Grecia: basteranno i fondi pubblici per salvare un Paese allo sbando?

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 18 giugno 2011

L’imminente fallimento della Grecia ripropone, più drammaticamente che mai, la questione della sopravvivenza dell’euro. Il governatore della Banca centrale olandese e membro della Bce, Nout Wellink, ha dichiarato che il Fondo salva-stati europeo, che per ora è in regime transitorio e che dovrà divenire definitivo nel 2013, dovrà vedere raddoppiate le risorse disponibili per poter fare fronte ai rischi crescenti del fallimento finanziario della Grecia e del contagio che tale fallimento potrà causare tra i paesi dell’eurozona, primi fra tutti i più fragili, il Portogallo e l’Irlanda. «Il fondo – sostiene Wellink in una intervista al quotidiano olandese Financieele Dagblab – va portato a 1500 miliardi di euro». È una cifra enorme, probabilmente sovradimensionata, ma che dà una giusta misura del baratro di fronte al quale si trovano la moneta unica e i paesi della zona dell’euro.

Perché una cifra tanto elevata? In realtà il debito della Grecia ammonta complessivamente a 236 miliardi di euro. Si tratta, tutto sommato, di un debito sovrano nano rispetto ai debiti dei principali paesi europei. Quello italiano, ad esempio, ammonta circa a 1.890 miliardi e quello della Germania è pari a circa 2.080 miliardi di euro. Tanto per inciso, dopo la turbolenza finanziaria e il salvataggio del sistema bancario, il debito pubblico tedesco è diventato il terzo debito pubblico lordo più alto del mondo in valore assoluto, oltrepassando di 236 miliardi quello dell’Italia, sceso al quarto posto. Anche il debito pubblico della Gran Bretagna del 2010 è stato elevato all’80% del Pil (le previsioni di autunno dalla Commissione europea parlavano del 77,8%). Un discorso a parte meritano le cosiddette «passività contingenti», cioè di quelle garanzie ed emissioni a favore delle banche che per il momento non rientrano nel computo del debito pubblico, che molti Paesi hanno accumulato durante la crisi. Tali «passività contingenti» ammontano, secondo le stime di Eurostat del 2010, al 125% per l’Irlanda, al 25,1% per la Grecia, al 24,7% del Pil per la Gran Bretagna, al 15,9% per il Belgio, al 5,6% per la Spagna e al 2,8% per la Germania. L’Italia, dato consolante, non ha passività di questo tipo.

Tornando alla situazione greca, il fondo salva stati quindi non servirà a coprire il debito greco nel caso in cui il paese ellenico non sia in grado di rimborsarlo e sia costretto a «ristrutturare», sinonimo di default o di fallimento finanziario. In realtà servirà per tutelare gli stati che hanno relazioni finanziarie con la Grecia e con il suo sistema bancario. È proprio in queste relazioni, evidenziate dal grafico a flussi elaborato dal New York Times, che risiede il rischio sistemico per i paesi dell’euro-zona, che come il gioco del go down, potrebbe far cadere ad uno ad uno il sistema bancario di ogni stato collegato con il debito sovrano greco.

Relazioni dei debiti tra Portogallo, Irlanda , Italia, Grecia e Spagna e gli altri principali paesi europei

A causa di tali relazioni finanziarie l’effetto go down che il fallimento della Grecia innescherebbe coinvolgerebbe i maggiori pesi europei e in particolare la Francia, la Germania e la Gran Bretagna, che possiedono quote consistenti del debito pubblico greco. Allo stesso tempo, però, anche il Portogallo, l’Irlanda e in misura minore la Spagna, anch’essi titolari di quote di debito, ne subirebbero le prime conseguenze, amplificate dalla loro già precaria situazione finanziaria ed economica. La Spagna soffrirebbe in seconda battuta dell’effetto default greco degli altri due paesi, in quanto possiede quote di debito sovrano sia portoghesi che irlandesi. Come è evidente dalle cifre riportate nel grafico, l’Italia in questo gioco è coinvolta solo marginalmente nelle prime battute, ma subirà comunque gli effetti di ritorno delle sofferenze finanziarie degli altri paesi.

Alla luce di quanto fino a questo punto rappresentato la cifra di cui parlavamo all’inizio non sembra, quindi, del tutto sproporzionata. Soprattutto perché al go down greco occorrerà aggiungere un altro effetto, che per ora è latente, di cui si è colpevolmente smesso di discutere sui media e di cui l’opinione pubblica rischia di sottovalutare le conseguenze. Si tratta della gran mole di titoli finanziari derivati che come una bomba ad orologeria continua a ticchettare inesorabilmente, poiché nulla o pressoché nulla è stato ancora fatto per ridurre l’entità dei titoli spazzatura ancora in circolazione. Stime approssimative parlano di una cifra impronunciabile, pari a 600 milioni di milioni di dollari (ossia 600 per 10 elevato alla 12ma potenza).

Sebbene la soluzione di lasciare la Grecia al suo tristissimo destino, estremamente drastica, espellendola dall’euro, possa apparire la più ragionevole, essa non è percorribile. Questo almeno formalmente, perché il Trattato non prevede l’espulsione di uno stato. Fino ad ora si è scelto di rifinanziare un debito, con scarsi o pessimi risultati visto che in Grecia la gente in piazza, disoccupata e disperata, si moltiplica con manifestazioni anche violente delle loro sacrosante proteste. Il prossimo intervento previsto – ha detto il commissario europeo agli affari economici Olli Rehn – dovrà essere in «due tempi»: la prima tranche da 12 miliardi sarà resa disponibile domenica prossima; l’11 luglio si deciderà se far partecipare anche i privati al secondo intervento d’aiuto. Rehn ha rivolto un appello ai 27 Paesi della zona euro «per superare le attuali divisioni» dopo che lo scorso 14 giugno i ministri dell’eurozona riuniti a Bruxelles non sono riusciti a mettersi d’accordo sui nuovi aiuti alla Grecia e sull’eventuale partecipazione di banche, istituti assicurativi e altri creditori privati della Grecia al nuovo piano di aiuti. Sarà sufficiente questo allargamento del rischio ad altri soggetti a superare la crisi? Sembrerebbero di questo avviso La cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy, riunitisi venerdì pomeriggio in un vertice bilaterale a Berlino sulla crisi greca. Essi hanno dichiarato, dopo mesi di discussioni, di voler procedere immediatamente ad un ulteriori aiuto finanziario alla Grecia, questa volta però facendo partecipare i privati in via volontaria, ossia convincendo i creditori privati, con metodi di persuasione ancora non del tutto noti, a vedersi restituire meno del dovuto, per scongiurare il fallimento di Atene.

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