Fiscal compact e gli automatismi di Berlino

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 02 febbraio 2012

Il summit straordinario dell’Ue di Bruxelles ha una volta di più rafforzato l’idea errata ma prevalente che il rigore contabile e finanziario possa sorpassare e sostituire le regole di una sana politica. Il fiscal compact provocherà invece una paralisi dell’economia e con essa della società nel suo complesso. Non c’è salvezza nel rigore, solo caparbietà. Non è questa la via d’uscita dal tunnel della crisi economica che attanaglia i paesi dell’euro. Non risolverà la drammatica situazione della Grecia, incapace di fare fronte agli impegni di bilancio assunti pur di accaparrarsi finanziamenti comunque insufficienti. Non si tratta più di falsare i conti. Questa volta si tratta di recessione, dalla quale non si uscirà almeno per un decennio, e non certo grazie al lavoro di un commissario provvisto di strumenti tecnici ma privo del tutto di quelli politici.

La richiesta di un commissario per la Grecia si traduce esclusivamente in una ulteriore pretesa di perdita di sovranità nazionale, di un ricatto che, in seguito a questa crisi, stanno accettando uno dopo l’altro tutti i paesi dell’euro. È la politica che si diluisce nella tecnocrazia.

La soluzione posta da Berlino è quella di pretendere un guardiano accanto al governo di Atene, di per sé già guidato da un tecnico, l’ex banchiere centrale Lucas Papademos, che precedentemente aveva ricoperto la carica di vicepresidente della Bce. Altrettanto si può dire per il nostro paese, guidato da un ex commissario dell’Ue, Mario Monti. Dal vertice non è uscita nessuna svolta. Nessuno ha voluto assumersi l’impegno di aumentare le risorse del fondo salva-Stati, nessuno ha proposto alcuna politica di sostegno alla crescita, al di là di soliti richiami di rito. Si è assistito al consueto mercanteggiamento, secondo le rispettive forze contrattuali di Merkel, Sarkozy e bontà loro di Monti. La Germania come sempre ha vinto la partita. Prende tutto.

Berlino ha ottenuto un patto fiscale che stratifica nuove su vecchie regole. I paesi Ue si sono impegnati infatti a portare il deficit sostanzialmente in equilibrio, con un valore massimo dello 0,5% rispetto al pil, adottando una regola con valore di legge costituzionale o equivalente. Pena l’imposizione da parte dell’Europa di sanzioni semiautomatiche, che possono raggiungere lo 0,1% del Pil.

La rigidità quindi la fa da padrona, come se la politica potesse essere davvero imbrigliata in automatismi fiscali. In cambio, la Germania non ha concesso nulla. Gli eurobonds sono ancora un miraggio. Anche la Francia ha guadagnato qualcosa. Ha ottenuto infatti che l’attenzione fosse tutta concentrata sul debito pubblico e sul Pil e distolta completamente dal disavanzo (che per Parigi è pari al 5%), evitando così pesanti obblighi di rientro in pochi anni.

Nonostante l’Italia abbia già assunto impegni tra i più gravosi, garantendo un pareggio di bilancio entro il 2013, con un piano di rientro che prevedrà tagli di 45 miliardi di euro l’anno, è risultata essere il Paese tra i più accusati. Ammesso che l’ennesima riforma pensionistica e il basso debito privato italiano, che Monti ha sommessamente messo come attenuanti sul tavolo delle trattative, possano far scendere il piano di rientro a quota di 35 miliardi di euro l’anno, la situazione e lo sforzo del nostro Paese non cambieranno di molto. Su base annua i tassi di interesse sul debito pubblico saranno intorno al 6%, la percentuale dei tagli alla spesa del 3% del Pil, la crescita economica uguale o inferiore allo zero. C’è da chiedersi, forse, il perché siamo ancora caparbiamente ancorati ad una moneta priva di un’unione politica che ha provocato più danni che benefici. Il suo alto valore rispetto al dollaro non ha certo aiutato le esportazioni di paesi, come il nostro, manifatturieri e votati al commercio.

L’assenza di un progetto politico unitario ha fatto sì che in ogni occasione ciascun paese abbia mirato a tirare acqua al proprio mulino, spesso a danno degli interessi del vicino. È mancata la visione politica. E questo summit ha confermato una volta di più questa situazione. In realtà mancano gli uomini e la volontà di una vera Unione, mentre prevalgono gli interessi nazionali.

L’Europa per svilupparsi ha bisogno di una prospettiva di lungo respiro. La stagnazione o peggio la stagflazione è la peggiore prospettiva possibile, purtroppo non molto lontana. Gli Usa hanno ricominciato a crescere dal 2009, con tassi che si aggirano introno al 2,5% – 3% e senza interruzioni. Ma non possono farcela da soli, hanno bisogno dell’Europa. E l’Europa deve fare la sua parte. Invece di rigore occorre moneta a basso costo ed a lungo termine sia per l’economia pubblica che per quella privata.

Invece la Germania persegue il proprio obiettivo: la leadership europea e il primato economico che rappresenta una garanzia di stabilità politico-sociale interna. Ma la politica economica non è contabilità ragionieristica, è visione politica. Una visione di cui l’attuale Europa sembra inevitabilmente priva.

 

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