La sentenza politica di Standard&Poor’s

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 20 settembre 2011

Era annunciato da tempo un imminente giudizio di rating sul nostro paese e non stupisce la puntualità con cui tale dichiarazione arriva alla stampa. Il declassamento del nostro Paese da parte della Standard & Poor’s giunge infatti proprio alla fine di una parabola mediatica negativa a spese del premier, con la pubblicazione di intercettazioni telefoniche e di nuovi e vecchi giochi politici e giudiziari. Come diceva un ironico uomo politico della prima Repubblica, «a pensar male si commette peccato, ma spesso ci si azzecca!». E a far pensare male delle criticate agenzie di rating sembrano proprio i messaggi diffamanti di una certa classe politica  e del circuito mediatico-giudiziario nostrani.

Il j’accuse è stato lanciato da Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera, che ha dichiarato che «il documento di Standard & Poor’s è più di tipo politico che di tipo economico, e su questo terreno pesa molto negativamente la radicalizzazione della vita politica italiana che la sinistra e un settore di magistrati stanno provocando in un momento così delicato nel quale è in corso un attacco speculativo all’euro». Silvio Berlusconi, nella lettera a Il Foglio di sabato scorso aveva poi anticipato il teorema complottista che guida certi «circoli anglofoni». C’è da dire, comunque, che lo sforzo politico e il rigore con cui la manovra da 54 miliardi è stata approvata dal Parlamento, dopo la ferma esortazione della Bce, che poneva come conditio sine qua non per il sostegno ai nostri Btp, sembra siano stati del tutto sottovalutati e quasi già dimenticati dai mercati. Non stupisce, quindi, che il documento con cui lo Standard & Poor’s ha commentato la sua decisione sottovaluti una prova tanto difficile di solidità politica del governo. Anche Confindustria ha avuto il suo ruolo in questo gioco delle parti, chiedendo ieri al premier, senza tanti giri di parole, di farsi da parte, nonostante goda ancora pienamente della fiducia del Parlamento.

Il meccanismo delle società di rating è un’astuta via alternativa a quella politica, una via fatta di mercato e di giudizi apparentemente indipendenti che non saranno soggetti al vaglio politico di future elezioni, ma che sono suscettibili di influenze politiche. Così le istituzioni europee, che dovrebbero vigilare sull’andamento del debito pubblico dei paesi e che dovrebbero controllare ed agire laddove tale debito diventi eccessivo, sono state soppiantate da agenzie private, che hanno potere di influire tramite il canale del mercato sul futuro economico di un paese, senza scontare mai le conseguenze delle proprie azioni. Con il giudizio di S&P si fa più stringente la pressione internazionale sul debito italiano, che ora sarà più caro di prima. Anche Moody’s dovrebbe, prima o poi,  esprimere un giudizio, che non sarà di certo in forte contrasto con quanto già espresso dall’agenzia connazionale.

Il rischio concreto è proprio quello di una spirale di giudizi negativi alimentati reciprocamente, che porterebbero il costo del debito a livelli sempre maggiori. Questo non riguarderà solamente il debito pubblico, ma anche quello interbancario ad esso intimamente legato e sotto osservazione da parte delle agenzie di rating. Il gioco al ribasso che le società di rating hanno dato  alla Grecia potrebbe essere replicato per tutti i paesi europei e l’Italia non fa eccezione. La differenza però tra la Grecia e l’Italia, oltre al fatto di avere due economie completamente differenti ,con capacità di reazione non equiparabili, è che se la Grecia uscisse dall’euro si avrebbero poche ripercussioni sulla moneta unica, mentre se ad essere costretta ad abbandonare l’Unione monetaria fosse l’Italia tutto l’impianto della moneta unica crollerebbe, con conseguenze per tutti i paesi dell’euro-zona, Germania compresa. Con questa consapevolezza la Germania, che orienta le decisioni della Bce, non permetterà che il meccanismo di cui stiamo discutendo possa raggiungere le sue estreme conseguenze.

Il debito pubblico italiano continuerà ad avere una sua collocazione sul mercato, sebbene a costi crescenti, e tale collocazione sarà garantita dalla Banca centrale ancora per diverso tempo, fino a che non sarà il Fondo straordinario salva Stati a prendersi carico del suo ruolo di sostegno ai debiti pubblici nazionali. Una via alternativa ci sarebbe, ma richiederebbe un vasto sforzo di responsabilità e di amor di patria per le nostre opposizioni. Si dovrebbe abbandonare il tormentone mediatico che punta a sgretolare pezzo per pezzo la credibilità del premier agli occhi dell’opinione pubblica italiana e a livello internazionale, servirebbe ad innalzare nuovamente la reputazione del nostro Paese e convincere mercati e società di rating che l’Italia è solida.

L’interruzione del circuito mediatico-giudiziario, infatti, darebbe maggior forza ad una evidenza economica, ossia quella che il nostro paese sia già avviato lungo la via della ripresa, anche se i ritmi sono ancora lenti. Infatti, i dati Istat sull’industria italiana non sono coerenti con quanto sostiene Standard & Poor’s riguardo alla salute dell’economia italiana. La nostra industria è in ripresa e addirittura in crescita rispetto al 2010 poiché gli ordini sono cresciuti dell’1,8% a luglio rispetto al mese precedente e del 6,5% rispetto a luglio 2010. Nei primi sette mesi dell’anno gli ordini sono cresciuti poi del 12,1% rispetto allo stesso periodo del 2010, mentre il fatturato è cresciuto, al netto della stagionalità, dell’1,6% rispetto al mese precedente, con aumenti dello 0,3% sul mercato interno e del 4,6% su quello estero. In questo periodo le esportazioni sono aumentate in percentuali maggiori ripetto a quelle di Germania e Francia: il fatturato cresce in termini tendenziali del 7,7%, con un aumento maggiore sul mercato estero (+10,7 per cento) rispetto a quello interno (+6,4 per cento).

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