Quanto pesa la tassazione sulla storia dei popoli? (a proposito di Charles Adam «For Good and Evil The impact of Taxes on the course of civization» )

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.fondazionestuditributari.com il 07 giugno 2011

Nel bene e nel male (for good and evil) quanto pesano le tasse sull’evoluzione della civiltà e il destino delle nazioni? Un lungo, ma gradevole, volume di uno giurista-storico americano, propone una rilettura in chiave tributaria di eventi storici, anche remoti, dando alle scelte tributarie un peso appropriato, anche se forse eccessivo, sullo sviluppo di eventi che avevano anche motivi economici, etnici, religiosi ed ambientali. Tuttavia il volume ha il merito di rivalutare, nel corso degli eventi storici, anche il peso della variabile tributaria, ribadendo incidentalmente quella matrice amministrativistica “ante litteram” della tassazione che ribadiamo costantemente su Dialoghi. Charles Adams nel suo volume dal titolo « For Good and Evil The impact of Taxes on the course of civization»[1] non prende una posizione pro o contro l’imposizione fiscale, come fosse una scelta di campo a favore di politiche liberiste o stataliste. Egli afferma che nel bene o nel male le tasse hanno un impatto sull’evoluzione della civilizzazione. Ripercorrendo passo passo la storia universale, Adam sostiene che il ruolo dell’imposizione fiscale non sia mai stato riconosciuto con adeguata attenzione dagli storici e che la vessazione delle tasse e il contrasto dei contribuenti all’imperio del tassatore siano l’origine della gran parte dei conflitti sociali. È suggestiva l’idea che il contrasto tra contribuenti e tassatori abbia diviso Israele alla morte di re Salomone, causato il declino dell’impero romano, sia all’origine dei conflitti più importanti della storia. È anche piuttosto fantasioso il racconto di situazioni storiche o anche leggendarie, come il caso di Guglielmo Tell, che, secondo la versione di Adam, dovette scoccare la leggendaria freccia sulla mela posta sul capo del figlioletto per resistenza alle pretese fiscali]. Il volume è ricchissimo di notizie e lascia nel lettore moderno una sensazione di paradosso apparente: che il carico fiscale fosse al tempo stesso lieve ed eccessivo. In assoluto magari lieve ma eccessivo rispetto a quello che lo stato dava in cambio. Le tasse servivano per la difesa e per la sicurezza, il restante della ricchezza sottratta veniva utilizzata per garantire privilegi, patrimoni e ricchezze per le classi allora dirigenti, politiche, nobiliari o religiose che fossero. Prescindendo da giudizi morali che esulano dal nostro campo di indagine, si potrebbe argomentare che gli unici servizi pubblici allora garantiti, difesa e sicurezza interna, probabilmente avevano anche un certo grado di efficienza. Oggi il rapporto è diverso. Il numero delle tasse e delle imposte è aumentato ma con esso è aumentata anche la gamma di servizi pubblici offerti che rispondono a esigenze della collettività evolute nel tempo. Probabilmente a differenza del passato, alla maggiore offerta di servizi pubblici non corrisponde una altrettanta maggiore efficienza, spesso caratterizzata da sprechi e clientelismo. Comunque il libro di Adam si legge con facilità, è snello, ben scritto e probabilmente anche ben tradotto. È un libro per certi versi di storia economica giuridica. Cede poco al sensazionalismo. È senz’altro più accurato e preciso di molti altri (sicuramente migliore del citatissimo «Storia della finanza mondiale» di Gabriel Ardant (1981)). È vero che non si studia mai abbastanza la storia ed ha ragione Adam quando sostiene che non si studia affatto la storia della tassazione. Probabilmente sono stati sottovalutati gli aspetti della tassazione nella storia dell’umanità, ma non hanno tutta l’importanza che il libro gli attribuisce. Dev’essere questo un riflesso della tendenza degli scienziati della condizione umana a mettere al centro della convivenza sociale l’aspetto cui di volta in volta si occupano principalmente, come se si guardasse fisso un punto nel muro tanto a lungo che i contorni della stanza tendono ad offuscarsi. È per questo che nel manuale di diritto tributario di Raffaello Lupi vi è un capitolo dedicato alle tasse nell’antichità fino ai giorni nostri. Dallo studio della storia tributaria si evince che la tassazione riguarda senza dubbio l’organizzazione sociale “pubblicistica”, ma il baricentro dell’analisi è nella stessa organizzazione, di cui le tasse risultano essere uno strumento per il suo mantenimento. Sarebbe però un errore trasferire sul passato una contingenza del presente, in cui l’organizzazione pubblica è finanziata soprattutto attraverso i tributi. Questi ultimi non sono invece una caratteristica indefettibile di qualsiasi organizzazione sociale, come confermano i lunghi periodi storici in cui l’organizzazione pubblica della convivenza sociale è stata sostenuta da strumenti non tributari. Finché le spese pubbliche erano modeste, quando non vi era uno stato sociale o ancor prima quando non vi era affatto uno stato così come lo consideriamo oggi, si tendeva a fronteggiarle mediante i proventi di beni pubblici a partire dalle concessioni di terre o di miniere. I tributi comportano sempre un malcontento sociale, sia quando si pagano sia quando vengono richieste. Incide sul consenso sociale del vertice politico, che anche nei regimi tirannici cerca di sfruttare i finanziamenti “patrimoniali” prima di passare ai tributi. Ogni collettività organizzata ha una fiscalità, intesa come amministrazione del patrimonio pubblico, o strumento per far fronte alle spese pubbliche, mentre i tributi potrebbero anche non esserci, o costituire una fonte di entrata relativamente secondaria e sporadica. I tributi sono quindi solo una parte della fiscalità, intesa come amministrazione del patrimonio pubblico, denominato fisco , erario o “tesoro” , che invece è un elemento strutturale di qualsiasi gruppo sociale. Tra il braccio violento dello stato, che confisca le proprietà dei ribelli o dei malfattori, ed i corrispettivi per i servizi pubblici, troviamo tutte le sfumature che caratterizzano la convivenza umana e soprattutto quel patto di convivenza sociale cui corrispondono i tributi. L’imposta è la contribuzione ai costi organizzativi di una comunità politica e deve essere misurata in relazione alla propria forza economica, emergente da manifestazioni di ricchezza. È in questa affermazione di principio e nella difficoltà nella determinazione della ricchezza complessiva che caratterizza il fisco moderno che si condensa il fulcro delle attuali tensioni sociali . [1] Liberilibri di AMA srl (2005) Macerata.

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