I “lavori verdi” e l’illusione delle buche di Keynes

La Finanza maggio – giugno 2011

www.lafinanzasulweb.it

Dopo il disastro di  Fukushima, ha ripreso forza la tesi di investire le risorse nelle energie alternative

I “lavori verdi” e l’illusione

delle buche di Keynes

di Emanuela Melchiorre

Con il disastro delle centrali nucleari giapponesi torna in auge e a gran voce il desiderio di molti di investire risorse e intelligenza nella produzione di energia verde, mentre l’onda emotiva che il disastro ha provocato ha fatto desistere il governo italiano dal continuare lungo la via della nuclearizzazione. Una scelta probabilmente sofferta e forse dettatadal tentativo di evitare cosi il referendum, che porterà, tuttavia serie conseguenze sul livello dei costi alla produzione e ad una strisciante “inflazione energetica”.

I presunti vantaggi dell’agevolazione all’industria verde, che dovrebbero giustificare una simile scelta, avanzati dai suoi sostenitori, consisterebbero in una riduzione delle emissioni, nella creazione di posti di lavoro, nella maggiore indipendenza energetica ed in  una spinta all’innovazione tecnologica. Non si può, tuttavia, fare a meno di notare che gli incentivi alle fonti verdi e in particolar modo al fotovoltaico pesano sulla bolletta elettrica degli italiani, per un 5% aggiuntivo. Sempre più numerosi studi empirici hanno dimostrato, inoltre, che i sussidi ai “lavori verdi” hanno distolto risorse utilizzabili per sostenere settori più efficienti, ancorché di economia tradizionale; che i lavori in tal modo creati hanno costi estremamente alti, spesso accollati alle utenze energetiche private e di piccole aziende e difficilmente sostenibili nel tempo; che i lavori verdi presentano un alto turnover e sono caratterizzati da una forte temporaneità; che, last but not least , il gran flusso di sussidi alla produzione, nonché tutti i finanziamenti agevolati alla produzione di lavori verdi, hanno innescato dinamiche corruttive di vasta entità ed hanno finanziato un nuovo settore della mafia, tanto vasto da richiedere un neologismo: la “ecomafia”.

In definitiva: non siamo al limite delle buche di keynesiana memoria, fatte scavare ai disoccupati per dar loro in qualunque modo un salario e quindi un potere d’acquisto, ma resta il fatto che i cosiddetti “lavori verdi” oggi non reggono ancora ad una analisi economica di costi-benefici. Quei lavori cioè portano alla creazione di fonti energetiche attualmente non competitive con quelle tradizionali.

 

Il “conto energia”

approvato dal governo

 

Sulla scorta di tante spinte emotive, ma soprattutto sulla base di valutazioni politiche ed economiche nonché di consenso politico il ministro dello sviluppo Paolo Romani e il ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo hanno però trovato l’accordo e firmato il decreto per il Quarto conto energia, approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 5 maggio. Il progetto prevede per il periodo 1° giugno 2011-2° semestre 2012 incentivi pari a circa 580 milioni di euro (erano prima pari a 820) ed una potenza installabile di 2.690 MW (3.100). Tra il 2013 ed il 2016 gli incentivi passerebbero a 1.361 milioni di euro, la potenza a 9.770 MW. Nel complesso, tra giugno 2011 e la scadenza 2016 il Ministero dello sviluppo economico prevede un impegno di incentivazione del settore energetico per poco più di 1.941 milioni di euro e per una potenza di 12.460 MW.

Il decreto, nato dalla necessità di porre un argine a questa voce di spesa cresciuta fuori misura, impone dunque una riduzione molto rapida degli incentivi, particolarmente acuta per gli impianti di grande taglia, che in funzione del momento in cui sono allacciati alla rete – cadranno a meno di 20 centesimi per  kWh alla fine del 2011, meno di 15 l’anno prossimo, per poi convergere verso un valore omnicomprensivo (anch’esso gradualmente in calo) a partire dal 2013. Viene inoltre posto un limite massimo alla potenza incentivabile anno per anno.

 

Le reazioni ed i ricorsi

delle aziende del settore

 

Il decreto ha già comportato una forte reazione. Sono infatti 150 le aziende che hanno affidato a “Sos Rinnovabili” il compito di avviare un’azione legale collettiva contro il decreto Romani e, di conseguenza, contro il IV Conto Energia appena approvato dal Consiglio dei Ministri. Il primo ricorso verrà presentato alla Corte di Giustizia Ue, «perché il decreto del 3 marzo scorso – così come il Commissario all’energia Oettinger ha sottolineato in una lettera inviata al ministro Romani – non recepisce la direttiva europea che prevede lo sviluppo delle rinnovabili, ma anzi limita la crescita delle energie dal sole».

La seconda azione studiata dall’associazione sarà invece promossa davanti al Tar, sostenendo che «il provvedimento danneggia le aziende che, pur avendo rispettato le norme di legge vigenti, avranno un diverso trattamento a livello di tariffe incentivanti». Secondo l’associazione in lista ci sarebbero ulteriori azioni risarcitorie: «Un ricorso alla Corte dei Conti, perché il decreto espone lo Stato al rischio di esborsi pesanti; una segnalazione all’Antitrust, poiché – si sostiene  – il provvedimento emanato dal governo falsa i termini della concorrenza, avvantaggiando i grandi gruppi oligopolistici».

 

Il peso del sostegno

pubblico all’economia verde

La grande vivacità nei rapporti privato e istituzioni, in realtà non stupisce visto che il valore del mercato delle rinnovabili in Italia nel 2010 è considerevole e stimabile intorno ai 21 miliardi di euro (di cui 7,2 per elettricità e incentivi, certificati verdi e tariffa feed-in, e 13,7 miliardi di investimenti in nuovi impianti).

