SFIDE GLOBALI PER LA LAGARDE

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.lafinanzasulweb.it il 5 luglio 2011

Da oggi, l’ex ministro dell’Economia francese sarà l’11esimo direttore generale del Fondo, prima donna a capo del Fondo monetario internazionale (Fmi). Inizia oggi il suo mandato Christine Lagarde con la crisi greca in cima alle priorità dell’istituzione. Si legge infatti sul giornale interno del Fmi che «un impegnativo programma di lavoro attende il nuovo direttore generale del Fmi», rivelando che la Lagarde dovrà prendere «difficili decisioni strategiche […] per promuovere la ripresa mondiale e far fronte alla crisi della zona euro». Aggiunge il comunicato che «l’economia mondiale è ancora scossa dall’incertezza in Europa, dalle rivolte in Medio Oriente, dai segnali di tensione congiunturale in alcune economie emergenti», tuttavia la crisi greca ha la priorità su tutte le altre questione. A breve termine, il Fmi, il prestatore di ultima istanza dell’economia globale, riunirà infatti il consiglio di amministrazione per sbloccare la quinta tranche del suo prestito di 30 miliardi di euro ad Atene, pari a 3,3 miliardi.

 

L’abbandono forzato di Strauss-Khan e l’elezione in pochi giorni  del suo successore da parte del consiglio esecutivo del FMI ha fatto emergere prima del tempo le tensioni latenti all’interno dell’Organizzazione, facendo sorgere il desiderio di spalancare nuovi scenari nella governance economica mondiale e innescando prematuramente il conflitto tra i paesi più avanzati (USA e Europa) e i paesi emergenti. Quest’ultimi, infatti, dall’inizio della crisi finanziaria chiedono una rappresentanza più significativa all’interno delle istituzioni internazionali, affinché possa essere rappresentata la mutata situazione di sfere di influenze dei paesi emergenti. Per tradizione la guida del FMI è prerogativa dei paesi europei, e per la stessa consuetudine, quella della Banca Mondiale è riservata agli americani. Ciò non toglie che siano prassi non condivise dagli esponenti delle economie a crescita accelerata, soprattutto dell’Asia, dal momento che, in questa situazione di difficoltà mondiale, siano cresciuti a ritmi ben più sostenuti rispetto a quelli delle economie dell’Occidente.

Le istituzioni economiche mondiali saranno inevitabilmente sottoposte, nel prossimo futuro, ad una attenta revisione, soprattutto considerando il fatto che nessuna di esse era stata in grado di prevedere lo scoppio delle bolle speculative né il conseguente andamento delle crisi finanziarie ed economiche. Questo momento di riflessione porterà molti paesi emergenti a rivendicare un “posto al sole” nella ristretta cerchia delle leadership mondiali e non è da escludere che si avranno importanti implicazioni, soprattutto in termini di redistribuzione del potere e del prestigio internazionale fra Occidente e Oriente.

Il fatto che ciò non sia già successo, non significa che nulla sia cambiato. Ciò che infatti costituisce una novità nel processo elettivo della prima carica politica del Fondo è che per la prima volta gli europei hanno dovuto raccogliere il consenso anche dei paesi emergenti attorno al loro candidato. La Lagarde ha dovuto in campagna elettorale, se così si può dire, dialogare e incontrare gli interessi anche di molte potenze emergenti, prima di poter contare sul loro appoggio. Questo non esclude quindi o forse apre addirittura le porte ad un’accelerazione della revisione dei meccanismi di voto e di divisione delle quote in seno all’organo direttivo del Fondo per aumentare il peso politico di queste economie in crescita.

Ancor più importante e urgente tuttavia è la riforma dello stesso Fondo e della sua “mission” affiche possa divenire un centro di coordinamento globale delle politiche macroeconomiche con strumenti anche particolarmente incisivi di disciplina ai quali devono assoggettarsi tutti i paesi, compresi gli Stati Uniti. È opinione diffusa infatti che il Fondo debba uscire dalla sfera di influenza degli Stati Uniti e la Lagarde in quanto europea può essere una figura adatta per promuovere il cambiamento.

Anche riguardo alla sua funzione finanziaria il Fondo ha bisogno di un cambiamento. Più che immissione di liquidità nel sistema economico mondiale il Fondo dovrebbe svolgere una funzione di autorevole guida, un foro per la coordinazione delle politiche macroeconomiche globali dove i governi nazionali e i governatori delle banche centrali possano discutere sulle politiche dei tassi d’interesse, sulle iniezioni di liquidità ma anche e soprattutto sulle politiche economiche di sviluppo e di sostegno all’occupazione. In altre parole occorre che il Fondo diventi un luogo di riflessione, di osservazione e di confronto prima e di guida poi, prescrivendo le grandi linee di sviluppo mondiali, ivi comprese le politiche fiscali, cercando di attuare politiche anticicliche. Per fare ciò occorre una governance in cui si rispecchino anche i cinesi, gli indiani e i brasiliani, esprimendo un voto compatibile con il loro peso economico. Ma anche gli europei, che esercitano il loro diritto di voto distintamente per ogni paese subiscono l’effetto della parcellizzazione che potrebbe essere contrastato con l’espressione di un voto unico europeo per controbilanciare l’influenza degli Stati Uniti sul voto finale. Questo però presuppone che a monte ci sia una forte evoluzione politica europea verso una forma di governo unitaria in termini federali, che necessariamente richiederebbe tempi non certo brevi.

Tornando alle sfide che attendono la nuova direttrice del Fondo, un aspetto di non secondaria importanza è la garanzia della stabilità valutaria. Con una integrazione bancaria e finanziaria cresciuta a dismisura, senza che ciò sia stata accompagnata da una crescita dei controlli, che rimangono per la maggior parte a livello nazionale, il Fondo è chiamato a intervenire in varie situazioni di crisi sistemica oggi in Europa come nel passato più recente – così come è avvenuto per il Messico, la Russia, la Turchia, l’Argentina, ecc. – con immissione di vasti fondi con provvedimenti di emergenza. La crisi dei mutui subprime e del crollo del mercato immobiliare negli Stati Uniti ha portato l’economia mondiale sull’orlo di un abisso ben più profondo di quello della Grande crisi del ’29. Nessuno aveva previsto una crisi di questa portata, nemmeno lo stesso Fmi che ne ha le maggiori responsabilità. viste le sue competenze che lo caratterizza e il raggio di azione per poter prevedere fenomeni di questo tipo. È il Fondo, da sempre, il guardiano della stabilità monetaria e finanziaria internazionale e nel futuro andranno rivisti i suoi  strumenti di intervento e resa più incisiva la sua azione di sorveglianza sui sistemi bancari e finanziari dei paesi avanzati, compresi gli Usa e di quelli emergenti. Particolare attenzione dovrà essere prestata alle istituzioni finanziarie di vaste dimensioni, dei gruppi operanti su scala globale le cui dimensioni e interconnessioni sono tali da essere too big to fail. Per adempiere al compito della stabilità valutaria che è nel suo mandato, la Lagarde dovrà regolare le politiche economiche per influenzare i cambi valutari. Ma anche fungere da regia delle politiche monetarie, poiché per stabilizzare i cambi occorre che siano regolate le politiche di tassi di interesse degli Stati Uniti, dell’Europa e delle altre grandi banche centrali.

Il futuro del Fondo è nel governo macroeconomico del mondo. Servirà un grande lavoro diplomatico e politico e madame Lagarde dovrà dimostrare di essere all’altezza della sua stessa reputazione, viste le grandi lodi che l’hanno circondata al momento della sua elezione.

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