L’indice OCSE e la fine della crisi

Di Emanuela Melchiorre | 13.12.2011

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Quando si citano i risultati di complessi calcoli previsionali sull’andamento del ciclo economico, come quelli pubblicati dall’OCSE riguardo al cosiddetto «Superindice», il leading indicator, (ossia allo strumento che secondo gli econometrici dell’organizzazione parigina dovrebbe misurare l’inversione del ciclo economico), occorre fare distinguo importanti. L’armamentario a disposizione del policy maker per contrastare la recessione si è arricchito in qualità e in quantità nei decenni, a far data dalla Grande depressione quando si cominciò ad apprendere l’importanza di strumenti adeguati a misurare le variabili macroeconomiche e si elaborò il sistema di contabilizzazione del PIL. Il superindice fa parte degli strumenti di analisi tra i più avanzati e prevede le fluttuazioni del ciclo economico basandosi sugli indici nazionali che misurano la produzione industriale.

Ciò non toglie che lo studio dell’economia appartiene alla vasta famiglia della filosofia e della politica, e cedere alla tentazione di aggrapparsi a formule matematiche per sollevarsi dal difficile compito della comprensione del mondo che ci circonda è l’atteggiamento meno corretto. Si possono utilizzare certi strumenti di analisi come conferma di una percezione della realtà, che però è già insita nello studioso, il quale fa appello più alla sensibilità umana che non alla precisione matematica.

Detto ciò si può tornare all’indice, e constatare che ottobre è il settimo mese consecutivo in cui si registra un calo dell’indicatore (attestato a 100,1 punti, in leggero calo rispetto ai 100,4 punti di settembre). Il superindice continua a mostrare rallentamenti della crescita in Canada, in Cina e negli Stati Uniti, anche se i cali sono ridotti rispetto al mese precedente. Un’inversione del valore dell’indicatore lo si riscontra in Russia e in Giappone, con una flessione marginale nel primo paese e più forte nel secondo, ma nel complesso moderata. Nei due paesi si ha in altre parole, secondo l’Organizzazione parigina, un’attività economica superiore al trend di lungo periodo. Differenti sono le situazioni economiche del Brasile, della Francia, della Germania, dell’India, dell’Italia, degli Stati Uniti e in generale dell’Eurozona. Secondo l’indice l’attività economica di questi paesi sta scendendo al di sotto del trend di lungo termine.

Difficilmente la situazione cambierà nel breve periodo. Non prima almeno che sia stata fatta chiarezza riguardo alla effettiva diffusione dei titoli tossici che hanno contaminato i bilanci delle banche in Europa, un aspetto che non rientra nel complesso calcolo dell’Indice Ocse. Tuttavia occorre raggiungere l’obiettivo imprescindibile della pulizia dei bilanci bancari, la condicio sine qua non per risolvere la crisi.

Eppure si è preferito glissare sulla questione dei bilanci bancari, non solo in Italia ma in tutta l’Europa dell’euro,  e rivolgere l’attenzione ai debiti sovrani. Invece di guardare alla causa della crisi finanziaria, quindi, si è preferito moltiplicarne gli effetti. Cosicché per risolvere una crisi non causata da deficit fiscali (visto che la Spagna e l’Irlanda erano in surplus e l’Italia ha un avanzo primario), fatta eccezione per la sola Grecia, occorreva intervenire esclusivamente sui deficit fiscali, come si è concluso venerdì scorso al vertice Ue di Bruxelles.

Una forte svista degli economisti che popolano le istituzioni europee, e che continua a caratterizzare tutta la complessa struttura istituzionale dell’Europa Unita, è quella di affidarsi a formule matematiche per interpretare la realtà, come sono del resto gli stessi parametri di Maastricht. Il sistema finanziario europeo invece deve rigettare una simile miopia e fare fronte in solido alla crisi finanziaria, e per fare ciò occorre prima di tutto modificare lo statuto della Banca centrale europea inserendo la funzione del prestatore di ultima istanza, similmente alla Federal Reserve. Sarebbe questa una scelta politica importante, che però dovrebbe essere presa da un tecnico, seppur eccellente, Mario Draghi, il governatore della Bce. Oggi non è chiaro quale sia l’istituzione in Europa che possa svolgere tale importantissima funzione. L’unico strumento a disposizione delle banche centrali è quello di emettere una quantità di moneta tale da sostenere i mercati dei titoli di stato europei.

Mario Draghi ha già introdotto un vento di cambiamento, stabilendo un ribasso dei tassi ufficiali della Bce sin dal primo momento del suo mandato, e ribassandoli ulteriormente lo scorso 8 dicembre, con l’obbiettivo di finanziare l’economia produttiva con tassi più bassi. Tuttavia, come diceva un noto economista e storico della moneta Angiolo Forzoni, molti anni addietro, la moneta è come una corda la si può tirare ma non la si può spingere. E l’abbassamento dei tassi può tradursi facilmente in una maggiore liquidità che finanzia solamente e ulteriormente la speculazione finanziaria. Un cambiamento dello statuto della Bce ad opera del suo Governatore rappresenterebbe una scelta duratura, per tutto le generazioni future.

I cicli economici rappresentano una sfida per le nazioni democratiche, nel senso che o si impara a controllare e a contrastare le recessioni e i periodi inflazionistici, oppure la struttura della società corre gravi rischi, non ultimi i conflitti veri e propri. Non sembra che la politica europea, almeno fino ad ora, abbia saputo anche solo imboccare la giusta direzione.

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