Percentuali positive per la produzione industriale italiana

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su http://www.ragionpolitica.it il 14 giugno 2011

L’istituto centrale di statistica ha pubblicato ieri i dati relativi alla produzione industriale. Nella girandola di cifre che ne è seguita gli indici hanno in comune tra loro il segno positivo. L’indice alla produzione industriale in aprile è aumento dell’1% rispetto al precedente mese di marzo. Il rialzo su base tendenziale è di gran lunga più significativo, dell’3,7%, mentre nella media dei primi quattro mesi dell’anno la variazione rispetto allo stesso periodo del 2010 é stata pari al +2,5%. Una performance migliore degli altri principali partner comunitari che ad aprile hanno visto contrarsi la produzione industriale. In particolare, l’indice francese è diminuito dello 0,3% su marzo, ben al di sotto del +0,4% delle attese, quello tedesco è diminuito dello 0,6% e quello spagnolo è diminuito dell’1,6% su base tendenziale, contro il -1,0% della mediana delle aspettative.

L’andamento positivo della produzione industriale italiana di aprile ha influito sulle stime del Centro studi di Confindustria che ha stimato l’aumento dell’indice in maggio dello 0,1% su aprile, seguendo il trend segnato dai dati di aprile (+1,0% su marzo, +0,7% su febbraio, rivisto dal precedente +0,4%). È fuori di dubbio che l’attività industriale si sia ripresa rispetto ai minimi della recessione, aumentando del 13,4% a maggio 2011 rispetto a marzo 2009. Resta ancora molto da fare, comunque, per recuperare la distanza dal picco pre-crisi pari a 16,2% (aprile 2008). Il buon dato di aprile e il monitoraggio della situazione industriale in maggio del CsC, lasciano intravedere un secondo trimestre 2011 in crescita del 2,0%. Sono molti i fattori che possono influire a livello congiunturale e sul brevissimo periodo sull’andamento della produzione industriale dalla domanda internazionale all’andamento del prezzo delle materie prime. Ma nel lungo periodo una variabile più delle altri influirà sulla capacità del nostro sistema produttivo: la disponibilità vasta e a buon mercato di energia.

I risultati del referendum appena votato lasciano però poco spazio a discorsi prospettici. Sono prevalse, ancora una volta, la paura e l’emotività. Il danno è più vasto di quanto si possa immaginare. La rinuncia al nucleare, per altri cinque anni almeno, significa restare alle dipendenze di paesi che non possono più esser definiti solamente politicamente instabili e che stanno infiammando il sud del mediterraneo.  È una scelta politica perché d’ora in avanti si potrà percorrere una via tortuosa di politica energetica, difficilmente valida per un paese industrializzato e quindi innegabilmente energivoro. Nemmeno coprendo l’intero territorio italiano di specchi od ogni cima delle nostre montagne di pali eolici alti ottanta metri si potrà compensare la perdita di competitività che il nucleare avrebbe potuto assicurare al nostro paese, mentre aumenterà la nostra dipendenza dal petrolio e dal gas.Pertanto per dare coerenza allo scenario energetico del «dopo» referendum occorrerà lavorare molto per formulare i nuovi capitoli del piano energetico nazionale che non potranno prescindere dal potenziamento delle infrastrutture del gas (pipeline e rigassificatori), dal riequilibrio della promozione delle rinnovabili amalgamando però meglio le fonti (il fotovoltaico ha appena ottenuto il «quarto conto energia», ma anche eolico, geotermico, biomasse) e dal ridisegno degli incentivi alle reti elettriche che distribuiranno energia dal mix tra rinnovabili e energie tradizionali.

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