La parte più sostanziosa appartiene al fotovoltaico con circa 11,5 miliardi, grazie alla realizzazione di oltre 3.000 MW nel 2010. Seguono l’idroelettrico con 4,5 miliardi, l’eolico con 2,6 (in calo di circa il 15% rispetto al 2009), le biomasse con 1,8 e infine il geotermico con 500 milioni. È quindi un giro d’affari estremamente interessante e lucroso, al di là delle conseguenze più o meno vantaggiose per l’economia nel suo complesso.

 

Chi paga gli incentivi

all’energia “verde”

 

Sulla scorta di quanto fino ad ora predisposto dai precedenti decreti del governo, una ricerca promossa dall’IBL, un think thank indipendente, ha calcolato il peso degli incentivi alle fonti rinnovabili in Italia, prima del nuovo decreto appena sottoscritto, e ha evidenziato che tale peso è ripartito variamente: è pagato per il 26,2% dalle famiglie (sulle bollette per la somministrazione di energia a bassa tensione domestica), per i1 28% da negozi e uffici (bassa tensione non domestica), per il 2,2% dai lampioni stradali, per il 31,8%, ossia la quota maggioritaria, dalle piccole e medie imprese (media tensione), ovviamente per via del loro alto numero, per l’11,4% dalla grande industria (alta tensione).

«Nel 2010, prima degli effetti del salva-Alcoa, gli incentivi totali alle rinnovabili si sono attestati a quota 3,4 miliardi – spiega Alessandro Marangoni della società di analisi e consulenza Althesys -. Di questi, 122 milioni per la tariffa omnicomprensiva (per gli impianti piccoli), 857 milioni per il Conto energia (per il solo fotovoltaico), 690 milioni per il Cip6 per le sole rinnovabili, non per le fonti assimilate, al netto (ad esempio per gli impianti più vecchi dell’idroelettrico e delle biomasse) e infine 1.793 milioni per i certificati verdi (eolico, grande idroelettrico, biomasse). Queste stime sono state confermate anche dalle recenti dichiarazioni del presidente dell’Autorità dell’energia, Guido Bortoni..

Allo stato attuale nel mix energetico italiano le fonti rinnovabili incidono per il 23,8%.. Sembrerebbe una quota piuttosto rilevante, ma l’entusiasmo si stempera quando si constata che la componente maggiore è rappresentata dall’idroelettrico, cioè da una fonte rinnovabile il cui sfruttamento intensivo in Italia risale al secolo scorso.  Essa lo scorso anno ha contribuito per il 18,5% alla nostra produzione di energia elettrica. Tutte le altre fonti rinnovabili sono appena pari al 5,3%.  E quanto al fotovoltaico, che  che nel 2010 ha più che raddoppiato la produzione (da 676 a 1.600 GWh)  il suo apporto al totale della produzione italiana di energia elettrica è stato di poco superiore allo 0,5%.

E va ricordato che la produzione italiana,pari nel 2010 a 286.531 GWh, è insufficiente alla richiesta, che è stata di 326.165 GWh, cosicché per sopperire al fabbisogno totale abiamo dovuto importare dall’estero 45.761 GWh.

 

La montagna (di contributi)

ha partorito un topolino

.

A conti fatti sembrerebbe che la montagna (di finanziamenti pubblici) abbia per ora partorito un topolino. Il governo ha commentato che la strada intrapresa non solo è coerente con le questioni di politica interna, ma anche e soprattutto con i dettami di politica europea, fortemente sbilanciata a favore delle fonti alternative ( il peso politico dei “verdi” in Germania rimbalza evidentemente anche a Bruxelles…).

Più in generale il decreto predisposto e approvato dal Consiglio dei ministri è stato redatto al fine di raggiungere simultaneamente almeno tre obiettivi:

1) il rispetto dell’obiettivo comunitario di copertura del 17% dei nostri consumi finali di energia con fonti verdi;

2) il contenimento dell’onere per i consumatori;

3) la razionalizzazione del sistema di incentivi.

Per sapere se tali obbiettivi saranno raggiunti occorre ancora attendere la prova dei fatti e vedere se la composizione degli incentivi ideati e organizzati dal governo sia adeguata per una industria italiana caratterizzata da nanismo imprenditoriale.

 

Ma quando l’energia “verde”

diverrà competitiva?

 

Detto ciò, rimane da rispondere alla domanda di fondo: a quando, cioè, le nuove tecnologie diverranno “sostenibili”? Non certo in senso ambientale, ma in senso economico. Ossia quando saranno in grado di produrre energia a costi tali da essere venduta direttamente sul mercato e competere liberamente con le altre fonti energetiche senza richiedere incentivi pubblici?

Qualcuno ha già azzardato una previsione, probabilmente ancora molto ottimistica. Secondo lo studio della European Photovoltaic Industry Association, illustrato dal presidente Ingmar Wilhelm «in Italia sarà conveniente produrre elettricità con il fotovoltaico anche senza incentivi, rispetto ad acquistarla dalla rete, già nel 2013 per impianti da 100 kWp. Per le taglie a dimensione familiare, 3 kWp, il sorpasso avverrà due anni dopo». Secondo lo stesso studio nel 2020 produrre un chilowattora con il solare costerà la metà rispetto ad oggi. A seconda della tipologia, taglia e localizzazione degli impianti, secondo l’associazione, si passerà dal range attuale di 0,16-0,36 euro/kWh, a 0,10-0,24 nel 2015 ed a 0,08-0,20 /kWh nel 2020. Raggiungere la parità tra costi e ricavi, garantendo un margine di guadagno, è quindi un obbiettivo almeno di medio periodo.

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