INTERVISTA A FRANCESCO BASCHIERI, COFONDATORE DI WWW.SPREAKER.COM

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.lafinanzasulweb.it il 4 febbraio 2012

L’intervista si svolge a San Francisco sul tetto di Macy’s , una terrazza con una vista spettacolare su Union Square una delle piazze più note al mondo. Con il conforto di due grandi tazze di caffè americano sul nostro tavolino, ho incontrato e intervistatoFrancesco Baschieri, un giovane imprenditore italiano, trentasei anni ben portati, che è riuscito a realizzare in due anni un sogno nel cassetto. È il cofondatore di www.Spreaker.com,  un sito web che permette agli utenti della rete di creare gratuitamente un canale webradio.

Francesco ha lasciato un lavoro da dipendente e ben remunerato per una prima avventura imprenditoriale, in un periodo tra i più difficili, e in un paese, l’Italia, che scoraggia la propensione al rischio. La sua avventura è cominciata nel 2007 e si è conclusa per la prima volta nel 2010 con la vendita della sua prima società. Il capitale così ottenuto è stato da lui reinvestito in questa sua seconda impresa, Spreaker, insieme ad un gruppo di giovani colleghi, con i quali ha formato un team affiatato e interdisciplinare. Francesco è quello che nel mondo imprenditoriale americano verrebbe chiamato un “serial entrepreneur”.

Nel nostro special sulle start up il focus che abbiamo scelto riguarda i momenti primordiali di una società, ossia ci interessa soprattutto sapere qual’è il processo evolutivo nelle primissime fasi di realizzazione e quali sono le difficoltà che gli imprenditori di start up dovevano inizialmente superare. Abbiamo quindi chiesto a Francesco come ha ottenuto i primi finanziamenti italiani e quali scelte lo hanno in seguito portato in Silicon Valley alla ricerca di un angel investor e di un ambiente più dinamico e stimolante per la crescita della sua società.

Quella che segue è un’intervista a caldo, al termine proprio di uno degli incontri con i finanziatori americani che il giovane imprenditore aveva messo in agenda durante la sua permanenza in California. La prima domanda è stata quella più naturale.

In un paese come l’Italia in cui il credit crunch la fa da padrona, è stato difficile trovare un finanziamento per cominciare la tua nuova attività?

In realtà, non è stato facile, ma nemmeno impossibile. Tutto sta nell’avere una buona idea in tasca e sapere come presentarla nel migliore dei modi. In Italia non sono molti gli investitori da contattare. Entro la prima settimana avevo già contattato tutti i nominativi che erano nella mia lista. I primi ad aver creduto in noi sono stati gli Italian Angels For Growth (http://www.italianangels.net), la più grande associazione di business angels italiana. Ad un primo round di investimenti di circa 300 mila euro nel 2010 ha fatto seguito un ulteriore round di 400 mila euro nel 2011, per un totale di 750 mila euro in due anni. Questo primo finanziamento non ci ha permesso soltanto di implementare il servizio, ma di renderlo, oltre che attivo, fortemente attraente, ossia di raggiungere un livello qualitativo tale da essere fortemente interessante per gli utilizzatori della rete, quella che negli Stai Uniti si chiama “attraction”.

E qual è il business nella tua radio?

Indubbiamente le inserzioni pubblicitarie, come per una qualsiasi radio in FM. Sono queste che ci hanno permesso di assumere ad oggi già 11 persone, tutte tra i 25 e i 30 anni. Poi c’è stato un salto generazionale e ci sono io che ho 36 anni. Siamo tutti piuttosto giovani, anche se non certo ventiduenni come accade tra gli imprenditori qui in California. Spreaker conta oggi, ad un anno dal lancio del sito, circa un milione di utenti, 15 mila produttori unici che ogni mese esprimono le loro opinioni o i loro pensieri o mettono su semplicemente la loro musica.

Quali sono state le difficoltà che hai avuto nelle prime fasi di implementazione della tua società? Mi viene da pensare che le prime possano essere di carattere finanziario.

Guarda, il gruppo di fondatori era alla sua seconda esperienza imprenditoriale e questo ha giovato per due motivi. In primo luogo, perché avevamo già esperienza e le prime fasi evolutive le avevamo già superate una prima volta. Così questa volta abbiamo utilizzato molto del nostro bagaglio di conoscenze maturate. In secondo luogo, la prima società ci aveva permesso di mettere da parte un gruzzoletto iniziale, che abbiamo investito in questa seconda impresa. Esaurita però questa prima disponibilità finanziaria abbiamo dovuto rimboccarci le maniche. Abbiamo preparato il nostro bravo business plan e abbiamo contattato i 5 interlocutori importanti che esistono Italia. Per fortuna uno di loro ha voluto credere in noi e nella nostra idea.

E in quella occasione cosa ha premiato di più: l’idea vincente, un team sinergico, la persona che ha saputo esporre nel migliore dei modi l’idea imprenditoriale? Qual’è stato il fattore principale?

