La debolezza dell’Europa di fronte alla crisi

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 5 novembre 2011

In questi giorni i valori borsistici, con la crisi greca ben lontana dall’essere risolta, con i contrastanti messaggi politici nazionali e internazionali a più livelli sulla sostenibilità di tutto il «sistema Europa» e sulla situazione economica del nostro paese hanno avuto un effetto deflagrante ed alimentato la confusione. Se guardiamo i fondamentali dell’Eurozona si può rilevare che sono molto migliori di quelli Usa: il debito pubblico sul Pil è intorno all’85%, la bilancia commerciale è in sostanziale attivo, il debito privato sul Prodotto interno lordo è contenuto.

Il sistema che è stato utilizzato per tamponare gli effetti della crisi finanziaria, in termini almeno di affidabilità di un sistema economico americano di sostenere il peso della crisi finanziaria che esso stesso aveva generato, è stato quello di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica e dei mercati dal fulcro della crisi. È stato progressivamente spostato, infatti, il baricentro delle discussioni sulla crisi finanziaria dalle cause agli effetti, capovolgendone però l’ordine.

Ciò che prima era causa, quindi i noti «titoli tossici», è stato chirurgicamente tagliato via dalle colonne dei giornali,e ciò che è di fatto è un effetto, ossia i dubbi sulla solvibilità di banche e stati, è stato descritto invece come causa della crisi. Così facendo,«il testimone» della vulnerabilità finanziaria è passato dagli Stati Uniti all’Eurozona. Non a costo zero, però, per Usa che hanno dovuto sacrificare la Mf Global Holdings, la società americana di brokeraggio, che ha dichiarato fallimento proprio perché non è più riuscita a piazzare sul mercato titoli di Stato europei divenuti di punto in bianco a rischio.

Indubbiamente le tante, troppe indecisioni della politica europea hanno svolto un ruolo preponderante in questa situazione di disagio mondiale, cosicché un default del piccolo paese ellenico, la cui economia pesa per una infinitesima parte sul pil europeo, è divenuto un problema quasi sistemico. Il filo rosso che unisce poi il fallimento greco alle banche francesi ed a quelle tedesche ha richiesto una ulteriore diversivo mediatico a spese, questa volta, del nostro Paese. L’Autorità bancaria europea (Eba), infatti, ha imposto appena qualche girono fa un aumento di capitale per le banche che hanno nei loro bilanci titoli di Stato greci, spagnoli, irlandesi, portoghesi e italiani, includendo quest’ultimi di fatto tra i titoli a rischio.

Sebbene fortemente contagiate da titoli tossici alle banche francesi non è stata imposta alcuna ricapitalizzazione. Le banche italiane, che ne sono risultate penalizzate a vantaggio di quelle francesi e tedesche, rischiano quindi di diventare il capro espiatorio delle difficoltà altrui. Rischia cioè di diventare un gioco al massacro che parte dalla «sghignazzatina» di Sarkozy e finisce con il fallimento a catena di tutto il sistema bancario europeo. Si deve correre ai ripari senza colpire un altro paese per proteggere il proprio dalla perdita di credibilità di fronte ai mercati.

Il sistema finanziario europeo deve fare fronte in solido alla crisi finanziaria, e per fare ciò occorre modificare lo statuto della banca centrale europea inserendo la funzione del prestatore di ultima istanza. Il sistema finanziario infatti si fonda sulla fiducia che ci sia sempre un prestatore di ultima istanza, che si presti quale garante di ogni banca che compone il sistema bancario.

Oggi non si sa quale istituzione in Europa possa svolgere tale importantissima funzione, a meno che le banche centrali emettano una quantità di moneta tale da sostenere i mercati dei titoli di stato europei. Al contrario il semplice annuncio della trasformazione della Bce in prestatore di ultima istanza potrebbe raffreddare rapidamente gli animi della speculazione. Ma per fare ciò occorre che Mario Draghi svolga una opera di trasformazione dell’istituto che è chiamato a dirigere.

Nel frattempo l’Italia, di fronte alle crescenti richieste europee ha dovuto rispondere con una decisione forte, coerente, con una logica aziendale propria di un imprenditore lungimirante.Un’impresa che vuole essere quotata in borsa, infatti, richiede una certificazione dei propri bilanci ad un organismo esterno all’azienda e superpartes. Stessa scelta è stata presa per il nostro Paese dal Governo Berlusconi. E’ stata messa in discussione la credibilità dell’operato del governo e quest’ultimo ha richiesto al Fondo monetario internazionale, ente esterno e superpartes, di certificare l’«avanzamento dei lavori» della politica di risanamento dell’economia nazionale.

L’Italia ha cioè chiesto al Fondo monetario internazionale di monitorare le proprie riforme economiche e fiscali per dare un segnale di credibilità ai mercati dell’eurozona e a tutta la comunità internazionale. La decisione italiana ha riscosso un pieno consenso internazionale. «L’Italia – ha detto il presidente francese Nicolas Sarkozy al vertice del G20 – che è un Paese essenziale della zona euro, uno dei paesi principali, ha lodevolmente preso la decisione di fare appello alla Commissione Ue e al Fmi per certificare i risultati che avrà raggiunto su base trimestrale. I risultati saranno poi naturalmente pubblicati». Il presidente americano Barack Obama alla conferenza stampa del summit ha sottolineato che l’Italia è «un grande Paese, con una enorme base industriale, grande ricchezza e grandi asset. Ha avuto un debito alto per molto tempo, ma ora i mercati sono volubili e nervosi. Ma come hanno spiegato al fondo, intendono seguire il piano proposto».

L’Italia, a differenza della Grecia e degli altri paesi, ha un deficit pubblico in fase di azzeramento e un avanzo primario di bilancio. Ora che i conti pubblici sono stati tutelati nella fase più difficile della crisi finanziaria occorre mettere mano alle riforme, come richiesto appunto dall’Europa, anche se tale richiesta è divenuta, oggi, pressante ed estremamente gravosa.

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