Usa: evitato in extremis il default

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 01 agosto 2011

Il braccio di ferro politico tra Obama e i Repubblicani ha prodotto alla fine un vincitore, che però non è stato di certo il presidente degli Stati Uniti. Tutte le argomentazioni portate avanti dai repubblicani sono state accolte: forti tagli alla spesa pubblica, innalzamento del tetto del debito pubblico e nessun aumento delle tasse. Non una politica del socialista Obama, invece, ha avuto la meglio: non è passata la riforma tributaria, non le politiche sociali come l’assistenza sanitaria per gli anziani (Medicare), nemmeno quelle previdenziali. E come di tradizione nella politica, al di qua come al di là dell’Oceano, i caroselli delle dichiarazioni che si affrettano dopo ogni votazione sembrerebbe vogliano convincerci che, sebbene i risultati siano univoci, nessuno ha perso, al contrario tutti hanno in qualche modo vinto.

Occorre ancora attendere i voti della Camera e del Senato, ma il risultato ultimo raggiunto dalle trattative conclusesi domenica scorsa sarà quello che non s’interromperà il regolare pagamento di stipendi, pensioni, cedole sui titoli di Stato; si innalzerà il tetto del debito pubblico in due fasi, giusto in tempo perché il Tesoro possa immettere sul mercato nuove emissioni di titoli pubblici. Da subito sarà emessa una prima tranche di aumento, pari a 900 miliardi di dollari, unitamente ad immediati tagli di spese pubbliche pari a 917 miliardi. Condizionatamente, poi, a nuovi tagli di spese per un cifra tra i 1.100 e i 1.500 miliardi, sarà concessa una seconda tranche di aumento del tetto del debito per un ammontare equivalente. Non in senso automatico, ma solo in seguito ad un processo valutativo di una commissione paritetica nominata dai quattro leader democratici e repubblicani della Camera e del Senato.

Se la commissione non giungerà ad un accordo scatteranno tagli automatici per il 50% alle spese di difesa, tema caro ai Repubblicani, e per il 50% alle spese sociali, tema caro ai Democratici, questo per incentivare il raggiungimento di un accordo in tempi utili. Il rischio di «bancarotta» tecnica, detto default, è stato scongiurato in extremis, così come l’impossibilità di far fronte ai pagamenti federali. I mercati, almeno quelli molto vicini e influenzati direttamente dalle politiche interne americane, Wall street e Tokyo, hanno accolto favorevolmente l’annuncio di Obama di domenica sera, mentre la borsa di Milano sembra ripiegare su se stessa, con i titoli bancari ancora in sofferenza, soprattutto perché non ci sono notizie rassicuranti sul fronte dell’emergenza Grecia. Ora però è il momento per gli Stati Uniti delle politiche restrittive, il momento di stringere la cinghia. Il piano finanziario che Obama ha dovuto accettare non lascia spazio a sprechi o a «soldi facili», sarà un piano finanziario di «lacrime e sangue» che non ha precedenti nella storia degli Stati Uniti.

Resta l’interrogativo se sia o meno una scelta responsabile quella di tagliare pesantemente le spese pubbliche in un periodo di depressione economica, come quello che stanno passando gli Stati Uniti. Tanto più che il processo di riduzione della spesa pubblica appena cominciato si accompagna con un immediato innalzamento del debito pubblico. Inoltre i tassi di interesse sui prestiti federali sono attualmente molto bassi, nonostante il rischio default che ha imperato in questo periodo. Una riduzione del debito in questo frangente non incide fortemente sul costo futuro del debito pubblico in termini di interessi. Quindi gli effetti di lungo periodo del maggior debito sarebbero stati comunque piuttosto contenuti. Al contrario, il taglio drastico alla spesa pubblica potrà comportare effetti di breve periodo piuttosto forti in termini di economia più debole, maggiore disoccupazione o mancato riassorbimento dell’attuale disoccupazione ed effetti più fasti nelle prospettive di lungo periodo.

Comunque la si voglia guardare la questione dell’imposizione di un tetto del debito pubblico negli Stati Uniti non convince. Sembra a prima vista del tutto privo di senso imporre un limite al tetto del debito, quando il motivo della richiesta di un maggior debito è giustificata dal bisogno di pagare le spese accordate dal Congresso, ovvero dall’organo che poi dovrà decidere il tetto massimo del debito. In q uesto modo occorre chiedere il permesso di pagare le spese che sono già state accordate. Sarebbe di gran lunga più semplice non accordare le maggiori spese. A ben guardare però questo meccanismo mette al riparo dal cosiddetto «costo politico» delle scelte. Nel senso che tale costo sarà sopportato da colui che ha la responsabilità di decidere quali spese pagare e quali no. Se il congresso si limitasse a decidere quali spese accordare e quali no, sarebbe direttamente quest’ultimo a sobbarcarsi il peso politico di una simile scelta.

Porre un limite massimo al debito pubblico fa invece ricadere la responsabilità politica sul presidente, che dovrà scegliere quale conto pagare con un budget limitato a disposizione. Questo lascia gli americani a contemplare due possibilità più allarmanti del rischio calcolato della politica del tetto del debito. In primo luogo, essi stanno assistendo all’ennesima presidenza americana fallita, che non sa imporre una linea guida da seguire, né porre rimedi efficaci alla crisi economica. E in secondo luogo la realtà che hanno di fronte è che non c’è nessuno dietro le quinte che sia all’altezza di questo difficile compito.

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One Response to “Usa: evitato in extremis il default”

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