Direi che è stato un insieme di cose. Nel  consumer web  l’idea ha un peso minore rispetto ad altri fattori. Quello che conta di più è la capacità di realizzare quell’idea, di eseguirla bene e di renderla facilmente fruibile. Se ci fai caso, le società più note che agiscono nel nostro settore non sono state le prime ad aver avuto un’idea, ma sono state le più brave a realizzarla. Pertanto gli investitori valutano prima di tutto la credibilità tua, di imprenditore, e il team che hai saputo formare. Se non hai ancora un team alle tue spalle, valutano allora la tua capacità di selezionare le persone giuste per un team vincente.

E gli investitori italiani che hai interpellato erano persone competenti nel tuo settore?

Si può dire che in Italia nessuno è realmente competente nel consumer web, perché è una realtà ancora piuttosto nuova e non radicata capillarmente, come ad esempio è qui negli Stati Uniti. Erano però persone competenti in termini di imprenditoria, erano imprenditori loro stessi. Anche io mi sono reso conto di saperne poco prima di venire qui negli States, dove le pagine del consumer web vengono scritte giorno per giorno e si formano le best practices da seguire.

Perché non hai chiesto altri finanziamenti agli stessi finanziatori italiani che ti avevano già appoggiato?

Perché sapevo che avevano raggiunto il loro tetto massimo di finanziamento, conoscevo i loro standard e le loro procedure di finanziamento. Così mi sono rivolto al mercato americano per entrare in contatto con i fondi venture capitalist. Ma non solo. Anche e soprattutto perché questo è il nostro mercato di riferimento. Qui possiamo aumentare il nostro business e trovare partnership e persone che ci aiutino a crescere in questo mercato. Tanto è vero che la ricerca di nuovi finanziamenti non l’abbiamo ancora cominciata. Questo è il quinto soggiorno negli States nell’arco dell’ultimo anno e mezzo, ed ogni volta sono rimasto tra i due e i tre mesi. C’è un piccolo impatto culturale, un piccolo scoglio da superare, che riguarda il day by day, il modo in cui si simpatizza o si approccia con le persone, fatto di diversi modi di comunicare. E poi c’è un problema di reti e di contatti da dover creare. Una volta che questa fase di networking è cominciata e si è avviata, quello che conta di più sono i record che sta ottenendo la tua impresa. Quindi ancora una volta conta la realizzazione della tua idea.

E un italiano che viene negli Stati Uniti quali difficoltà burocratiche incontra?

Un problema che viene spesso sottovalutato è quello del visto. Un italiano non trova alcuna difficoltà a richiedere un visto a novanta giorni. Ma per fare questo tipo di business novanta giorni sono pochi, e alla loro scadenza resti ancora con in mano un’agenda fitta di appuntamenti. Per poter restare occorre un permesso di lavoro che non è semplice da ottenere e richiede tempo. Non è mai chiaro quale tipo di visto sia migliore per un imprenditore di una start up. Tutte le persone italiane che ho conosciuto venendo qui hanno adottato soluzioni diverse. A chi è intenzionato a fare questo tipo di passo, consiglio di informarsi bene prima di partire e di farsi un’idea subito di quale tipologia di visto sia per lui la migliore.

Bene Francesco siamo arrivati alla fine della nostra intervista. Ora è il momento della domanda di rito. Quali sono le tue prospettive future? Cosa ti aspetti, quali sono i tuoi timori e quali i tuoi punti di forza?

Da imprenditore non posso che essere una persona positiva, e quindi posso solo dire che la nostra impresa avrà successo. In realtà, da persona che lavora con i numeri so che le probabilità sono tutte contro di noi. Qualcosa come nove probabilità contro una che le cose vadano male. Ecco questo è un modo di ragionare piuttosto europeo, italiano. Questa è una delle differenze culturali a cui accennavo prima. Nessuno in questa fase negli Stati Uniti lo direbbe. Ad un italiano potrebbe sembrare che le persone qui le sparano grosse, molto grosse. E, viceversa, la nostra cautela da queste parti viene percepita come insicurezza. Questo mi fa venire in mente un aspetto della gestione del rischio e la differenza sostanziale tra l’Italia e gli Stati Uniti.

A me dispiace che in Italia tanta gente non se la senta di rischiare. Perché da un punto di vista economico noi italiani, rispetto agli americani, rischiamo in definitiva molto poco. Non è come qui, che da un giorno all’altro si può veramente finire in una strada. In Italia c’è sempre la famiglia, e un tetto sotto cui dormire. Questo è stato il mio pensiero lucido al momento in cui ho deciso di fare l’imprenditore e di lasciare le mie sicurezze lavorative. Tanta gente che si trova nelle stesse condizioni in cui mi trovavo io al momento della mia scelta decide però di non correre alcun rischio, perché in realtà quello che più brucia dalle nostre parti non è perdere i propri risparmi in una impresa andata male, quanto essere soggetto ad una sorta di infamante marchio sociale, che prende il nome di fallimento, una parola bruttissima. Qui, la stessa parola,failure, si traduce come “non è andata bene…”. Le persone dicono tranquillamente che nella loro vita hanno fallito nel fare qualsiasi cosa, anche nella loro quotidianità, anche nelle attività di scarsa importanza. È strano come un vocabolo la dica lunga sull’indole di un popolo e sul desiderio di provarci. Secondo me, se noi italiani riuscissimo a cambiare semplicemente questo, riusciremmo automaticamente a cambiare tante altre cose.

 

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