LE SFIDE DELL’INDIA IN TEMPI DI CRISI GLOBALE

di Emanuela Melchiorre

Tre anni dopo aver lanciato la “Nano”, nota per essere la macchina più economica del mondo al prezzo di soli 2,500 dollari, la Tata, il secondo gruppo industriale più grande dell’India, ha presentato l’automobile più cara del mondo, la “Bling” Nano, una macchina interamente ricoperta da 80 Kg di oro da 22 carati, da 15 Kg di argento e tempestata di 10mila pietre preziose. Il prezzo di questa “auto gioiello”  si aggira intorno ai 4,5 milioni di dollari, destinato ad esser rivisto al rialzo seguendo le quotazioni di borsa del metallo prezioso e delle gemme. Simbolo di una società indiana che sta cambiando? Si e no. Più probabile che sia il simbolo del paradosso delle economie emergenti in rapida crescita, dove i miliardari vivono accanto ai più poveri del pianeta e dove le aziende si rivolgono ad un mercato internazionale capriccioso e incurante del ciclo economico. Si sa che il lusso non ha mai conosciuto crisi, nemmeno durante i due conflitti mondiali, in cui l’industria del gioiello si espandeva a ritmi simili a quelli delle imprese dedicate agli armamenti.

Simbolo piuttosto di una sfida raccolta dal gigante asiatico, l’India, che, dopo la rivoluzione culturale degli anni Novanta, ha introdotto il concetto di mercato e ha trasformato significativamente l’universo rurale indiano, quello industriale e quello dei servizi, fino a competere oggi con i paesi occidentali, giganti anch’essi in termini economici, ma che scontano la maturità delle loro economie.  La svolta compiuta dall’India si è avuta nel 1991 con l’avvio del processo di riforma neoliberista dell’economia che ha soppiantato il precedente progetto di crescita capitalistica, avviato all’indomani dell’Indipendenza e fondato sul «stato sviluppista» che riconosceva vasta importanza all’intervento statale sia nel sostenere la crescita, sia nel favorirne la redistribuzione dei benefici. Un modello di sviluppo che non ha sortito gli effetti desiderati e che ha lasciato spazio a un impianto di segno profondamente diverso. Le nuove linee guida in materia di politica economica hanno infatti chiamato lo stato a contrarsi, riconoscendo fondamentalmente l’importanza del ruolo del libero mercato nei processi di sviluppo.

In termini geografici e demografici l’India è effettivamente un gigante, estesa su un territorio di circa 3,3 milioni di chilometri quadrati, dotata di una popolazione destinata a superare nel 2011, secondo le stime, 1,2 miliardi di persone e di un sistema di governo federale composto da 28 stati e 7 territori dell’unione. È un paese complesso, la cui società è variegata, percorsa da un gran numero di differenze linguistiche, culturali, religiose. Un paese che ha conosciuto nell’ultimo ventennio un miracolo economico. Nel corso degli anni  Novanta, infatti, l’India ha vantato una crescita media annua pari al 6%, ulteriormente consolidatasi con l’inizio del nuovo millennio. Dal 2000 al 2008 il tasso di crescita del prodotto interno lordo infatti è stato pari al 7,2%, con una leggera flessione nel corso del biennio successivo. L’India rientra dunque nel novero delle nazioni che hanno continuato a crescere in modo non indifferente anche a fronte della crisi mondiale. Dal punto di vista dello sviluppo, però, il paese si trova ancora in una posizione molto arretrata nella classifica internazionale del World Development Indicators della Banca  mondiale, al 137° posto tra i 186 paesi, con un reddito pro capite di 1.192 dollari nel 2009. Secondo le stime del governo del subcontinente poi il 37% della popolazione del paese vive al di sotto della soglia di povertà, mentre la Banca Mondiale stima che la percentuale di poveri in India sfiori addirittura l’80%.

L’economia mondiale ha chiaramente iniziato il secondo atto dell’attuale crisi economica e la parabola recessiva non sembra destinata ad esaurirsi in breve tempo. L’economia indiana tuttavia non sembra essere stata molto colpita dalla dell’attuale fase di volatilità finanziaria globale. Un ostacolo concreto allo sviluppo dell’economia del paese è invece la probabile diminuzione delle importazioni degli Stati Uniti, partner preferenziale e importatore netto. Non si tratta di una probabilità, ma di un processo già cominciato per il quale probabile che il commercio internazionale dell’India subirà ulteriori contrazioni nel prossimo futuro.

