regole”.  Fermo restando l’errore di spiegare col senso civico quanto dipende invece dalla diversa determinabilità della ricchezza.

 

3) Iniziative pedagogiche come quelle raccontate da Fichera sono senz’altro apprezzabili, ma insufficienti rispetto a carenze formative profonde. A dire il vero il problema della carenza delle spiegazioni scientifiche della società e, più in generale, dell’apprendimento scolastico delle materie attinenti all’azienda, al mercato, al sistema bancario, creditizio, monetario e a tutte le relazioni che governano l’economia di un paese  è un problema radicato lungo tutto il percorso formativo degli studenti. Invece di fare poche esperienze limitate a qualche centinaio di bambini, bisognerebbe parlare nelle aule scolastiche medie inferiori ed anche superiori non solo delle tasse, ma anche del mercato, dello stato e dell’organizzazione sociale in genere, in modo da contrastare quell’analfabetismo diffuso in materia di organizzazione collettiva, che rappresenta un pericolo di mancata crescita e rende molto immatura ed emotiva la nostra opinione pubblica. Occorrerebbe rivedere a tal fine i programmi scolastici per evitare lo sbilanciamento delle scienze umane sull’arte, la letteratura, le lingue antiche e trovare delle forme politicamente neutre per parlare di organizzazione sociale.  Già solo l’espressione “educazione civica” non è adeguata, poiché lascia intendere in un certo senso un indottrinamento di fondo. Ciò di cui si sente un gran bisogno invece è una attenta ed esauriente spiegazione del funzionamento di una società complessa, che per certi versi Fichera già principia nel suo libro, ma che occorre istituzionalizzare all’interno dei programmi scolastici. Se non altro ci troveremmo così di fronte a giudici in commissione tributaria che hanno avuto modo di apprendere il complesso funzionamento della società, seguendo canali istruttivi e non solo facendo appello alla diretta esperienza quotidiana o alle letture distratte di quotidiani di informazione.

 

[1] Einaudi (2011) Torino.

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