Fitch e il debito americano: un cortocircuito tra finanza e politica?

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 9 giugno 2011

La società di rating Fitch lo scorso mercoledì ha avvertito gli Stati Uniti che ad agosto potrebbe tagliare il rating sovrano di «Tripla A» a «restricted default», ossia ad una classe che considera un rischio, sia pur limitato, di default. La decisione dell’agenzia di rating verrebbe presa se il governo non sarà in grado di rimborsare ibond e alcune cedole in scadenza il prossimo 15 agosto. Il rating verrebbe comunque rialzato una volta superata la situazione di insolvenza, senza però raggiungere nuovamente un merito di credito di «Tripla A». Il tam tam di questa notizia si è diffuso nella giungla della rete, dove il microblogging è divenuta l’ultima frontiera dell’informazione in tempo reale, tanto dinamica da far sembrare roba da dinosauri la stampa tradizionale editata e distribuita una volta sola al giorno.

I commenti si sono moltiplicati. Di fronte a una reputazione del debito sovrano statunitense in declino c’è chi scommette sul crollo del dollaro come moneta internazionale. Altri, per via delle connessioni commerciali e relazionali tra le due aree economiche più importanti, scommettono sul crollo delll’euro. Altri, infine, prevedono che la fine arriverà prima per l’euro, dopo il crollo ad una ad una delle economie dei paesi Pigs, dove le società di rating hanno le loro responsabilità. Tra i commentatori si delineano anche scenari apocalittici di un crollo dell’Occidente conosciuto e di una inversione di importanza e di influenza tra Ovest ed Est del mondo. Ma poiché i maggiori finanziatori del debito pubblico americano sono proprio la Cina e l’Oman, si verificherebbero gravi conseguenze anche per questi paesi se l’America dovesse dichiarare l’insolvenza tecnica. In realtà, nessuno è stato ancora in grado di descrivere un futuro credibile dopo la fine degli Stati Uniti, un paese che dimostra di giorno in giorno quanto non sia vero l’assunto che un eccesso di debito pubblico provochi automaticamente un fallimento del sistema finanziario nazionale, così come significherebbe il termine inglese default.

Fanta-geopolitica a parte, sembrerebbe da un po’ di tempo, che negli Usa come in Europa cominci ad affiorare un certo cortocircuito tra finanza e politica. Le società di rating, la Fitch in particolare, infatti, sono una derivazione, una costola del ministero degli esteri americano, e le loro dichiarazioni dovrebbero avere delle connessioni piuttosto strette con gli obbiettivi politici e strategici governativi. Perché quindi la Fitch si è esposta a tal modo per minare la reputazione del paese che l’ha costituita, sostenuta e resa grande? A pensar male si commette peccato ma spesso ci si indovina. Così ci esercitiamo anche noi ad immaginare una relazione tra l’avventata dichiarazione della Fitch, le conseguenze che una revisione del merito di affidabilità del debito sovrano americano comporterebbe e gli obbiettivi politici più stringenti.

Se la dichiarazione della Fitch è stata politicamente orientata potrebbe essere stata presa per perseguire un obbiettivo specifico ben importante. Quello di incitare i legislatori degli Stati Uniti a raggiungere un accordo per aumentare il soffitto del debito del paese e di evitare così qualsiasi default tecnico, continuando a stampare titoli del debito pubblico con la stessa dinamicità di prima. Quindi una sorta di avvertimento ben assestato mediaticamente per ottenere un risultato diametralmente opposto a quello esplicitamente dichiarato.

Se la società di rating invece non persegue fini politici, allora la sua dichiarazione dovrebbe essere presa come un avvertimento sulle condizioni economiche del paese e della sua capacità di far fronte alle difficoltà della crisi, quindi alla disoccupazione, all’inflazione e all’esplosione del debito pubblico.

A tal proposito però è stato reso noto un rassicurante rapporto sulla congiuntura americana che la Federal Reserve pubblica ogni sei settimane, il Beige Book, che ha evidenziato come nel corso degli ultimi due mesi l’economia americana sia cresciuta, anche se lentamente, in alcune regioni. Il settore manifatturiero, in particolare, è in graduale miglioramento così come il mercato del lavoro in molte aree degli Stati Uniti. Il settore che rimane sotto pressione è, come facilmente si può immaginare, il mercato immobiliare, vero occhio del ciclone dello scoppio della bolla dei subprime. Sul fronte energetico, il Beige Bookha evidenziato un generalizzato aumento del costo delle materie prime, fatto che porta le aziende del settore manifatturiero a compensare a loro volta con sovraprezzi. Il terremoto e il conseguente tsunami in Giappone hanno provocato «generalizzate turbolenze» per quanto riguarda l’offerta del settore automobilistico e tecnologico. L’inflazione rimane comunque sotto controllo: «i prezzi di vendita sono aumentati in modo moderato, con l’eccezione di quelli di energia e dei generi alimentari, in continua crescita». Il mercato del lavoro presenta una disoccupazione in crescita, contrariamente alle aspettative (il tasso di disoccupazione nel mese è salito al 9,1% dal 9% di aprile, mentre le previsioni erano per una discesa del tasso all’8,9 %), ma anche una crescita delle retribuzioni orarie, che su base tendenziale sono aumentate dell’1,8 per cento.

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