È vero che il disavanzo delle partite correnti degli Stati Uniti è leggermente aumentato nel 2010 rispetto al 2009 e che è stato in leggero aumento nella prima metà del 2011. Ma è anche vero che nel 2010 il deficit era del 30 per cento più basso di quanto non fosse nel 2008, pari a 2.000 miliardi dollari in meno. Dato significativo per i paesi come l’India, che hanno scommesso molto del loro sviluppo sulle esportazioni.

La contrazione delle importazioni degli Stati Uniti nei primi sei mesi del 2011 è stata accompagnata da un forte  deprezzamento del dollaro USA e ciò ha implicato una caduta non solo in termini nominali, ma anche in termini reali delle esportazioni indiane. Tutto ciò è avvenuto durante i pacchetti di stimolo statunitensi in cui si contemplava una certa espansione fiscale. La manovra politica sul tetto del debito che si è giocata a Washington quest’estate e che si è conclusa con l’attuale politica di austerità e di tagli di bilancio di Obama, rappresenterà un ulteriore vincolo per l’espansione delle importazioni nell’economia degli Stati Uniti. Il risentimento crescente della gente causato da questi tagli, inoltre, rischia di generare pressioni protezionistiche negli Usa.

Solo in questi ultimi giorni Obama ha annunciato misure fiscali nella sua politica di risanamento del debito, ma fino ad ora l’unico mezzo per gli Stati Uniti per uscire dalla stagnazione attuale è stato attraverso la politica monetaria, con effetti ancora non evidenti. Il vero problema con la politica monetaria espansiva e di bassi tassi di interesse seguita dalla Fed sulla scia della crisi è che può non tramutarsi in crescita economica perché non sono state assicurate misure adeguate affinché le banche effettivamente prestino in modo da migliorare l’attività economica, l’occupazione e la situazione finanziaria della massa dei consumatori. Il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke ha affermato recentemente che i tassi di interesse resteranno a livelli molto bassi (vicino allo zero) per i prossimi due anni almeno. Questo può essere un vantaggio per le banche, ma quest’ultime hanno mostrato scarso interesse per i prestiti ai piccoli produttori o alle famiglie in difficoltà costrette a ridurre i consumi.

La politica monetaria della Fed contribuirà a indebolire ulteriormente il dollaro americano, che effettivamente può sortire i suoi effetti positivi sulle esportazioni americane. Rappresenterà, però, un ulteriore problema per i mercati emergenti come l’India perché il maggiore afflusso di capitali mobili, in forma di carry trade, che puntano a sfruttare i differenziali di tasso di interesse, e la percezione del potenziale di crescita maggiore in questi paesi potrebbe convincere i politici locali ad interpretare il rinnovato afflusso di capitale come un segno della forza economica dell’India e dei suoi potenziali di sviluppo. Sarebbe un errore, perché flussi finanziari nel contesto attuale spingeranno il tasso di cambio e aumenteranno ulteriormente il deficit commerciale, che è già di proporzioni significative. In Brasile questo flusso di capitale speculativo è già visto come una delle principali preoccupazioni economiche, in quanto l’afflusso di denaro spinge in alto la moneta, nonostante alcuni tentativi di controllo sui capitali.

C’è poi il problema che una interpretazione equivoca della realtà economica possa indurre i policy maker indiani a spostare gli incentivi per l’economia lontano dai beni commerciabili e verso attività  quali immobili, costruzioni, mercati azionari e del debito al consumo. Questi sono i classici segni di una “economia di bolla”. Fino a quando la bolla si gonfia, la percezione è quella del boom economico, ma tutte le bolle prima o poi sono destinate a scoppiare. Nel caso indiano lo scoppio è probabile che sia ancora più doloroso, perché anche nel boom del processo di crescita non è semplice generare occupazione adeguatamente produttiva. Quindi un veloce recupero della volatilità attuale non deve essere qualcosa da festeggiare in India se è a causa degli afflussi di capitali speculativi, con le loro conseguenze nefaste.

Nel frattempo, in Europa (l’altro mercato importante per le esportazioni asiatiche), le tensioni politiche continuano a riscaldarsi in dibattiti sull’integrazione economica e monetaria e su quanto necessari siano il federalismo fiscale e una maggiore protezione dei segmenti più deboli dell’Unione europea da parte dei paesi più forti. Attualmente, i paesi con forti deficit sono costretti a massicce chiusure interne sulla base di drastici inasprimenti fiscali e caduta dei salari reali, misure tuttavia non idonee a ridurre rapidamente il deficit. Invece, alcuni squilibri stanno peggiorando semplicemente perché il PIL continua a scendere. Nel frattempo i paesi in surplus più forti sono anche intenzionati ad applicare politiche di austerità interna e continuano a guardare ai mercati esteri come fonte di crescita. Ovviamente questa non è una situazione sostenibile, e deve cambiare abbastanza repentinamente.

