Un piano per salvare l’euro

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 26 settembre 2011

Circolava già da tempo la notizia, mai confermata, che si stesse pensando ad un piano transatlantico di risanamento dell’eurozona. Ora le voci si sono condensate in dichiarazioni sempre più esplicite e ufficiali. Dalle riunioni annuali del FMI e della Banca mondiale dei giorni scorsi, infatti il segretario americano all’economia Timothy Geithner ha mosso critiche forti ai ministri europei, con particolare riferimento a quello della Germania, che resistono all’introduzione di uno strumento di tipo risolutivo che potrebbe arrestare la crisi finanziaria, senza immettere nel mercato finanziario nuova linfa che faciliterebbe solamente ulteriori azioni speculative.

La novità più importante che è emersa dagli incontri è un’ipotesi di soluzione della crisi che preveda la creazione di un fondo «salva Stati» in grado di placare alcune delle paure di contagio in Europa che tanto allarmano anche i colleghi di Oltreoceano. È chiaro a tutti infatti che i problemi europei difficilmente resterebbero entro i confini dell’euro e avrebbero sicuramente effetti deleteri anche nei confronti di tutti i paesi industrializzati e in via di sviluppo. In parole semplici il default dell’euro si tradurrebbe in breve tempo in un default planetario. I ministri finanziari europei, la Bce, e il Tesoro americano stanno quindi convergendo su una soluzione per scongiurare una volta per tutte il rischio di contagio nell’area euro. La soluzione definitiva alla «questione greca»» e alla reazione a catena che il fallimento del paese ellenico comporterebbe prevede la creazione di un «veicolo», così viene chiamato dai commentatori più autorevoli, che sia dotato di capitale erogato dall’European Financial Stability Facility, meglio noto come «Fondo salva-Stati».

La dotazione finale del nuovo «veicolo finanziario» potrebbe raggiungere i 3000 miliardi di euro. Il veicolo avrà la possibilità di far molto più leva rispetto alla dotazione inziale, avvalendosi della garanzia della Bei, la Banca europea per gli investimenti, che procederà con l’indebitamento diretto sul mercato. La triangolazione forte dunque sarà tra il Tesoro americano e la Bce che alleati sullo stesso fronte che dovranno fare pressioni affinché i ministri europei, e prima di loro la politica, si destino dal torpore e agiscano rapidamente. Le indiscrezioni avvertono che alcuni ministri europei stanno ancora resistendo e richiedendo cifre più contenute, ma nella peggiore delle ipotesi non si dovrebbe scendere al di sotto di una leva di 7-8 volte il capitale. Già la prossima settimana si dovrebbe concludere la guerra delle cifre e si cercherà di finalizzare il meccanismo, in modo tale da poter annunciare la decisione definitiva durante gli incontri dei ministri finanziari europei del 3 ottobre prossimo.

Il meccanismo di salvataggio dovrebbe essere il seguente: il fondo dovrebbe procedere ad erogazioni «salva-Stati» che saranno utilizzate in forma discrezionale, nel senso che sarà il singolo Stato destinatario a decidere se utilizzare parte dei fondi anche per ricapitalizzare il sistema bancario. La via da seguire quindi rimane quella tracciata dal nostro ministro Tremonti il quale ha dichiarato in questa occasione che «sta circolando l’idea dell’Eurobond, con modalità meno aggressive di quelle che ho proposto tempo fa con Jean Claude Juncker, l’importante è arrivare in tempo». Ci sono buone probabilità che il piano venga ultimato anche nelle sue componenti tecniche in tempi ristretti, perché, a fronte delle resistenze tedesche, che risentono del consenso dell’elettorato nazionale, il piano servirà per ridare linfa vitale al grande malato dell’Europa. Anche paesi come la Francia che ha visto indebolirsi progressivamente il suo sistema bancario fortemente esposto nel debito estero in paesi a rischio default, con un debito pubblico crescente ed un deficit di difficile copertura in tempi brevi, potranno trarre beneficio dal fondo salva-Stati. Le resistenze tedesche presto verranno sicuramente meno, ciò non toglie che, anche se l’accordo verrà raggiunto in tempi ristretti e l’Eurozona potrà disporre di finanziamenti da immettere sui mercati riforzando il suo sistema bancario, non avrà ancora sciolto il nodo più difficile ossia quello della crescita economica e della riduzione della disoccupazione.

Il nuovo piano di rifinanziamento riuscirà a dare tempo alla politica di trovare una soluzione al problema complesso della crescita e forse a costruire un embrione di Europa politica, facendo in poco tempo quello che non è stato possibile fare finora per motivi nazionalisti e protezionisti.

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