IL “GRANDE GIOCO” DEL DEBITO PUBBLICO AMERICANO

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.lafinanzasulweb.it il 27 luglio 2011

Non sappiamo quanti dei nostri lettori abbiano la nostra stessa sensazione. Quella che le società di rating che minacciano una revisione della tripla A del debito americano e che continuano a informare il mondo finanziario delle ulteriori revisioni al ribasso del rating greco, le incessanti comunicazioni ufficiali della Casa Bianca e lo scontro tra Obama e i Repubblicani sull’innalzamento del tetto massimo del debito pubblico, il taglio delle spese pubbliche e la minaccia dell’innalzamento delle tasse in America per colmare il deficit, siano tutte mosse di un “Grande Gioco” o di un “Torneo delle ombre”.

Tante le variabili in gioco molte sono finanziarie, altre sono politiche tutte insite nello scontro in seno al parlamento americano tra i diversi schieramenti, altre ancora rientrano nella grande categoria dello show business, tant’è vero che lo scontro tra Obama e i Repubblicani è stato trasmesso in diretta televisiva.

Da un punto di vista politico, ed è un gran numero di opinionisti che lo sostengono, lo scontro nel parlamento americano è concentrato sul consenso o sul diniego alla politica sanitaria che Obama aveva promesso in campagna elettorale. Infatti, l’innalzamento del tetto del debito pubblico è essenziale per finanziare la politica socialista della garanzia di una sanità pubblica a una gran fetta di popolazione per ora esclusa.

Concentrandosi, invece, sulle variabili finanziarie del Gioco, si potrebbe osservare la frequenza dei comunicati che si è fatta sempre più frenetica man mano che ci si avvicina alla cosiddetta deadline del 2 agosto. In realtà, tale data è solo indicativa visto che la liquidità di cui dispongono gli Stati Uniti permetterà di fare fronte alle scadenze del debito fin dopo il 15 agosto. Ciò non toglie che una scadenza molto ravvicinata possa surriscaldare gli animi e ogni comunicato stampa della Casa Bianca, come sassi nello stagno, provocano onde concentrice nelle borse di tutto il mondo e amplificano l’oscillazione dei listini. Non poteva mancare l’appello al patriottismo, l’ultimo accorato invito del presidente americano rivolto al popolo americano, che permette di dare un colore melodrammatico e hollywoodiano all’irreale situazione finanziaria americana.

Si legge sulla stampa specializzata, infatti, che i principali flussi finanziari dimostrano che l’opinione prevalente tra gli operatori di borsa sia di considerare del tutto irrealistico un default americano. Non ci sono state forti vendite dei Treasuries, i titoli del debito pubblico americano, come si potrebbe immaginare alla vigilia di un imminente default; i rendimenti dei titoli pubblici decennali sono in moderata salita così come i trentennali, con livelli molto lontani da quelli ad esempio europei. Rassicuranti sono anche i valori di acquisto dei credit default swap, uno degli indicatori dell’avversione al rischio degli investitori, sul debito sovrano Usa. In breve, per ora sembrerebbe che i topi non stanno abbandonando la nave americana.

Diverso è il caso di quella europea. Le borse del Vecchio Continente stanno crollando a più riprese e scontano in misura crescente le incertezze sul debito pubblico greco, affossato ancora una volta e come da copione dai comunicati di Moody’s e di Fitch. Si legge sulla stampa specializzata che il dubbio sull’efficacia del piano europeo ha provocato un aumento della domanda sul mercato dei credit default swap: salgono le assicurazioni contro il fallimento della Grecia, quelle sulla Spagna e quelle portoghesi. In rialzo è anche il cds italiano, mentre il prezzo dell’oro raggiunge nuovi record. L’effetto ultimo è paradossale: si innalza la domanda di titoli del debito pubblico americano, garantendo aumenti modesti nel loro rendimento, mentre sono affossati i titoli del debito pubblico dei paesi europei, che sono costretti a offrire rendimenti crescenti.

Infine, si può osservare l’andamento della valuta americana e delle variabili finanziarie di riferimento anch’esse parte del Grande Gioco che avrebbe dovuto portare all’esportazione dell’inflazione americana e ad un innalzamento dell’occupazione interna. Le politiche monetarie americane infatti, fin dalla crisi del 2008, si sono concentrate sul mantenimento del costo del denaro in prossimità dello zero, sull’emissione di nuova moneta e sull’evitare qualsiasi politica di difesa del cambio per agevolare l’export, per ridurre il deficit commerciale e per impattare sulla disoccupazione. I rischi finanziari sono stati soprattutto sul lato dell’inflazione, che però tramite la svalutazione della moneta, viene esportata verso l’esterno. Infatti, il petrolio è prezzato in dollari e a ogni caduta del suo valore di cambio c’è un rialzo più che proporzionale del suo prezzo. Però tutt’ora non sembra che il piano stia funzionando, poiché l’economia statunitense non è ancora tornata lungo un cammino di crescita sufficiente per riassorbire la disoccupazione. Forse non sono stati ancora risanati i debiti privati, forse il mercato immobiliare non si è ancora ripreso dalla forte contrazione del 2008. In definitiva è difficile dire il perché “il cavallo per ora ancora non beve” a sufficienza.

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