C’è chi sostiene che gli Stati Uniti e l’Unione europea sono non più le fonti significative di domanda globale e che la crescita futura dell’economia mondiale verrà dalla domanda e dal futuro mercato interno dei paesi BRIC (Brasile, Russia, India e Cina). Jim O’Neill di Goldman Sachs, che ha la paternità del termine “Brics”, ha sottolineato che «Nel decennio che si è concluso nel 2010, il Brics hanno aggiunti circa $ 8.000 miliardi a livello del prodotto interno lordo mondiale, pari a circa l’80 per cento di quello prodotto dal Gruppo delle sette principali economie. I Brics probabilmente aggiungeranno circa $ 12.000 miliardi nel prossimo decennio, il doppio degli Stati Uniti e della zona euro messi insieme». Egli ritiene che se la crescita interna in queste economie non è ostacolata da pressioni inflazionistiche, l’economia mondiale può trattare queste economie come il motore di crescita futura.

Ma questo non coglie il punto che, nonostante alcune politiche di sostegno al mercato nazionale soprattutto in Cina, queste economie sono prevalentemente trainate dalle esportazioni. Qualsiasi rallentamento o riduzione delle esportazioni verso gli Stati Uniti e l’Unione europea è destinato ad avere qualche effetto deprimente sulla produzione e sull’occupazione in questi paesi e sui loro vicini. Se si innescano poi aspettative negative degli investitori sulla tenuta della loro economia, allora questo può trasformarsi in un effetto domino recessivo di tutta l’area asiatica e degli altri Brics.

L’altro effetto potenzialmente pericoloso del fatto della politica monetaria degli Stati Uniti è che ha aumentato massicciamente la liquidità a buon mercato sui circuiti finanziari mondiali e i prezzi delle materie prime ne hanno risentito. In questo momento i prezzi del petrolio sono scesi a livello globale, ma può essere solo tregua temporanea, e per altre importanti materie prime il declino dei loro prezzi non è così evidente. I prezzi dell’oro sono in aumento a causa di capitali in fuga in cerca di maggiore sicurezza, ma c’è anche chi investe in altre materie prime, i cui prezzi possono continuare ad aumentare, semplicemente perché gli investitori non sanno dove altro andare con i loro soldi, e perché i tassi di interesse sono così bassi da rendere investimenti alternativi poco fruttuosi. Questo significa che sono possibili e addirittura probabili ulteriori aumenti dei prezzi internazionali. Il drammatico aumento dei prezzi alimentari a livello mondiale ha già creato caos e rivoluzioni tra i poveri in tutto il mondo in via di sviluppo, il Magreb ne è solo una parte.

La pressione sui prezzi degli alimenti in India è già eccessivo e il Paese non può permettersi un rinnovato aumento dei prezzi mondiali. La situazione è aggravata da pressioni sui prezzi interni, l’inflazione infatti sfiora il 10% e che colpisce soprattutto i generi alimentari. Nonostante l’ottimismo ostentato dai policy maker locali, il processo di crescita indiana è potenzialmente molto fragile. È stato fortemente basato sull’integrazione globale e l’afflusso di capitale finanziario ha permesso l’espansione sproporzionata di alcuni settori, soprattutto di quello finanziario, immobiliare e delle costruzioni. Le minacce a questa crescita sono generalmente interne, in forma di disordini sociali e politici, per via dell’aumento delle disuguaglianze di reddito e del crescente divario tra le aspirazioni e la realtà materiale, soprattutto tra i giovani. Ma la misura in cui anche queste variabili sociali possono essere influenzate da segni di vulnerabilità esterna non deve essere sottovalutata. L’occupazione nei settori dell’esportazione in India non si è ancora completamente ripresa dalla caduta durante la recessione globale e il gran numero di giovani che hanno investito in costose scuole private nella speranza di un futuro migliore sono sempre più frustrati da un mercato del lavoro che non offre loro posti di lavoro adeguati alle aspettative. L’India, come la vicina Cina, assomiglia sempre più ad una pentola a pressione che sta dando segnali di vulnerabilità esterna e fragilità economica che possono causarne l’esplosione.

 

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