Perché la speculazione ha attaccato il nostro Paese

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 13 luglio 2011

 

Usurpatori e usurpati, vittime e carnefici si sono incontrati nella borsa di venerdì e di lunedì scorsi. È stato il momento dei ribassisti, degli speculatori che scommettono sul default degli Stati. Sembra che per ora l’attacco speculativo sia stato contrastato. Ha giovato la presa di posizione della Consob che ha voluto arginare azioni spietatamente speculative come quelle sui futures. Molto più importante è stato l’atteggiamento coeso del governo.

L’argine politico ha funzionato, la reputazione internazionale di Tremonti e Berlusconi, il rigore nella tenuta dei conti pubblici hanno avuto un ruolo fondamentale. Sono state molte le voci autorevoli e internazionali che sono giunte in soccorso del nostro paese nei momenti più concitati. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha espresso la sua fiducia al governo Berlusconi. Il Fondo monetario internazionale ha espresso giudizio molto positivo sulla manovra del governo, che sarà approvata in tempi record. Mario Draghi in qualità di governatore della Banca d’Italia intervenuto all’assemblea annuale dell’Abi, l’Associazione delle banche italiane, ha affermato che «Le nostre banche sono solide: sono uscite senza danni rilevanti dalla crisi finanziaria che invece ha scosso grandi istituti esteri. Le banche italiane – ha precisato – hanno dimostrato e continuano a dimostrare capacità di resistenza e di reazione in tempi brevi».

In generale il nostro Paese ha retto bene allo scossone della crisi economica, il settore manifatturiero, composto da molte piccole e medie imprese, efficienti e innovative, ha fatto da cuscinetto nei momenti più difficili dell’evoluzione della crisi economica perché la sua struttura produttiva ha elevati gradi di flessibilità. I livelli di disoccupazione sono al di sotto della media europea. Il disavanzo pubblico in rapporto al Pil è sceso più rapidamente rispetto alle previsioni dei documenti di finanza pubblica (dal 5,4% del 2009 al 4,6% del 2010) e oltre il mezzo punto di riduzione che l’Unione europea ci chiedeva. L’attuale manovra di bilancio in corso di approvazione è quasi doppia della manovra dello scorso anno. Perché allora l’Italia ha subito un attacco così diretto? Perché le società di rating hanno messo sotto la lente di ingrandimento il sistema bancario italiano? Se un anno fa i mercati non ci consideravano un Paese preoccupante e se siamo migliorati più di altri paesi europei e se addirittura siamo in grado di promettere il raggiungimento dell’obbiettivo del pareggio di bilancio nell’arco dei prossimi tre anni, riuscito prima solamente a Quintino Sella, con costi spropositati in termini di inflazione e di tasse, e di annullamento di debiti rimborsabili.

Perché proprio adesso siamo stati messi sotto attacco dai mercati speculativi?Se credessimo alla teoria del «grande vecchio», della regia che muove le fila della grande speculazione internazionale dovremmo credere che in un contesto di crisi generale economica e finanziaria in cui la principale economia mondiale, gli Stati Uniti, sta arrancando, si sia voluto spostare spregiudicatamente e cinicamente l’attenzione sull’Europa e sulla sua moneta per distoglierla da una preda forse ancor più ambita, quella del debito pubblico americano. Forse le società di rating hanno fatto da apripista sacrificando sull’altare dell’autoconservazione i paesi più fragili dell’Europa ed ora hanno attaccato l’Italia nella consapevolezza che se il nostro paese crollasse sotto i tentacoli della speculazione significherebbe la fine della moneta unica e il dominio incontrastato del dollaro. Ma questa, per quanto suggestiva, è una teoria degna del copione di Fight Club e di film di fantafinanza. Non esiste un grande Gordon Gekko capace di spostare così tanti capitali da far fallire uno Stato. In realtà il mondo della finanza è anarchico ed egoista, composto da un gran numero di soggetti suscettibili, emotivi, non organizzati tra loro ma reciprocamente influenzabili. Allo stesso tempo il piano di far crollare l’euro sotto il peso della speculazione, all’insegna del principio mors tua vita mea, non permetterebbe al dollaro di riappropriarsi di un ruolo esclusivo di moneta internazionale. Perché il crollo delle economie europee avrebbe ripercussioni enormi anche sull’economia americana e su quella cinese. Non ci sarebbe una superpotenza che potrebbe avvantaggiarsi del crollo di una concorrente. Il default diverrebbe a tal punto generalizzato, mondiale. Ben più oggettivo è invece un ragionamento che parte dalla considerazione che l’Europa è in sofferenza perché ancora non ha compreso che tipo di interventi si debbano approntare per risolvere la situazione greca e se questi comporteranno sacrifici (obbligatori o volontari che siano) per le banche. Non è ancora chiaro quanto tali sacrifici potranno far perdere al sistema bancario dei paesi europei la propria patrimonializzazione.

La situazione di difficoltà è comune a tutti i debiti pubblici e a tutti sistemi bancari europei. Allo stesso tempo però la Bce ha deciso di innalzare i tassi di interesse di riferimento dell’area dell’euro. L’aumento dei tassi della Bce, che introduce ulteriori futuri aumenti, è stato accompagnato dalla decisione della Fed di tenere il tasso allo 0,25%. Questo ha inevitabilmente determinato un effetto deflattivo sulle posizioni di liquidità in Europa, raffreddando i movimenti speculativi. Parte della frenata del calo delle Borse in Europa è dipesa da questo fenomeno.Diverso è stato invece l’attacco che il nostro paese ha subito. Si è diffusa tra i giornali stranieri la convinzione, probabilmente rafforzata dalla propaganda politica della nostra sinistra, che vi sia stato un forte disaccordo tra il premier e il ministro dell’economia sulla determinazione della manovra finanziaria. In realtà tale disaccordo non c’è mai stato, ma il tam tam mediatico ha finito coll’amplificare gli effetti di notizie non veritiere. A questo si è aggiunto il fatto che in borsa le parole e le sensazione si condensano in certezze e gli atteggiamenti si diffondono anche prima che gli eventi temuti accadano. Le turbolenze borsistiche sono tutt’altro che superate. Continueranno per tutto l’iter parlamentare di approvazione della manovra, alimentate dall’opposizione sino a che non sarà chiuso il dibattito sugli emendamenti. È per questo motivo che il lagtemporale che occorre attendere per l’approvazione della manovra dovrà essere abbreviato il più possibile. Allo stesso tempo occorre che siano fugati i timori di una mancanza di «coesione nazionale». Occorre auspicarsi che il voto al Senato di giovedì prossimo faccia comprendere a tutti, anche agli operatori finanziari, che l’obbiettivo del pareggio di bilancio entro il 2014 sarà raggiunto.

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