Il vertice del rigore e del nulla di fatto

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 9 dicembre 2011

Era evidente fin dalla sua introduzione che l’euro rappresentava una moneta monca. Era un traguardo incompleto, un abbozzo non rappresentativo di un’identità politica, ma solamente di un’area economica di libero scambio con una banca centrale indipendente, fortemente sbilanciata nella persecuzione di un obbiettivo unico, il contrasto all’inflazione. Era stata tolta agli Stati sovrani la possibilità di amministrare i meccanismi finanziari e monetari di adeguamento alle fluttuazioni del mercato, e quindi lo strumento principe per abbattere il peso del debito pubblico, con la promessa che la nuova moneta avrebbe garantito crescita economica e benessere, mentre il patto firmato tra gli stati avrebbe dovuto garantire un lungo periodo di pace. Ebbene, non è stato così. Le promesse sono state vane, e oggi mancano gli uomini capaci di formularne di nuove e di credibili. Tutto dipende ora dalla politica, nel bene e nel male. Purtroppo però la politica sembra essere dimissionaria, con la rinuncia alla modifica dei trattati.

Cosicché la scelta di questo vertice Ue, quello che sarebbe dovuto essere decisivo per le sorti della moneta unica, si è risolta in una rinuncia alla revisione dello statuto della Banca centrale europea e alla costituzione di un garante unico della moneta. Mentre si è preferito ricorrere ad un inasprimento del rigore nelle regole di bilancio con il cosiddetto patto fiscale. La Merkel esulterà per il risultato ottenuto, molto meno felici, d’ora innanzi, saranno i cittadini europei.

Per quanti non hanno seguito nei particolari i lavori europei di questi due ultimi giorni, i 17 paesi dell’area euro più gli altri membri dell’Unione disposti ad accodarsi hanno deciso che dovranno sottostare a un regime di sanzioni automatiche per chi vìoli gli accordi, salva la votazione contraria di almeno tre quarti dei paesi sottoscrittori. Le nuove regole sui budget saranno scritte nelle costituzioni nazionali e viene limitato allo 0,5% del Pil il cosiddetto «deficit strutturale», che non considera gli effetti del ciclo economico e del rimborso sul debito. «Conseguenze automatiche» sono state previste anche per quei paesi che superino il limite del 3% del rapporto deficit/pil.

L’Inghilterra si è dissociata da una simile politica. In estrema sintesi il Regno Unito non vuole entrare nella spirale di maggiore pressione fiscale (che in Italia ha raggiunto già il 43,9% secondo le ultime stime), di recessione, di vincoli di bilancio difficilissimi da rispettare, di titoli di Stato che diventano cartastraccia o quasi. La rinuncia di Cameron significa, come ha affermato la Merkel, favorire un’Europa a due velocità, divisa tra membri disposti a seguire le strette maglie dei vincoli di bilancio, resi più stringenti dopo questo vertice con il patto fiscale, e paesi che non vogliono delegare la propria sovranità all’Europa. Cameron non è Monti e non è tenuto a rispettare i dicktat europei.

Dal vertice europeo sono venute fuori altre due vie percorribili. Da un lato è stata presa in considerazione la possibilità di ricorrere al Fondo Monetario Internazionale, con prestiti bilaterali tra le banche centrali e il fondo stesso, per 150 miliardi di euro, a cui si potrebbero aggiungersi altri 50 miliardi provenienti dai paesi europei non appartenenti all’Eurozona. Dall’altra parte si è pensato di anticipare l’entrata in vigore del Meccanismo di stabilità europeo a luglio 2012. La dotazione del Mse sarà di 500 miliardi di euro, e, come richiesto espressamente da Berlino, sarà privo di una licenza bancaria, cosicché non potrà attingere ai fondi della Banca centrale europea.

E’ quasi intuivo a questo punto prevedere le conseguenze dirette di una simile politica del rigore.Se l’Europa insisterà ad andare avanti con i colli stretti dell’austerità e senza alcun tipo di assistenza e di garanzia alla moneta e ai titoli del debito pubblico, senza alcuna politica che favorisca la crescita più che il contenimento del disavanzo, allora quasi sicuramente la zona euro si infrangerà. Un politico e pastore protestante esordì in un suo discorso, passato poi alla storia, dicendo «I have a dream!». E il sogno che ogni liberista coltiva è vedere l’alba del giorno in cui l’imposizione fiscale sia crollata, in cui un governo abbia avuto il coraggio di ben orchestrare un grande shock stocastico, con una riduzione di dieci punti percentuali almeno, tanto da garantire l’abbassamento dei costi di produzione a tutta l’industria italiana e da incentivare il flusso di capitale straniero. Il vero nodo da sciogliere non è il disavanzo pubblico, ma la crescita economica.

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